lunedì 16 gennaio 2017

Il Patriarcato Ecumenico incontra Filarete

Tanto Pravoslavie.ru quanto il sito ufficiale del Patriarcato d'Ucraina -Kiev (Filarete) riportano la notizia che due membri del sinodo del Patriarcato Ecumenico si sono incontrati coi rappresentanti del UOK-PK nei giorni scorsi. 


La cattedrale di s. Vladimiro, sede del patriarcato di Ucraina (UOK-PK)

Il 12 gennaio il metropolita Bartolomeo di Smirne, segretario del santo sinodo del P.E., e il metropolita Emmanuele di Francia, entrambi membri della Commissione Patriarcale per l'Autocefalia dell'Ucraina, hanno incontrato la delegazione della Chiesa Ortodossa Ucraina del Patriarcato di Kiev. Entrambe le delegazioni hanno portato dei documenti e delle relazioni sullo stato della Chiesa in Ucraina: i metropoliti Bartolomeo e Emmanuele hanno espresso la complessità della situazione, ma anche << la certezza che il patriarca Bartolomeo deciderà per il meglio >>. 
Da parte loro, i kievani hanno espresso la loro volontà di rimettersi a Costantinopoli, sperando di ottenere presto la tanto agognata canonicità. 

domenica 15 gennaio 2017

Perché la Bibbia dei Settanta è la vera Bibbia - 3° Parte

Continua dalla seconda parte.

Il concetto espresso da S. Paolo in Rm 1,18ss, è tratto incontrovertibilmente da Sapienza 13,1-9. Per sintesi non riporto tutto ma solo alcune frasi che sono quasi identiche.
Rm 1,20 << Infatti le sue proprietà invisibili, la sua eterna potenza e divinità, si rendono visibili all'intelligenza delle creature del mondo nelle opere da lui fatte. Così essi sono inescusabili >>.
Sap.13,5/8-9 << Difatti la grandezza e bellezza delle creature per analogia si contempla il loro autore… Neppure costoro però sono scusabili, perché, se sono riusciti a conoscere tanto da poter esplorare il mondo, come mai non ne hanno trovato più facilmente il sovrano? >>

Rm 1,23/25 << e scambiarono la gloria del Dio incorruttibile con le sembianze di uomo corruttibile, di volatili, di quadrupedi, di serpenti… e adorarono e prestarono un culto alle creature invece che al Creatore >>.
Sap.13,1-2 <<...esaminandone le opere non riconobbero l'artefice. Ma o il fuoco o il vento o l'aria veloce, la volta stellata o l'acqua impetuosa o le luci del cielo essi considerarono come dei, reggitori del mondo >>.

San Paolo si serve varie volte della Sapienza per elaborare i suoi discorsi. Ecco un altro esempio:

Ef. 6,13-17 << Prendete dunque l'armatura di Dio, perché possiate resistere nel giorno malvati e restare saldi sopo aver superato tutte le prove. State saldi, dunque, avendo ai fianchi la cintura della verità, indosso la corazza della giustizia e calzati i piedi con la prontezza e diffondere il vangelo della pace; in ogni occasione imbracciando lo scudo della fede, col quale potrete spegnere tutti i dardi infuocati del maligno; prendete l'elmo della salvezza e la spada dello Spirito, cioè la parola di Dio.

Sap 5,17-19 << Egli prenderà per armatura il suo zelo e userà come arma il creato per punire i nemici, indosserà la giustizia come corazza e si metterà come elmo un giudizio imparziale, prenderà come scudo la santità invincibile >>.

Anche per quanto riguarda gli altri libri vi sono riferimenti, analogie, profezie o citazioni.

-Ap. 21,18-21 << Le mura sono costruite con diaspro e la città è di oro puro, simile a terso cristallo, I basamenti delle mura della città sono adorni di ogni specie di pietre preziose. Il primo basamento è di diaspro, il secondo di zaffiro [...]. E le dodici porte sono dodici perle; ciascuna porta era formata da una sola perla. E la piazza della città è di oro pure, come cristallo trasparente >>. Si rifà a:
Tobia 13,17 << Gerusalemme sarà ricostruita come città della sua dimora per sempre. Beato sarò io, se rimarrà un resto della mia discendenza per vedere la tua gloria e dare lode al re del cielo. Le porte di Gerusalemme saranno ricostruite con zaffiro e con smeraldo e tutte le sue mura con pietre preziose. Le torri di Gerusalemme saranno ricostruite con oro e i loro baluardi con oro purissimo. Le strade di Gerusalemme saranno lastricate con turchese e pietra di Ofir >>.


Mt. 7,12 << Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge e i Profeti >>. E' il principio, in senso attivo, di
Tb. 4,15 << Non fare a nessuno ciò che non vuoi sia fatto a te >>.

Ap 1,4 << Grazia a voi e pace da Colui che è, che era, che viene, e dai sette spiriti che stanno davanti al suo trono >>. Essi sono gli angeli del libro di Tobia:
Tb. 12,15 <>.

Lc 1,52 << Ha rovesciato i potenti dai troni e ha innalzato gli umili >> è una citazione di:
Ecclesiastico 10,15 << il Signore ha rovesciato il trono dei potenti e fa sedere gli umili al loro posto >>.

Gc 1,19 << sia ogni uomo pronto ad ascoltare, lento a parlare >> , apprende l'insegnamento da:

Eccli 5,11 << sii pronto ad ascoltare, lento a dar risposta >>.

1Pt 1,6-7 << Perciò gioite, pur dovendo ora soffrire un poco in prove svariate, affinché la genuinità della vostra fede, molto più preziosa dell'oro, che perisce eppure viene purificato col fuoco...>>.
Eccli 2,4-5 <>.

Il Libro di Giuditta profetizza sia la benedizione di Dio su Maria, che la divinità di Gesù; c'è una relazione anagogica tra Giuditta e Maria, Dio e Gesù. Il significato profetico è tanto forte che vi si legge la vittoria della Chiesa che, assieme a Maria, “tronca la testa del nemico”. Ecco i passi:

Lc 1,42 << Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! >>.

Gdt. 13,18 << Benedetta sei tu, figlia, davanti al Dio altissimo più di tutte le donne che vivono sulla terra, e benedetto il Signore Dio che ha creato il cielo e la terra e ti ha guidato a troncare la testa del capo dei nostri nemici >> e si lega alla vittoria della Chiesa preannunciato da Genesi e Apocalisse:
Gn 3,15 << Io porrò inimicizia fra te e la donna, fra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno >>.
Ap. 12,17 << Allora il drago si infuriò contro la donna (Maria) e se ne andò a fare guerra contro il resto della sua discendenza (la Chiesa) >>.

Il libro dei Maccabei, svela il significato oscuro di una frase rivolta ai Corinzi da Paolo. I Protestanti arrivano alle conclusioni più disparate e discordanti proprio perché a loro manca il libro che contiene il passo citato da Paolo, trasfigurato in chiave cristiana.

1 Cor 15,29 << Se così non fosse, che cosa farebbero quelli che si fanno battezzare per morti? Se assolutamente i morti non risorgono, perché si fanno battezzare per loro?>>.
2 Mac 12,44 << Perché, se non avesse avuto ferma fiducia che i caduti sarebbero risuscitati, sarebbe stato superfluo e vano pregare per i morti >>.
Paolo si riferisce certamente ad un rito in suffragio per i morti, che proprio come il Battesimo, purifica l'anima del defunto. Le preghiere per i morti appartengono alla Tradizione rivelata e custodita dalla Chiesa, assente però nelle confessioni protestanti.

