mercoledì 29 ottobre 2014

Il Piccolo Scisma di Aquileia ( Storia della Chiesa )

Nel VI secolo, nel tentativo di riportare la Chiesa Indivisa all'Unità, l'Imperatore Giustiniano I ( 527-565), prendendo a modello il Concilio di Calcedonia, si ritrovò una situazione ecclesiastica spiacevole. I vescovi occidentali soprattutto e il Patriarca di Costantinopoli condannavano ogni forma di monofisismo; le sedi apostoliche di Antiochia e Alessandria invece lo professavano apertamente; gran parte della Palestina era anch'essa di teologia monofisita.

L'Imperatore decise quindi, secondo una certa politica dell'equilibrio ben nota anche ai giorni nostri, di ricordare all'ecumene cristiano quali fossero le eresie, e condannò nuovamente i Nestoriani. Raccolse così gli scritti di Teodoro di Mopsuestia ( maestro di Nestorio) una lettera di Iba di Edessa e alcuni libri di Cirillo, Patriarca d'Alessandria. Così questo documento prese il nome di "Tre Capitoli". 
I Nestoriani fuggirono in massa in Persia, e si posero sotto la protezione del vescovo di Ctesifonte, alias Patriarca di Persia.
In questi scritti si negava il termine Deipara ( Theotokos) e si puntava eccessivamente sulla difesa della doppia natura di Cristo, quasi in modo ossessivo. In questo modo, si sperava che i monofisiti, vedendosi in un certo qual modo meno vessati teologicamente, rientrassero nel pleroma. 
Per approvare queste decisioni Giustiniano convocò il Concilio di Costantinopoli II ( 553) e i vescovi orientali appoggiarono supinamente le decisioni imperiali, ratificando subito il codice. Meno accondiscendente alle pressioni fu il Papa Pelagio, ma quando fu imprigionato a Costantinopoli, dopo un periodo di galera, si decise a firmare. Fu a questo punto che in Occidente, venendo a contatto con il concilio imperiale, tra i vescovi latini scoppiò una controversia teologica. Il problema fu di interpretazione del gesto e non dottrinale, ma ebbe notevoli risvolti politici per l'epoca. 
I Vescovi di Milano e Aquileia contestarono la decisione conciliare, perché dal loro punto di vista si cadeva in questo modo nel monofisismo e questi vescovi, con la loro lettura degli eventi, credevano di veder reintegrati i non-calcedonesi senza che avessero fatto abiura dell'eresia
Ad Aquileia i vescovi suffraganei votarono per l'autoproclamazione del Patriarcato indipendente che avvenne nel 568. La sede si spostò poi a Grado ( Venezia) quando nello stesso anno i Longobardi invasero l'Italia.
Nel 586 l'esarca di Ravenna, assieme al Pontefice, in accordo entrambi con l'Imperatore, rapirono il patriarca scismatico Severo, obbligandolo a firmare l'adesione al Concilio di Costantinopoli. Egli sì accettò e riprese possesso della sua metropolia, ma si dichiarò poi nuovamente favorevole alla posizione tricapitolina, asserendo ( come era vero ) che l'adesione gli fu strappata con la forza.
Milano già nel 570 era rientrata nell'Ortodossia con un atto formale verso il Papa. Nel 638, dopo che le vittorie militari dei Longobardi filo-papali avevano distrutto i longobardi ariani ( protettori dei tricapitolini), e dopo un'intensa attività missionaria da parte di S. Colombano nelle zone istriane e austriache, fu convocato un nuovo sinodo a Pavia. Il Patriarca Pietro I rientrò in comunione con l'Ortodossia nello spirito di Calcedonia, mantenendo il suo titolo di Patriarca di Grado e Metropolita delle Venezie. 

Fonti: Paolo Diacono "Historia Langobardorum" ; "Latin West and Greek East - The Church 681-1071" del Seminario San Vladimir di New York

In foto: la chiesa patriarcale di Grado.

sabato 25 ottobre 2014

Miracolo Eucaristico in Grecia: il caso di Stavrodromi

Poiché recentemente l'autore di questo blog si domandava spesso se al Miracolo di Lanciano erano succeduti altri miracoli eucaristici che comprovano (ci fosse bisogno per le anime sempliciotte come la mia) che l'Eucarestia è il Corpo di Cristo, Dio nostro, ecco che il Buon Dio mi manda un segnale incontrovertibile della Sua divina presenza nel Calice della nuova alleanza.

Il fatto è successo nel 2010, nel piccolo villaggio di Stavrodromi ( Grecia, presso Kerkini) il 24 maggio, nella Seconda Domenica di San Matteo. ( 6 giugno, vecchio calendario). 

Il sito Mystagogy, dal quale ho appreso il fatto, ci racconta che il Disco era peraltro nuovo, mai usato e appena consacrato all'uso durante quella stessa liturgia. Il sacerdote, dopo l'Epiclesi, si è visto la prosfora immersa nel Sangue di Cristo. Ha immediatamente sospeso la Liturgia e riposto il tutto, sconvolgendo la chiesa.

San Simeone di Tessalonica (+1429) ci ricorda che la Chiesa Militante e Trionfante rappresenta il Disco, trasmutato nella realtà sovrasensibile nel Corpo di Cristo. In questo caso, si è manifestato nel mondo visibile. 

Chi pensa che sia la prima volta che accada, o che non vi crede per un certo intellettualismo, vada a farsi un bel pellegrinaggio a Lanciano, dove nel VIII secolo, durante le persecuzioni iconoclaste, un prete di sangue greco che celebrava la liturgia latina, in un'attimo di incertezza, si ritrovò fra le mani un'ostia trasmutata in carne, ancora conservata nella chiesa del paesetto abruzzese. 

A distanza di mille e più anni, abbiamo avuto una nuova manifestazione tangibile per le nostre coscienze oscurate dal pensiero moderno, che ci impone di rigettare il Credo. Mi sovviene alla mente la celebre frase dell'apologeta Tertulliano "credo quia absurdum". Credo poiché è assurdo. 


Santi Latini - San Martino di Tours

Fondatore del monachesimo gallicano, vescovo e confessore, lottò contro l'eresia ariana e il paganesimo.
Martino nacque in un avamposto dell'Impero Romano alle frontiere con la Pannonia, l'odierna pianura ungherese. Il padre, tribuno militare della legione, gli diede il nome di Martino in onore di Marte, il dio della guerra. Ancora bambino, Martino si trasferì coi genitori a Pavia, dove suo padre aveva ricevuto un podere in quanto ormai veterano, ed in quella città trascorse l'infanzia. A dieci anni fuggì di casa per due giorni che trascorse in una chiesa (probabilmente a Pavia). Nel 331 un editto imperiale obbligò tutti i figli di veterani ad arruolarsi nell'esercito romano. Venne reclutato nelle Scholae imperiali, corpo scelto di 5000 unità perfettamente equipaggiate: disponeva quindi di un cavallo e di uno schiavo. Venne inviato in Gallia, presso la città di Amiens, nei pressi del confine, e lì passò la maggior parte della sua vita da soldato. Faceva parte, all'interno della guardia imperiale, di truppe non combattenti che garantivano l'ordine pubblico, la protezione della posta imperiale, il trasferimento dei prigionieri o la sicurezza di personaggi importanti.
La tradizione del taglio del mantello
In quanto circitor eseguiva la ronda di notte e l'ispezione dei posti di guardia, nonché la sorveglianza notturna delle guarnigioni. Durante una di queste ronde avvenne l'episodio che gli cambiò la vita (e che ancora oggi è quello più ricordato e più usato dall'iconografia). Nel rigido inverno del 335 Martino incontrò un mendicante seminudo. Vedendolo sofferente, tagliò in due il suo mantello militare (la clamide bianca della guardia imperiale) e lo condivise con il mendicante. La notte seguente vide in sogno Gesù rivestito della metà del suo mantello militare. Udì Gesù dire ai suoi angeli: «Ecco qui Martino, il soldato romano che non è battezzato, egli mi ha vestito». Quando Martino si risvegliò il suo mantello era integro. Il mantello miracoloso venne conservato come reliquia ed entrò a far parte della collezione di reliquie dei re Merovingi dei Franchi. Il termine latino per "mantello corto", cappella, venne esteso alle persone incaricate di conservare il mantello di san Martino, i cappellani, e da questi venne applicato all'oratorio reale, che non era una chiesa, chiamato cappella.
Conversione al cristianesimo
Il sogno ebbe un tale impatto su Martino, che egli, già catecumeno, venne battezzato la Pasqua seguente e divenne cristiano. Martino rimase ufficiale dell'esercito per una ventina d'anni raggiungendo il grado di ufficiale nelle alae scolares (un corpo scelto). Giunto all'età di circa quarant'anni, decise di lasciare l'esercito. Iniziò la seconda parte della sua vita.
Martino si impegnò nella lotta contro l'eresia ariana, condannata al Concilio di Nicea (325), e venne per questo anche frustato (nella nativa Pannonia) e cacciato, prima dalla Francia, poi da Milano, dove erano stati eletti vescovi ariani. Nel 357 si recò quindi nell'Isola Gallinara ad Albenga in provincia di Savona, dove condusse quattro anni di vita eremitica. Tornato quindi a Poitiers, al rientro del vescovo cattolico, divenne monaco e venne presto seguito da nuovi compagni, fondando uno dei primi monasteri d'occidente, a Ligugé, sotto la protezione del vescovo Ilario.
Vescovo di Tours