Eb. 11,35 << Altri, poi, furono torturati, non accettando la liberazione loro offerta, per ottenere una migliore risurrezione >>
Si rifà a tutta una vicenda riportata nel secondo libro dei Maccabei. E' certo che l'autore ebbe in mente quel racconto dato che, di tutto l'Antico Testamento, solo nei Maccabei si parla in modo così emblematico della risurrezione.
2Mac 6,18 – 7,42 (per brevità non riporto il testo).

Anche Baruc viene citato.

1 Cor <<… dico che quei sacrifici sono offerti ai demòni e non a Dio >> cita:

Bar 4,7 << Avete irritato il vostro creatore, sacrificando a demoni e non a Dio >>.

In Giuda è presente una citazione di Enoch, libro non attestato nella Settanta, ma certamente autorevole essendo considerato anche da vari padri dei primi secoli e contenuto tutt'oggi nella Bibbia della Chiesa Ortodossa Etiope.

Ci sono certamente molti altri rimandi di cui non sono a conoscenza. Probabilmente non tutti i libri del canone lungo sono citati; questo non deve preoccupare, anche vari libri universalmente considerati ispirati non sono direttamente citati, come Ester, Esdra e Neemia. Anche il Cantico dei cantici, pur contenendo importanti figurazioni della Chiesa, non è mai citato; lo stesso dicasi per l'Ecclesiaste.

Il Celebre passo della Lettera di Pietro, in cui egli dice che tutta la Scrittura è ispirata da Dio, certamente va riferito a tutti i libri che, come abbiamo visto, erano tenuti in considerazione; nondimeno tutta la Settanta dato che era la versione utilizzata dagli Apostoli e nessuno di loro aveva sollevato dubbi circa alcun libro.

I protestanti più preparati avranno certamente da obiettare e passerebbero al contrattacco mostrando le contraddizioni che sarebbero presenti nei libri da loro considerati apocrifi.
Più che confutare punto per punto le classiche critiche mosse dai protestanti, rischiando la pedanteria, sarà molto più interessante e “brioso” evidenziare alcune incongruenze presenti nei libri ebraici e nel nuovo testamento, valutando il concetto di ispirazione divina sotto una prospettiva più realistica, profonda e soprattutto teantropica.


Mt. 27,9 << Allora si compì quanto era stato detto per mezzo del profeta Geremia: E presero trenta monete d'argento, il prezzo di colui che a tal prezzo fu valutato dai figli d'Israele >>.
Zc. 11,12-13 <>.
Com'è facile notare, Matteo ha confuso Zaccaria con Geremia.

Mc 2,25-26 << Non avete mai letto ciò che fece Davide, quando si trovò nel bisogno e tanto lui quanto i suoi compagni avevano fame? Come, cioè, al tempo del sommo sacerdote Abiatar entrò nella casa di Dio e mangiò i pani sacri che non possono mangiare se non i sacerdoti, e ne diede pure ai suoi compagni?>>.
1Sam 21,2/7 << Davide si recò a Nob dal sacerdote Achimelec...Il sacerdote gli diede il pane sacro, perché non c'era là altro pane che quello dell'offerta >>.
Anche qui altro errore da parte dell'Evangelista, che confuse Abiatar con Achimelec.


1Re 22,44 << (durante il regno di Giosafat, N.d.A) Ma non scomparvero le alture; il popolo ancora sacrificava e offriva incenso sulle alture >>.
2Cr 17,6 <di Giosafat
) cuore divenne forte nel seguire il Signore; eliminò anche le alture e i pali sacri da Giuda >>.
C'è un'evidente contraddizione tra le alture preservate del libro dei Re e quelle eliminate di Cronache.

Gn 6,19 << Di quanto vive, di ogni carne, introdurrai nell'arca due di ogni specie, per conservarli in vita con te: siano maschio e femmina >> subito dopo dice di prenderne sette paia:
Gn 7,2 << Di ogni animale pure prendine con te sette paia, il maschio e la sua femmina; degli animali che non sono puri un paio, il maschio e la sua femmina >>.

Gn 1,26 << (Come ultima opera della creazione) Dio disse: Facciamo l'uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza: domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutti gli animali selvatici e su tutti i rettili che strisciano sulla terra >>.

Gn 2,4-5/7-9/18-19 << Nel giorno in cui il Signore Dio fece la terra e il cielo nessun cespuglio campestre era sulla terra, nessuna erba campestre era spuntata, perché il Signore Dio non aveva fatto piovere sulla terra e non c'era uomo che lavorasse il suolo...Allora il Signore Dio plasmò l'uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l'uomo divenne un essere vivente.
Poi il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi collocò l'uomo che aveva plasmato. Il Signore Dio fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare...Il Signore Dio disse: “Non è bene che l'uomo sia solo: voglio fargli un aiuto che gli corrisponda”. Allora il Signore Dio plasmò dal suolo ogni sorta di animali selvatici e tutti gli uccelli del cielo e li condusse all'uomo...>>

Ora, è chiaro che: o l'uomo è stato creato prima degli animali e dei vegetali, o dopo, i racconti sono dunque in contraddizione.

Abbiamo visto alcune incongruenze presenti nei libri canonici e addirittura nei Vangeli, sono dunque tutti da scartare? Se dovessimo seguire la logica che i protestanti utilizzano per valutare i libri da loro esclusi, la risposta è sì. La verità però è da un'altra parte.
L'ispirazione divina copre sì tutta la Scrittura, ma Dio non detta parola per parola; dettatura e ispirazione sono concetti molto diversi. Lo Spirito Santo illumina la mente degli scrittori affinché questi riportino, secondo la loro intelligenza, secondo la loro cultura, secondo la loro umanità, il Verbo di Verità. Verità infallibile che ricopre la dottrina, l'insegnamento e l'economia di salvezza che Dio ha per l'uomo. Questi, anche sotto ispirazione, è libero di scegliere le parole e lo stile, poiché Dio non annichilisce l'uomo, ma anzi si unisce a lui secondo il mistero teantropico che è Cristo. Qualche contraddizione su aspetti materiali, una svista, un'imprecisione o imperfezione stilistica non riflettono minimamente sul significato salvifico che tutta la Scrittura, da Genesi ad Apocalisse, rivela all'uomo, ma è solo l'impronta inevitabile dell'umanità – di cui Dio si serve – degli agiografi.
Da tutto ciò si deduce che il travisamento protestante del concetto di ispirazione, in un morboso, ossessivo e compulsivo attaccamento alla singola parola e accanimento al singolo versetto, è di matrice eretica e satanica.

Quando S. Girolamo dice << anche l'ordine delle parole è un mistero >> (Ep 57,5), va inteso alla luce della sua profonda venerazione per la Sacra Scrittura, non certamente secondo un concetto fondamentalista e distorto.
L'ispirazione considerata in chiave teantropica garantisce un'esegesi più profonda e permette al fedele di oggi, facilmente scandalizzabile, di accostarsi alla Bibbia con meno timore.
Così un racconto storico, il cui autore è stato ispirato da Dio affinché fosse riportato, va letto considerandone la mentalità. Così, nel linguaggio dell'epoca, guerre permesse da Dio affinché il popolo eletto venisse preservato da culti pagani e poter ricevere il Cristo, diventano comandi espliciti del Signore. Viceversa, una guerra persa una punizione.
Nel linguaggio semitico tutto appare come atto positivo di Dio, anche quando evidentemente non è così. Se così non fosse, dovremmo forse considerare letteralmente il seguente passo?

Mt 6,13 << e non indurci (eiseneghkesin, portare/introdurre/indurre) in tentazione >> .