Nel 371 i cittadini di Tours lo vollero loro vescovo, anche se alcuni chierici avanzarono resistenze per il suo aspetto trasandato e le origini plebee. Come vescovo, Martino continuò ad abitare nella sua semplice casa di monaco e proseguì la sua missione di propagatore della fede, creando nel territorio nuove piccole comunità di monaci. Avviò un'energica lotta contro l'eresia ariana e il paganesimo rurale. Inoltre predicò, battezzò villaggi, abbatté templi, alberi sacri e idoli pagani, dimostrando comunque compassione e misericordia verso chiunque. La sua fama ebbe ampia diffusione nella comunità cristiana dove, oltre ad avere fama di taumaturgo, veniva visto come un uomo dotato di carità, giustizia e sobrietà.

Martino aveva della sua missione di “pastore” un concetto assai diverso da molti vescovi del tempo, uomini spesso di abitudini cittadine e quindi poco conoscitori della campagna e dei suoi abitanti. Uomo di preghiera e di azione, Martino percorreva personalmente i distretti abitati dai servi agricoltori, dedicando particolare attenzione all'evangelizzazione delle campagne. Nel 375 fondò a Tours un monastero, a poca distanza dalle mura, che divenne, per qualche tempo, la sua residenza. Il monastero, chiamato in latino Maius monasterium (monastero grande), divenne in seguito noto come Marmoutier. Nelle comunità monastiche fondate da Martino non c'era comunque ancora l'attenzione liturgica che si riscontrerà successivamente nell'esperienza benedettina grazie all'apostolato di San Mauro: la vita era piuttosto incentrata nella condivisione, nella preghiera e, soprattutto, nell'impegno di evangelizzazione.
Martino morì l'8 novembre 397 a Candes-Saint-Martin, dove si era recato per mettere pace tra il clero locale.
La sua morte, avvenuta in fama di santità anche grazie a numerosi miracoli, segnò l'inizio di un culto nel quale la generosità del cavaliere, la rinunzia ascetica e l'attività missionaria erano associate.

Da: Wikipedia: Martino di Tours

mercoledì 22 ottobre 2014

Intervista a S.E.R. Jerome di Manhattan sul Rito Occidentale

Intervista del 2013, presente sul sito ufficiale della ROCOR.
( http://www.rocorstudies.org/interviews/2013/06/17/bishop-jerome-of-manhatan-on-western-rite-in-the-rocor/ )




Diacono Andrej: Vostra Grazia, qual è l'importanza del rito occidentale oggi?

Vescovo Jerome: L'importanza è il fatto che oggi nella Chiesa ortodossa ci sono molti convertiti. Io sono uno di loro, naturalmente. E noi sentiamo che, anche se i nostri genitori, nonni, e antenati più recenti non erano ortodossi, mille anni fa i nostri antenati erano ortodossi. Questa era la loro tradizione liturgica, e noi, per questo motivo l'amiamo, desideriamo tornare ad essa, ricostruirla di nuovo come parte del patrimonio generale della Chiesa ortodossa.


Qual è il posto del rito occidentale nella storia della Chiesa ortodossa?
La Chiesa ortodossa ha molte antiche tradizioni liturgiche. Naturalmente abbiamo la tradizione greca, la tradizione russa, e ce ne sono altre. Abbiamo la tradizione alessandrina con la liturgia di san Marco, la tradizione di Gerusalemme con la liturgia di san Giacomo, e, naturalmente, c'è anche la tradizione occidentale. L'importanza di questo non è solo per chi ama una particolare tradizione, ma anche per gli studenti di teologia e gli studenti che si preparano al sacerdozio, perché, proprio come conoscere una lingua straniera rende facile impararne altre, allo stesso modo conoscere più di una forma della divina liturgia e di altri servizi rende più facile capire le altre forme.

Quando e come la Chiesa ortodossa russa permise per la prima volta l'uso del rito occidentale?
Il Rito Occidentale fu ammesso ufficialmente nel 1878, quando il Santo Sinodo in Russia approvò una forma del rito romano noto come la Liturgia di Overbeck, in latino, per coloro che si erano uniti alla Chiesa ortodossa da una tradizione occidentale, anche se per lungo tempo non ebbe un grande sviluppo. Ma all'inizio del XX secolo, quando il santo patriarca Tichon era qui a New York e costruì la cattedrale di san Nicola sulla 97a strada, c'era una congregazione di rito occidentale che serviva nella cappella di sinistra di quella cattedrale fino al momento in cui la rivoluzione interruppe la vita della chiesa e la "Chiesa vivente" sequestrò l'edificio. Quella cappella fu utilizzata di nuovo per il rito occidentale a partire dal 1962, nello stesso tempo in cui la Chiesa all'estero, sotto la direzione di san Giovanni Maksimovich riceveva un gruppo di parrocchie di rito occidentale in Francia. Esse avevano fatto parte della Chiesa russa dal 1936, ma nel 1962 un gran numero di loro si unì alla Chiesa russa all'Estero. San Giovanni Maksimovich era il loro grande sostenitore e difensore.

Lei ha menzionato, vladyka, lo sviluppo del rito occidentale sulla 97a strada. Forse questo in qualche modo ha provocato la Chiesa Russa all'Estero ad accettare il rito occidentale, dal momento che il Patriarcato di Mosca aveva già la propria comunità di rito occidentale? O non c'è alcuna relazione tra i due sviluppi?
Penso che ci possa essere stato qualche rapporto, perché proprio come il Patriarcato di Mosca ha sollevato l'anatema sul vecchio rito, così la Chiesa all'Estero ha fatto la stessa cosa un anno o due più tardi.

Per quanto capisco la storia del Rito Occidentale è stata un po' problematica. Può per favore sottolineare un rappresentante di questa tradizione che si è mantenuto stabile e fedele alla Chiesa ortodossa?
Ce ne sono diversi, ovviamente. Il più stabile è stato il defunto abate Augustine (Whitfield), che era entrato nella Chiesa ortodossa nel 1962 e nel 1975 è passato dal Patriarcato di Mosca alla Chiesa all'Estero. Non era solo fedele ma molto ostinato. Non voleva cedere ad alcuna pressione, ma ha insistito sulla continuità nel rito occidentale, per la quale aveva ricevuto una benedizione. Come risultato della sua stabilità - era un monaco benedettino - l'idea del rito occidentale è stata sempre conservata dal 1962 fino ad oggi.

Da quanto capisco, negli anni '70 la Chiesa russa all'Estero ha deciso di non accettare più alcuna parrocchia di rito occidentale. Può commentare questo fatto?
Prima di tutto, quando è stata fatta questa decisione si erano dimenticati di padre Augustine. A quel tempo ho scritto una lettera al riguardo a Vladyka Laurus e lui mi ha risposto che in quel caso la decisione non era valida perché a padre Augustine era permesso di continuare con il rito occidentale.
Capisco che fu deciso di non elencare informazioni su padre Augustine nelle liste. Così, mentre continuava nella Chiesa russa all'estero come unica comunità di rito occidentale, il suo indirizzo non fu pubblicato.
In realtà, fu lui stesso a chiederlo. Il motivo era che i russi stavano cominciando a trovarlo e lui poteva solo parlare qualche parola di russo, e ne aveva una sorta di imbarazzo.