Leggendo alla lettera, è Dio stesso che fa o non fa “entrare” nella tentazione, eppure il significato reale di ciò che si vuole esprimere è “non permettere che entriamo nella tentazione”.
I racconti dell'Antico Testamento, inoltre, prima di essere messi per iscritto, furono tramandati oralmente per secoli e arricchiti della fervida immaginazione popolare (ribadisco arricchiti, non distorti) il tutto così riportato per volere di Dio.
Bisogna poi tener conto dei generi letterari, per cui il genere storico non è quello profetico e così via.
Detto questo, un lettore debitamente informato, non si scandalizza di certo incontrando un passo come il seguente:


1Sam 15,3/18-23  << (il Signore si rivolge a Saul N.d.A) Va', dunque, e colpisci Amalek, e vota allo sterminio quanto gli appartiene; non risparmiarlo, ma uccidi uomini e donne, bambini e lattanti, buoi e pecore, cammelli e asini... (Samuele a Saul) - Il Signore ti aveva mandato per una spedizione e aveva detto: “Va', vota allo sterminio quei peccatori di Amaleciti, combattili finché non li avrai distrutti”. Perchè dunque non hai ascoltato la voce del Signore e ti sei attaccato al bottino e hai fatto il male agli occhi del Signore? - Saul insisté con Samuele: “Ma io ho obbedito alla parola del Signore, ho fatto la spedizione che il Signore mi ha ordinato, ho condotto Agar, re di Amalek, e ho sterminato gli Amaleciti. Il popolo poi ha preso dal bottino bestiame minuto e grosso, primizie di ciò che è votato allo sterminio, per sacrificare al Signore, tuo Dio, a Galgala” Samuele esclamò: “Il Signore gradisce forse gli olocausti e i sacrifici quanto l'obbedienza alla voce del Signore? Ecco, obbedire è meglio del Sacrificio, essere docili è meglio del grasso degli arieti. Sì peccato di divinazione è la ribellione, e colpa e terafim l'ostinazione. Poichè hai rigettato la parola del Signore, egli ti ha rigettato come re >>.

Il racconto, non la forma in cui viene presentato, è storico: Saul, secondo le direttive di Samuele, mosse guerra agli Amalechiti; trasgredito il comando, fu cacciato.
Questa narrazione, per ispirazione divina, fu presentata in una forma che permetta di scorgere un ammonimento per le generazioni più prossime (oltre che, a livello letterale, un importante documento storico del popolo d'Israele), e un insegnamento per noi cristiani. I livelli di lettura, infatti, sono tre: letterale, morale e spirituale.

Dato che tutto l'Antico Testamento viene trasfigurato alla luce del nuovo, i padri della Chiesa attestano che, dei racconti veterotestamentari inerenti le guerre – permesse al popolo ebraico così da mantenersi integro per la venuta del Signore – va applicata una lettura morale spirituale da cui trarre insegnamenti.
Leggendo attentamente si ricava che Saul, ad un comando di Dio, ha opposto la sua intenzione di offrire sacrifici al Signore, considerandola più nobile e gradita. Si trattava di un atto rivolto a Dio come complemento al compito assegnato, eppure il Signore non gradì e Samuele rimproverò Saul duramente. 
Questo deve indurci a essere vigili e analizzare bene le nostre intenzioni più recondite, così da fare sempre la volontà di Dio senza indugio, accettandola senza disquisire anteponendo un nostro ideale o semplice intenzione che, per quanto nobile, contrasta con la Sua volontà. E' importante tenere sempre a mente che senza l'assenso del Signore nulla è benedetto, e l'umano impegno o la nobile intenzione non potranno mai produrre qualcosa di superiore a ciò che Dio stabilisce.


In questi giorni ho trovato qualcuno che citava un passo di Ezechiele – debitamente frainteso - evidenziando da un lato l'incoerenza e dall'altra la “cattiveria” di Dio, al fine di screditare le Scritture.

Ez 20,25-26 << Allora io diedi loro persino leggi non buone e norme per le quali non potevano vivere. Feci sì che si contaminassero nelle loro offerte, facendo passare per il fuoco ogni loro primogenito, per atterrirli, perché riconoscessero che io sono il Signore.
Ez 20,30-31 << Così dice il Signore Dio: Vi contaminate secondo il costume dei vostri padri, vi prostituite secondo i loro abomini, vi contaminate con tutti i vostri idoli fino ad oggi, presentando le vostre offerte e facendo passare per il fuoco i vostri figli, e io mi dovrei lasciare consultare da voi, uomini d'Israele? >>.

Tutto ciò che nella prima citazione è prescrizione di Dio, nella seconda diventa libera trasgressione del popolo che decide di seguire costumi abominevoli.
Qui il problema, oltre alla contraddizione, è che Dio dice di aver dato leggi non buone che prescrivono addirittura il sacrificio di bambini.
Può Dio dare leggi non buone? Certo che no. Infatti il primo passo non va letto secondo la mentalità ebraica, in cui tutto è azione diretta di Dio, ma come permissione, lasciandoli al loro arbitrio, ammonendoli in seguito a causa della loro trasgressione

Molte incongruenze possono essere superate, ma non tutte. Alcune rientrano semplicemente in quell'imperfezione umana che necessariamente viene riflessa nel testo, così è per la contraddizione fra 1Re 22,44 e 2Cr 17,6 che ho riportato, diversamente invece per quanto riguarda il racconto della creazione in Gn 1,26 e Gn 2,4ss, del quale non va offerta una lettura fondamentalista. La contraddizione, infatti, sussiste solamente se si considera l'esegesi fondamentalista.
I racconti sono due e attestano due tradizioni differenti, difatti per tutto il primo racconto Dio viene chiamato unicamente Elohim, mentre in tutto il secondo racconto YHWH. Il redattore, sempre per volere di Dio, ha fuso queste due tradizioni a lui giunte facendone un racconto unico.
La prima parte del racconto ha un carattere maggiormente storico, oserei dire quasi scientifico (non secondo gli attuali criteri di storicità e scientificità, s'intende), non a caso l'ordine degli eventi si può raccordare alla visione moderna; la seconda, invece, ha attributi archetipici. Dal primo racconto apprendiamo l'ordine degli eventi; dal secondo, invece, la preminenza dell'uomo: a simboleggiare ciò, l'uomo viene creato per primo.


L'utilizzo della versione del Testo Masoretico, sia per quanto riguarda il canone, sia nella traduzione, è funzionale alla teologia protestante. Abbiamo però visto che la versione utilizzata dagli Apostoli e quasi all'unanimità dai primi padri della Chiesa è la Settanta.

Facile, insomma, giustificare le eresie attraverso un presunto esclusivismo biblico, se questo è attuato per mezzo di scritture corrotte. Il discorso vale anche per quanto riguarda le critiche mosse dai protestanti verso alcune dottrine delle chiese di origine apostolica, che a detta loro non si riscontrano nella Bibbia. Certamente non si riscontrano, ma nella loro falsa Bibbia! Infatti né i Padri, né la versione da essi utilizzata, corrisponde a quella dei protestanti.

Perché la Bibbia dei Settanta è la vera Bibbia - 2° Parte

Continua dalla prima parte.

Ora, o i Cristiani hanno preso un abbaglio con tutte queste (e altre) citazioni profetiche (ma noi non lo crediamo, giusto?), oppure dobbiamo considerare proprio la Settanta come la versione che i cristiani dovrebbero adottare. Singolare che i protestanti in tutto vogliano imitare i primissimi Cristiani, basandosi esclusivamente sulle Scritture, fuggendo ogni testo estraneo, provando avversione per tutto ciò che devii – anche di poco – dalla prassi apostolica, e poi rifiutino la versione utilizzata dagli Apostoli stessi, dando credito a coloro che alimentarono la polemica anticristiana e che screditarono per questi motivi la Settanta. La versione che i protestanti utilizzano, tratta dal Testo Masoretico, è figlia del giudaismo anticristiano. 
Il discorso vale anche per il canone biblico: il concilio di Jamnia del 90 d.C (dove sarebbe stato stabilito il canone ebraico), infatti, è oramai considerato dagli studiosi un falso storico. In ogni caso, dalla discesa dello Spirito Santo sugli Apostoli il giorno di Pentecoste, l'autorità divina è passata in mano ai Cristiani, gli unici autorizzati in materia di fede; non certamente gli Ebrei, che misero a morte il Messia preannunciato dai profeti, e decretarono apocrifi gli scritti del Nuovo Testamento. Che senso avrebbe, per quanto riguarda il canone biblico, considerare il supposto concilio di Jamnia, dal momento che esclusero gli scritti del Nuovo Testamento dal novero dei libri ispirati? Lo Spirito Santo si è diviso tra Cristiani e Giudei al momento di decretare il canone? La certezza è che nessuno dei Cristiani partecipò mai né ad un ipotetico concilio di Jamnia, né ad altri concili, eccetto ovviamente i propri, nei quali veglia in perpetuo lo Spirito Santo.

Secondo studi filologici, la stesura della Settanta si colloca attorno al II secolo a.C. e secondo la tradizione venne commissionata dal sovrano egizio Tolomeo II (III secolo a.C.). I manoscritti più antichi risalgono all'epoca stessa della stesura; manoscritti quasi completi risalgono invece al IV d.C. e sono i Codici Vaticano e Sinaitico. Inoltre, la scoperta dei papiri di Qumran, ha portato al ritrovamento di manoscritti di lingua ebraica e aramaica dei libri fino ad allora ritenuti scritti originariamente in greco. 
Il Testo Masoretico, invece, considerato dai Protestanti, è stato redatto da Ebrei vissuti dopo l'avvento del Cristianesimo – quindi ben posteriore rispetto Settanta – i quali sono andati alla ricerca di fonti che meno potessero sposarsi con le dottrine cristiane. I Manoscritti completi più antichi risalgono addirittura al IX secolo.
I Protestanti si appellano all'opinione di qualche padre della Chiesa (ricorrono ai padri solo quando fa comodo a loro) che ha messo in dubbio l'ispirazione dei libri assenti nel canone ebraico, tra questi San Girolamo. La polemica sollevata dai giudei, infatti, contaminò anche le opinioni di alcuni cristiani, e questa eco si fece risentire per parecchi secoli. Non è però l'opinione del singolo padre a decretare una Verità in materia di fede, ma, come dice San Vincenzo di Lerino, il consenso generale della Chiesa Cattolica (Universale, cioè quella Ortodossa, non papista).
Alcuni padri che in teoria sembra negassero l'ispirazione dei libri esclusi dal canone ebraico, nella pratica si smentiscono citando sovente i libri in essa contenuti, come ad esempio Origene che solo nell'opera “De principii” cita una trentina di volte i libri del canone lungo. Questo è sintomatico della diatriba che contagiò, come dissi poco sopra, i Cristiani stessi.

Dando un rapido sguardo alla considerazione dei suddetti libri come ispirati, in seno ai primi secoli della Chiesa, vediamo come non solo il Nuovo Testamento faccia spesso riferimento a questi, ma anche gli scrittori sub-apostolici, gli apologeti del II secolo e quasi tutti i padri dei secoli successivi. Ecco un elenco di alcuni degli scrittori cristiani dei primi due secoli che citano i passi di uno o più libri del “canone lungo” come ispirati: Clemente Romano (? - 97), Ignazio di Antiochia (35 – 107), Policarpo di Smirne (69-155), Giustino di Nablus (100 - 165), Atenagora di Atene (133 – 190), Ireneo di Lione (130 – 202), Clemente di Alessandria (150 – 215), Tertulliano (160 - 220), oltre agli autorevoli scritti della Didachè (fine I secolo) e il Pastore di Erma (inizio II secolo).



Ecco i pareri di alcuni di loro:

Giustino << Ma neppure do credito ai vostri maestri, i quali non riconoscono come valida la versione fatta dai settanta anziani per iniziativa di Tolemeo re d'Egitto e si provano piuttosto a fare da essi stessi una loro traduzione >> (Dialogo con Trifone 71).
Questa è una testimonianza (di parte, certo, ma perché dar credito alla controparte, se noi siamo Cristiani?) del fatto che gli Ebrei si mossero a screditare la Settanta.

Ireneo di Lione << Gli Apostoli infatti che sono anteriori a costoro (gli altri traduttori N.d.A) convengono con la predetta versione (la Settanta) e la nostra versione concorda con quella degli Apostoli. Pietro e Giovanni, Matteo e Paolo, gli altri ancora e i loro discepoli annunciarono tutte le cose profetate nel modo che è contenuto nella versione degli anziani >> (Contro le eresie III 21,3).

Clemente di Alessandria << Demetrio Falerio ha portato i migliori materiali per la traduzione perché i macedoni erano anche in Asia e il re era ambizioso di ampliare la sua biblioteca con ogni genere di scritto. (…) Non erano alieni di ispirazione divina tanto i profeti quanto i traduttori >> (Stromata I,22).

Sempre riguardo il canone dell'Antico Testamento, Agostino stilò un elenco dei libri sacri canonici (La Dottrina Cristiana, Libro II 8.13), che corrisponde a quello del concilio di Cartagine del 397 e alle Decretali di Gelasio (tradizionalmente fine V secolo, ma la datazione è incerta).

<< Le Scritture canoniche sono: Genesi, Esodo, Levitico, Numeri, Deuteronomio; Giosuè, Giudici, Ruth, i quattro dei Re, i due dei Paralipomeni, Giobbe, Salterio di David, cinque libri di Salomone [Proverbi, Ecclesiaste, Cantico dei Cantici, Sapienza, Ecclesiastico], i dodici Profeti [i minori: Osea, Gioele, Amos, Abdia, Giona, Michea, Naum, Abacuc, Sofonia, Aggeo, Zaccaria, Malachia], Isaia, Geremia, Daniele, Ezechiele, Tobia, Giuditta, Ester, i due di Esdra [Neemia ed Esdra], i due dei Maccabei. Del Nuovo Testamento quattro libri di Evangeli, un libro di Atti degli Apostoli, tredici lettere di Paolo apostolo, una del medesimo agli Ebrei, due di Pietro, tre di Giovanni, una di Giacomo, una di Giuda, l’Apocalisse di Giovanni >> (Concilio di Cartagine del 397).

Agostino elenca ben sei libri estranei al canone ebraico: Sapienza, Ecclesiastico (Siracide), Giuditta, Tobia, 1 e 2 Maccabei.
E' da intendersi che quelli da lui nominati sono i libri in uso presso i latini, senza che vi sia intenzione di escludere dal novero degli ispirati gli altri libri della Settanta (come invece fecero erroneamente col Concilio di Trento). Questo è da dedursi sulla base delle parole dello stesso Agostino:

<< Tuttavia (cioè, nonostante vi siano altre versioni N.d.A) la Chiesa ha accettato quella dei Settanta, come se fosse l'unica e la usano i popoli cristiani di lingua greca, la maggior parte dei quali non sa se ve ne sia un'altra qualsiasi. Della traduzione dei Settanta si ha anche la traduzione in latino, che usano le Chiese di lingua latina (probabilmente in essa non erano contenuti tutti i libri, per questo Agostino non cita tutti i libri N.d.A), sebbene ai nostri giorni sia vissuto il prete Girolamo, uomo assai colto e conoscitore delle tre lingue, il quale ha tradotto i libri della Bibbia in latino, non dal greco ma dall'ebraico. Ma sebbene i Giudei ritengano valida la sua opera erudita e sostengano che i Settanta hanno parecchi errori, tuttavia le Chiese di Cristo giudicano che nessuno si deve preferire all'autorevolezza di tanti uomini (i traduttori della Settanta N.d.A), scelti da Eleazaro, pontefice in quel tempo, a un'opera così grande >> (Città di Dio XVIII, 43).

Ad Oriente, invece, quasi unanimemente furono considerati ispirati tutti i libri contenuti nella Settanta, e ancora oggi, nella Bibbia Ortodossa, è contenuto per intero tutto il canone. Tuttavia, non vi è mai stata la necessità di ratificare con autorità ciò che nella Tradizione si era consolidato come canonico e che, a differenza che in Occidente, non fu soggetto a grosse dispute.
Solo nel VII secolo, infatti, l'eminente concilio di Trullo, in modo piuttosto generico, confermò come ispirato il canone 85 dei “Canoni degli Apostoli”, i quali fanno parte della più ampia opera “Costituzioni Apostoliche” (IV secolo), ma sono di eredità apostolica.
Riguardo l'Antico Testamento il canone dice: 

<< Siano Venerati e Santi a voi tutti uomini di Chiesa, chierici e laici, le seguenti Scritture dall'Antico Testamento: I 5 libri di Mosè: Genesi, Esodo, Levitico, Numeri, Deuteronomio; uno di Giosuè, figlio di Navi; uno dei Giudici; uno di Rut; quattro dei Re; due dei Paralipomeni, libro dei giorni; due di Esdra; due di Ester (alcuni testi leggono: “uno di Ester; uno di Giuditta” N.d.A); tre dei Maccabei; uno di Giobbe; uno il Salterio; tre di Salomone: Proverbi, Ecclesiaste, Cantico dei Cantici; dodici dei profeti; uno di Isaia; uno di Geremia; uno di Ezechiele; uno di Daniele. Abbiate cura che i vostri giovani apprendano bene i libri della Sapienza dell'erudito Sirach (Coi quali si intendeva sia l'Ecclesiastico che la Sapienza, attribuite tradizionalmente a Sirach, come attesta Agostino nel secondo libro de “La Dottrina Cristiana”, il quale scrive: “Difatti gli altri due libri, intitolati uno la Sapienza e l'altro l'Ecclesiastico, per una certa somiglianza vengono detti di Salomone. E' in effetti tradizione quanto mai costante che li abbia scritti Gesù figlio di Sirach”, N.d.A ) >>.
Dei Libri estranei al canone ebraico, citati in questa testimonianza, vi sono: Sapienza, Ecclesiastico, Ester greco (e/o Giuditta, in base al testo di riferimento) e ben tre libri dei Maccabei. 
A quei tempi era difficile reperire i testi e spesso le Chiese non avevano a disposizione tutta la Scrittura. Gli elenchi, presenti in varie testimonianze, potevano variare dipendentemente dai libri che erano disposizione, e l'assenza di alcuni libri dagli elenchi non è indice assoluto di esclusione, motivo per cui, in Oriente, furono accolti tutti i libri della Settanta, in perfetto accordo con la considerazione che questi godevano presso gli Apostoli.

Trovo ci sia dell'assurdo nell'utilizzare una versione differente da quella impiegata dagli Apostoli; muovo questa critica nei confronti di tutte le confessioni non ortodosse, come la chiesa papista, che preferisce la versione masoretica laddove corrisponde a grandi linee a quella greca, mentre utilizza ovviamente la Settanta per i libri che loro chiamano “deuterocanonici” (che sono quelli esclusi dal canone ebraico), ed entrambe le versioni, accostandole, quando testo greco ed ebraico sono differenti (come per il libro di Ester); le potenziali incongruenze fra le citazioni presenti nel Nuovo Testamento e il corrispondente versetto dell'Antico Testamento sono stemperate ricorrendo – nello specifico di quel passo – alla Settanta (come per Is. 7,14 tradotto dalla CEI 2008 con “la vergine concepirà”). Il risultato è quello di un collage discretamente riuscito, ma di dubbia coerenza interna: se la Bibbia - per noi Cristiani - è un unico grande libro, composto sì nel corso dei secoli, ma avente unità e organicità interni ben delineati, la coesione di tutti gli elementi è garantita proprio dall'utilizzo della Settanta come unico testo dell'Antico Testamento.

Vedremo ora dei riferimenti neotestamentari ai libri esclusi dal canone ebraico.

Eb. 1,3 << Egli è irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza, e tutto sostiene con la parola della sua potenza >>, si rifa a:
Sapienza 7,25 << E' infatti un'emanazione della potenza divina e un'irradiazione tutta pura della gloria di Dio >>.
Quest'ultimo passo, essendo la sapienza attributo cristologico, risulta profetico; in tale prospettiva tutto il libro della Sapienza è eminentemente messianico, eliminarlo dal canone significherebbe rinunciare ad un'autentica ispirazione profetica, colta dagli scrittori cristiani.

Il potere di Dio sulla vita e sulla morte, riportato in Sapienza, viene ripreso dall'Apocalisse in riferimento al Cristo:

Sap. 16,13 << Tu infatti (il Signore N.d.A) hai potere sulla vita e sulla morte, conduci alle porte del regno dei morti e fai risalire >>.
Ap. 1,18 << Fui morto, ma ora eccomi vivo per i secoli dei secoli; nelle mie mani le chiavi della Morte e dell'Ade.

Ecco un brano adempiuto alla lettera:

Sap. 2:18 << (dicono - gli empi - fra loro sragionando) Se infatti il giusto è figlio di Dio, egli verrà in suo aiuto e lo libererà dalle mani dei suoi avversari >>. Nel Vangelo infatti troviamo: 
Mt. 27,43<< Ha confidato in Dio; lo liberi lui, ora, se gli vuol bene. Ha detto infatti: “Sono Figlio di Dio”! >>.

Tutta la parte finale del secondo capitolo della Sapienza preannuncia il Cristo. Vale la pena riportare il brano.

Sap 2,12-20 << Tendiamo insidie al giusto, che per noi è d'incomodo e si oppone alle nostre azioni; ci rimprovera le colpe contro la legge e ci rinfaccia le trasgressioni contro l'educazione ricevuta. Proclama di possedere la conoscenza di Dio e chiama sé stesso figlio del Signore.
E' diventato per noi una condanna dei nostri pensieri; ci è insopportabile solo al vederlo, perché la sua vita non è come quella degli altri, e del tutto diverse sono le sue strade. Siamo stati considerati da lui moneta falsa, e si tiene lontano dalle nostre vie come da cose impure. Proclama beata la sorte finale dei giusti e si vanta di avere Dio per padre. 
Vediamo se le sue parole sono vere, consideriamo ciò che gli accadrà alla fine. Se infatti il giusto è figlio di Dio, egli verrà in suo aiuto e lo libererà dalle mani dei suoi avversari. Mettiamolo alla prova con violenze e tormenti, per conoscere la sua mitezza e saggiare il suo spirito di sopportazione. Condanniamolo a una morte infamante, perché, secondo le sue parole, il soccorso gli verrà >>.

E ancora, un passo in cui il legno figura la Croce di Cristo:

Sap 14,7 << Benedetto è il legno per mezzo del quale si compie la giustizia >>.  

Paolo utilizza il libro della Sapienza per fare il celebre discorso sui vasi di elezione, discorso caro ai protestanti che credono alla predestinazione.

Sap 15,7 << Un vasaio, impastando con fatica la terra molle, plasma per il nostro uso ogni vaso. Ma con il medesimo fango modella i vasi che servono per usi nobili e quelli per usi contrari, tutti allo stesso modo; quale debba essere l'uso di ognuno di essi lo giudica colui che lavora l'argilla >>
Rm 9,20-21 << Oserà forse dire il vaso plasmato a colui che lo plasmò: “perché mi hai fatto così?”. Forse il vasaio non è padrone dell'argilla, per fare con la medesima pasta un vaso per uso nobile e uno per uso volgare? >>.

Perché la Bibbia dei Settanta è la vera Bibbia - I° parte

Il servo di Dio, Giustino Ottazzi, in un saggio diviso in tre parti, ci parla dell'importanza della Septuaginta nella Cristianità ortodossa

La Bibbia è uno strumento nato in seno alla Chiesa e per la Chiesa. Una confessione, dunque, non può nascere a partire dalle Scritture, sarebbe illegittimo. La Bibbia nasce a partire dalla Tradizione, come parola scritta di quella parte del deposito affidato alla Chiesa.
Dando un veloce sguardo ai libri della Bibbia, salta subito all'occhio la presenza di un numero minore di libri adottati dai protestanti per via di un canone differente del Vecchio testamento: Sessantasei libri (AT+NT) rispetto ai settantatré del canone adottato dalla Chiesa Romana e i settantotto di quello della Chiesa Ortodossa (considerando Susanna e Bel il drago come Daniele 13 e 14, capitoli assenti nelle versioni protestanti, e la lettera di Geremia come Baruc 6).

La motivazione risiede nella decisione di Lutero di escludere i libri rifiutati dal canone ebraico (inclusi invece nella versione dei “Settanta”), basandosi sull'autorità ebraica in merito ai testi sacri dell'Antico Testamento. Questo è un errore piuttosto grossolano e facilmente smascherabile, infatti l'autorità in materia biblica e l'assistenza dello Spirito Santo passarono ai Cristiani, il nuovo Israele.
Gli Ebrei istigavano i Romani a perseguitare i Cristiani, decretarono i Vangeli come eretici e misero mano al canone biblico per screditare la versione utilizzata dai Cristiani. Questa versione, fino a quel momento, godeva della massima considerazione presso tutto il popolo ebraico, era letta abitualmente nelle sinagoghe e non vi erano dubbi circa la completa ispirazione di tutti i libri.
Come fa notare la Società Biblica di Ginevra (che è protestante) le citazioni presenti nel Nuovo Testamento sono fatte quasi esclusivamente a partire dal testo greco della Settanta, ciò a riprova dell'effettivo utilizzo di tale versione da parte dei Cristiani.
Che la Settanta sia una traduzione in greco del testo ebraico non ne fa una versione meno autorevole, infatti la Tradizione cristiana riconosce l'ispirazione dei traduttori, i quali scelsero sotto ispirazione la versione da tradurre, e svelarono di molti passi il significato spirituale più profondo. Ciò è facilmente dimostrabile analizzando questa celebre citazione di Matteo:


Mt. 2,22-23 << Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: “Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio: a lui sarà dato il nome di Emmanuele”, che significa Dio con noi >>.


Una antica Bibbia russa miniata

Matteo cita il testo greco, mentre il testo ebraico recita:

Is. 7,14 << Ecco, la giovane concepirà, partorirà un figlio, e lo chiamerà Emmanuele >>.

La Settanta svela così il senso pieno della Scrittura, probabilmente sconosciuto al redattore. Se il lavoro di traduzione avesse portato ad un deterioramento del messaggio rivelato, il Vangelo sarebbe ingannatore a riportare la profezia che, considerando la versione greca, è da riferirsi a Gesù Cristo.
S. Agostino spiega molto accuratamente la questione, riporto un estratto del suo discorso in merito alle versioni della Scrittura.

<< Dato che in loro apparve un segno così manifesto dell'intervento divino, è fedele quel traduttore dei libri della sacra Scrittura dall'ebraico a qualsiasi altra lingua che conviene con i Settanta, o se non conviene, si deve avvertire in quel passo un profondo significato profetico. Lo Spirito, che agiva nei Profeti quando hanno parlato, agiva anche nei Settanta quando hanno tradotto. È possibile che lo Spirito, con autorità divina, abbia suggerito un altro significato nella versione come se il Profeta avesse inteso l'uno e l'altro, poiché era il medesimo Spirito a parlare in ambedue i sensi, o meglio il medesimo significato diversamente cosicché, se non le medesime parole, almeno ai buoni intenditori apparisse il medesimo significato. Ha potuto far tralasciare qualcosa e qualcosa aggiungere affinché anche da questo fatto si mostrasse che in quell'attività non prevaleva l'umana soggezione, che il traduttore subiva dalle parole, ma un divino potere che riempiva e guidava l'intelligenza del traduttore >> (Città di Dio XVIII, 43).


I traduttori, nel loro lavoro, hanno portato ad un'attualizzazione ispirata del messaggio rivelato, attraverso il processo del midrash e l'utilizzo dei termini greci, permettendo una precisazione dei significati e persino un loro sviluppo.
Un esempio è la traduzione del termine “speranza”, reso in greco con due termini differenti a seconda della sfumatura, “elpizein” che è la speranza riposta in Dio, oppure “pepoithenai”, la vana speranza .
Con la traduzione dei Settanta si attua la necessaria preparazione all'avvento del Cristianesimo; se la Legge era il pedagogo che doveva portare gli Ebrei al Cristo, la Settanta era il pedagogo che preparava la successiva missione universale della Chiesa. L'utilizzo del greco preannuncia la promessa ai pagani, permette al Cristianesimo di affacciarsi più preparato al confronto con la filosofia greca, e di cogliere le sfumature necessarie ai successivi sviluppi teologici. Non volgare commistione, ma profetico arricchimento.
Si pensi solamente ad un fatto: le nazioni che non potevano comprendere l'ebraico come avrebbero potuto accostarsi alle Scritture, se queste non fossero state tradotte per volontà divina? E in tutto questo, forse Dio non avrebbe guidato i traduttori affinché riportassero veracemente il Suo messaggio?
Se le profezie sul Cristo sono meglio intellegibili e corrispondono maggiormente, non è indice questo che tale versione è sorta per ispirazione divina? Non dimostra oltre ogni ragionevole dubbio che questa è la versione di cui i Cristiani dovrebbero servirsi? Adottare il Testo Masoretico (sorto, come vedremo dopo, a discredito della Settanta, poiché profetizzava con incredibile chiarezza il Messia professato dai Cristiani) significa impoverire la nostra fede e il valore profetico dell'Antico Testamento.
I Padri della Chiesa non considerarono la Settanta come una copia, ma come originale parola divina, la Scrittura che per volere di Dio volge in sé stessa lo sguardo, interrogandosi e scoprendosi, aprendosi e proiettandosi, da parola per il popolo di Israele a parola per il nuovo Israele: il mondo intero che anela a Dio.

La teologia evangelica e la conoscenza della Sacra Scrittura da parte dei primi Cristiani si basavano sulla Settanta: è dunque essa la versione autenticamente cristiana dell'Antico Testamento.
San Giustino Martire (100 - 165) è un testimone della diatriba in merito alle Scritture, e vedeva – a ragione – l'utilizzo di versioni differenti dalla Settanta come un attentato all'autentica parola di Dio: nel II secolo, infatti, le traduzioni in greco di Aquila e Teodozione erano viziate dalla vena polemica.

<< Se infatti colui del quale parlava Isaia non avesse dovuto nascere da una vergine, di chi mai lo Spirito Santo esclama: Ecco il Signore stesso vi darà un segno; ecco la vergine concepirà a partorirà un figlio? E se, al pari di tutti gli altri primogeniti, anche questo doveva nascere da un rapporto carnale, perché mai Dio avrebbe detto di voler porre un segno, che non è cosa da tutti i primogeniti? (…) Ma anche in questo caso voi osate manipolare la traduzione fatta dai vostri settanta anziani presso Tolomeo, re d'Egitto, e dite che la Scrittura non ha il testo da loro reso bensì questo: Ecco, la fanciulla concepirà, come se fosse segno di chissà quali prodigi il fatto che una donna dopo una relazione sessuale partorisca, cosa che capita a tutte le giovani donne salvo alle sterili >> (Giustino - Dialogo con Trifone 84,1 e 3).

Il discorso, al di là della questione sulla manipolazione (che personalmente condivido), concettualmente non fa una grinza.

Dopo di lui, anche Ireneo di Lione (130- 202) tratta in merito alla citazione di Isaia.

<< Non è perciò vera l'interpretazione di alcuni che usano tradurre la Scrittura così: “ecco, una giovane porterà nel seno e partorirà un figlio” come fecero Teodozione di Efeso e Aquila del Ponto, entrambi proseliti giudei >> (Contro le eresie III 21,1)


Ma i passi messianici svelati dalla Settanta e attestati dal Nuovo Testamento sono svariati. Eccone alcuni:
At 2,27 << perché tu non abbandonerai l'anima mia negli inferi, né permetterai che il tuo Santo subisca la corruzione >>.
Il Testo Masoretico del Salmo 16 (15),10 riporta: << ...né lascerai che il tuo fedele veda il sepolcro >>.
Pietro, nel suo discorso di Pentecoste, ha inteso il passo in senso messianico, messo in luce dal termine “corruzione”. In effetti, dal punto di vista simbolico, il termine sepolcro è da intendersi nel significato di corruzione, dato che imprescindibilmente ogni uomo – giusto o ingiusto, fedele o infedele – andrà a finire nella tomba. Non è un caso se proprio la Settanta, sotto speciale assistenza da parte dello Spirito Santo, è riuscita a rendere il significato spirituale che si cela dietro i termini, dei quali spesso anche gli agiografi stessi ne erano all'oscuro.

At 8,33 << La sua generazione chi potrà raccontarla? >>
Testo masoretico Is 53,8 << chi si affligge per la sua posterità? >>.
Filippo, ripieno di Spirito Santo, intende quel passo di Isaia come profetico. Ora, ci si domanda per quale motivo ci si dovrebbe affliggere per coloro che sono il popolo predestinato alla gloria (Rm 8,29-30). Inoltre, la patristica dei primi secoli ha sempre inteso la generazione in relazione alla nascita verginale di Cristo, non alla posterità.

Queste discrepanze costringono la Conferenza Episcopale Italiana a delle acrobazie. Ecco come viene tradotto il versetto di At: << La sua discendenza chi potrà descriverla? >>. Probabilmente alle menti forbite dei traduttori sfugge un po' di patristica.

Eb 10,5 << Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato >>
Testo masoretico Sal 40 (39), 7 << Sacrificio e offerta non gradisci, gli orecchi mi hai aperto >>.


Qui, col Testo Masoretico, si perde il senso dell'incarnazione.

venerdì 13 gennaio 2017

Regole d'Etichetta nella Chiesa Ortodossa

Dal sito di St. Elizabeth Convent un articolo sull'etichetta nella Chiesa Ortodossa. L'articolo è stato accorciato rispetto l'originale


Nel Parlato

Durante una conversazione, dovremmo chiamare "padre" i nostri sacerdoti. I vescovi dovrebbero essere chiamati "vostra grazia" e, sebbene tutti i vescovi (inclusi i patriarchi) abbiano lo stesso carisma, alcuni fra loro hanno differenti doveri e responsabilità nei loro ruoli, e pertanto hanno ranghi differenti. "La vostra eminenza" è il titolo degli arcivescovi, dei metropoliti e degli arcivescovi autocefali, anche se l'Arcivescovo di Atene ha il diritto speciale ad esser chiamato "beatitudine". Il titolo di "vostra beatitudine" è proprio di tutti i patriarchi a eccezione del Patriarca Ecumenico, che ha il titolo di "Sua Santità" (è da osservare come, ormai, anche il patriarca di Mosca si fa chiamare "sua santità" n.d.t.). Quando si incontra un sacerdote o un vescovo, ci si inchina e si chiede la benedizione con il palmo della mano destra sovrapposto a quello della sinistra, dicendo "padre, benedici" (o "benedici, maestro / signore / eminenza" etc.). E' buon costume baciare la mano del benedicente. Al telefono si seguono le medesime regole del parlato. 

Le mogli dei chierici

Le mogli dei chierici sposati condividono, in una certa misura, la vita spirituale del marito, giacché sono una sola carne con lui. Non ne condivide certo l'ufficio pubblico o il ministero, ma è comunque degna di rispetto, anche perché spesso la presbitera (la moglie del sacerdote) è una figura attiva nella vita di parrocchia. La moglie del diacono si chiama diaconissa. Ecco come chiamare la moglie del sacerdote nelle lingue delle Chiese nazionali più comuni della Diaspora:

greco: presvitéra. 
russo: màtjushka
serbo: papàdeeya
romeno: prèoteasa. 

Nelle chiese slave (e nella romena) la moglie del diacono è chiamata comunque come la moglie del prete, senza distinzione di rango. 

Per Lettera o e-mail

Quando scriviamo ad un ecclesiastico, dopo l'inserimento del nome della persona cui stiamo scrivendo, è buoncostume scrivere "padre, benedici" (o il suo titolo) anche se è una lettera. Non è appropriato concludere uno scritto con la formula << il Signore ti benedica >> se la lettera è indirizzata ad un chierico, perché potrebbe venire vista come una forma di superbia; al contrario, da un sacerdote ci si aspetta che concluda sempre i suoi scritti con una formula di benedizione. 

Formalità

In un ambiente non famigliare - come ad esempio, la visita ad una parrocchia che non si conosce - è bene utilizzare un linguaggio più formale, ed ogni rango possiede il suo titolo. Il titolo formale di un diacono è "il reverendo padre diacono" se è sposato, il "reverendo padre ierodiacono" se è monaco. Parimenti se è arcidiacono o protodiacono, segue lo stesso schema. A causa dell'influenza cattolica, si è giunti a pensare che il diacono sia un quasi-prete, mentre ha un suo ruolo specifico nella gerarchia ecclesiastica, ed è uno del clero: non è un laico. Quando si parla ad un diacono, ci si rivolge a lui con "padre diacono" o "padre", come con un sacerdote.

Il sacerdote è chiamato "padre reverendo", se è sposato, se è monaco "reverendo ieromonaco" parlando di lui ad altri. Vi sono poi delle onorificenze delle quali alcuni preti sono insigniti, come ad esempio l'arcisacerdozio o l'igumenato, l'archimandritato e quando si parla di loro o ci si rivolge ad altri, occorre nominare il loro titolo completo. 

Nella Chiesa Ortodossa, si scrive dei vescovi come "il veramente reverendo vescovo". Metropoliti, Arcivescovi e Primati delle Chiese sono appellati come "i molto reverendi". Dal momento che quasi sempre un vescovo governa una sede, il nome monastico è seguito dal titolo della città che regge come vescovo: es. sua grazia il veramente reverendo vescovo Giovanni di Palermo. E' considerata una grande violazione del codice del diritto canonico e degli antichi costumi della Chiesa il chiamare un vescovo o un monaco col proprio nome di nascita, prima dei voti monastici.

Tutti i monaci, anche i non sacerdoti, meritano l'appellativo di "padre" ("madre" per le monache), ma fra di loro si chiamano "fratello" o "sorella". 

Omelia sul Battesimo del Signore (San Massimo di Torino)

San Massimo di Torino (+465 d.C.) fu un grande oratore, compositore di grandi raccolte di omelie e di critica testamentaria, fu prima allievo di s. Ambrogio di Milano e di sant'Eusebio di Vercelli e si dedicò con costanza alla propagazione della retta fede nel Piemonte: è considerato il fondatore della arcidiocesi di Torino. Presentiamo in questo articolo un estratto del suo sermone sul Battesimo del Signore

Il Vangelo ci racconta che il Signore venne al Giordano per essere battezzato e volle che in questo stesso fiume la sua consacrazione fosse confermata da segni celesti. Non dobbiamo meravigliarci che in questo egli abbia preceduto tutti gli altri. Volle compiere per primo quello che comandava di fare, per insegnare - da buon maestro - la sua dottrina non tanto con le parole, quanto piuttosto con gli atti che compiva... E' significativo che questa festa segua, nello stesso volgere di tempo, quella della nascita del Signore, nonostante siano intercorsi degli anni fra i due avvenimenti, perché credo che tale festività celebri ancora una nascita... Là nasce come uomo e Maria, sua madre, lo riscalda stringendolo al seno; qui nasce secondo il mistero e Dio, suo Padre, lo abbraccia con la carezza della sua voce, dicendo: Questi è il mio Figlio diletto nel quale ho riposto ogni mia compiacenza, ascoltatelo (Mt. 3, 17 e 17, 5)...
Oggi dunque il Signore Gesù è venuto a ricevere il battesimo e ha voluto che il suo corpo fosse lavato nell'acqua del Giordano. Qualcuno forse dirà: «Perché ha voluto farsi battezzare se è Santo?». Ascoltami dunque: Cristo è battezzato, non per essere santificato dalle acque, ma per santificare lui stesso le acque e per purificare - lui, puro - le acque che tocca. Si tratta dunque più di una consacrazione dell'acqua che di quella del Cristo.
Dal momento in cui il Salvatore è lavato, tutta l'acqua è resa pura in vista del battesimo di noi tutti é viene purificata la sorgente, perché la grazia del lavacro passi alle generazioni che si succederanno nel tempo.  Il Cristo passa per primo attraverso il battesimo, perché i popoli cristiani seguano con fiducia il suo esempio. Così la colonna di fuoco precedette i figli di Israele nel Mar Rosso, perché la seguissero coraggiosamente nel cammino da essa indicato e, ancora per prima, attraversò le acque, per preparare la strada a quanti la seguivano. Quest'avvenimento fu, secondo la parola dell'Apostolo, una figura del battesimo (cfr. 1Cor. 10, 1 ss.) e battesimo era veramente quello in cui gli uomini erano coperti da una nube e portati dalle acque. Tutto ciò ha compiuto lo stesso Cristo nostro Signore, che, come allora aveva preceduto nella colonna di fuoco i figli d'Israele, così nel Giordano precedette nella colonna del suo corpo i popoli cristiani. La stessa colonna, dico, che illuminava gli occhi degli Ebrei in marcia, dona la luce ai cuori dei credenti. Allora essa tracciò un cammino sicuro tra le onde, ora corrobora la via della fede in questo lavacro: chi procederà intrepido, con fede, come i figli di Israele, non temerà la persecuzione degli Egiziani.

San Massimo di Torino, Homilia XXX De Epiphania, PL 57, 291-294.

martedì 10 gennaio 2017

Sulla questua, le decime ecclesiastiche e il denaro nella Chiesa

Mentre mi trovavo in uno dei miei primi viaggi in Romania, precisamente alla co-cattedrale di san Spiridione la Nuova (Bucarest), un tempio nell'affascinante stile in gotico-bizantino del XIX secolo, ebbi occasione per la prima volta in vita di rivedere dopo anni un fenomeno che l'Ortodossia della Diaspora mi aveva disabituato a vedere: la questua durante la Divina Liturgia. Al momento dell'Inno Cherubico, quando teoricamente l'intelletto dovrebbe immergersi nella contemplazione e abbandonare ogni pensiero carnale, ecco il tintinnare fastidioso del cestello delle monete. Chi non si è sentito come il fedele del film L'Avaro con Luis de Funès? disturbato dalla preghiera ardente, e anche un po' dal braccino corto. Vedere la pia donna che chiede l'offerta mi ha riportato alla mia infanzia cattolica, quando davo i miei trenta centesimi sentendomi soddisfatto - e ingenuamente orgoglioso (solo come i bambini sanno essere) del pensiero che Santa Madre Chiesa poteva salvarsi dalla bancarotta coi miei trenta centesimi. Già sono disponibili in italiano pensieri sulla decima ecclesiastica e riflessioni sul finanziamento della Chiesa, ma vorrei dare ugualmente la mia povera opinione in merito.


Il celeberrimo Louis de Funès nei panni del fedele avaro: per sorridere un po'

Il finanziamento alla Chiesa dovrebbe avere come scopo primario il mantenimento del decoro, in special modo dei locali e del culto: paramenti, candele, icone, restauri, libri. Ovviamente, in ossequio ad una tradizione bimillenaria, la Chiesa dovrebbe occuparsi anche di social caring, di attività pastorale e missionaria, rivolta verso i poveri nello spirito e nelle vicissitudini materiali. Specialmente in Diaspora, è assai raro trovare una comunità autosufficiente già dal punto di vista del decoro liturgico, figurarsi una parrocchia in grado di offrire servizi materiali al popolo di Dio. Il Signore non pretende più la decima come nell'Antico Testamento, ma ogni dono è accettato dalla Chiesa che lo sfrutterà - si spera - nel modo più fecondo possibile. Non tutti abbiamo denaro o terreni o edifici da poter donare (non siamo tutti sovrani, no?), però già organizzare una raccolta d'abiti per i poveri può fare la differenza. Spesso, il nostro amico o il nostro confratello della parrocchia, che ci pare abbia una vita decorosa, spesso è nell'inedia e nella difficoltà materiale: anche aiutare un solo uomo o una sola donna può essere un enorme soccorso all'intera comunità. Se possediamo una cifra, e non vogliamo darla tutta perché ne abbiamo bisogno, quello che verrà offerto Dio lo vedrà e ne prenderà atto, se il gesto è fatto con cuore puro. 

Possiamo aiutare la Chiesa veramente con poco. Donare libri, o comprarli dai negozietti della parrocchia; e così vale per le icone, le lampade, gli olii, le candele. Certo i sacerdoti non devono approfittarne, mettendo prezzi ridicolmente esagerati. Se qualcuno vuole aiutare la propria parrocchia, non c'è niente di meglio che domandare al consiglio parrocchiale cosa oggettivamente serva alla chiesa, e organizzare una colletta per pagare ciò che serve.

Il mantenimento del sacerdote poi è una questione spinosa: per noi in occidente è semplicemente, al momento, fuori questione, se non in parrocchie molto floride e ricche di benefattori e fedeli che si prendono carico di questo impegno. E' stato calcolato che se in una parrocchia di 200 fedeli, appena la metà, 100 parrocchiani, desse il 2% appena del proprio stipendio mensilmente, i soldi basterebbero sia per il decoro della parrocchia che per lo stipendio del sacerdote e la vita della sua famiglia. Immaginarsi se li dessero tutti! ne avanzerebbero per far del bene. La "decima", anche se non viene corrisposta in modo strettamente legalistico, è un buoncostume che hanno adottato molte congregazioni protestanti al fine di generare un introito stabile e non oneroso sui fedeli, i quali non versano nient'altro che quella quota decisa dalla parrocchia, e non si sentono perciò minimamente chiamati in causa né in debito nei confronti di possibili mancanze, perché hanno già contribuito. Ma mica possiamo chiedere questo al popolo di Dio.