Quindi, è stato per ragioni molto diverse rispetto a quello che pensavo che fosse. Vuole parlarci dell'atteggiamento del suo padre spirituale, vladyka Nikon, verso il rito occidentale?
Vladyka Nikon (Rklitskij) era molto favorevole al rito occidentale. Mi ha detto che il metropolita Anthony (Khrapovitskij), che era stato suo il padre spirituale, ne era molto fortemente a favore. Anche se non ha lasciato scritto nulla a riguardo, vladyka Nikon lo conosceva da vicino e personalmente ha detto che lo sosteneva. Così pure il patriarca Tichon, così san Giovanni Maksimovich e altri studenti del metropolita Anthony, come il metropolita Sergei (Stragorodskij). Avevano tutti la stessa opinione, che avevano imparato dal metropolita Anthony. Vladyka Nikon è stato anche colui che, attraverso la sua amicizia personale con p. Augustine, lo incoraggiò a entrare nella Chiesa all'estero in un momento in cui c'erano problemi con il Patriarcato di Mosca. Quindi è grazie a vladyka Nikon che il rito occidentale ha continuato.

Grazie, vladyka. Com'è cambiata la situazione della nostra Chiesa dalla decisione nel 1978?
Nel 1991 vladyka Hilarion, che allora era vescovo di Manhattan, ha ricevuto padre James (Deschene), che ora è archimandrita. Vive in Canada e ha un monastero di rito occidentale con alcuni monaci.
Il suo predecessore.

Sì.
Ho capito dalla mia conversazione di oggi con sua Eminenza che la nostra Chiesa ha recentemente modificato il nostro approccio verso il rito occidentale, in modo che questo è ora ufficialmente parte della Chiesa russa all'Estero.
Sì. È stato in un primo momento una decisione del metropolita, poi il Sinodo ha deciso nel 2010. C'è stata una decisione sinodale di creare un vicariato di rito occidentale. Il Concilio del 2011 ha confermato la decisione e ha ufficialmente istituito il vicariato di rito occidentale e me ne ha fatto vescovo vicario. Il metropolita è il vescovo ordinario per tutte le chiese di rito occidentale, e io servo come suo vicario.

Può spiegare se i servizi di rito occidentale che sono stati in uso nella Chiesa russa all'Estero trovano le loro radici nella pratica anglicana?
No, non nella pratica anglicana. Le radici sono nella pratica romana. Uno dei gruppi nello Iowa utilizza il rito gallicano restaurato che è stato approvato da san Giovanni Maksimovich.

Capisco che alcune parrocchie celebrano feste stabilite molto tempo dopo lo scisma, come il Corpus Domini, le Sette Piaghe della Beata Vergine Maria, e la festa di Cristo Re. Può commentare su questo?
Quanto alla festa di Cristo Re - abbiamo una chiesa dedicata a questa festa, e quindi c'è una tradizione di celebrarla l'ultima domenica di ottobre. Questa l'abbiamo. Ma le altre non sono celebrate nel nostro rito occidentale. Le feste del Corpus Domini e delle Sette Piaghe sono nel rito occidentale antiocheno. Noi non le abbiamo.

Mi sembra che il Corpus Domini sia stato probabilmente introdotto durante il Concilio di Lione nel 1274.

Sì, molto probabile.

E le Sette Piaghe anche più tardi, all'inizio del XIX secolo, da parte di papa Pio.
Beh, sicuramente non abbiamo nessuno che festeggia le Sette Piaghe, e non sono sicuro che le festeggino gli antiocheni, ma noi non lo facciamo.

Grazie, vladyka. Il clero indossa paramenti liturgici e abbigliamento ecclesiastico quotidiano di rito occidentale?
Penso che i nostri sacerdoti di rito occidentale per la maggior parte utilizzino in strada lo stesso abbigliamento del clero russo. Molti di loro portano la barba e hanno un aspetto russo. So che in Germania, dove abbiamo appena ricevuto un monastero, l'abate indossa un abbigliamento clericale occidentale, ma penso che usi l'abbigliamento clericale russo quando va a incontri con il clero russo. Io ho una tonaca da vescovo occidentale, ma è quasi identica alla tonaca episcopale di vecchio rito che indossava il vescovo Daniil.

Può paragonare gli uniati cattolici con i parrocchiani ortodossi di rito occidentale? La loro dinamica è simile? Si può chiamarli "i nostri uniati di rito occidentale"?
No. Prima di tutto, gli uniati nella Chiesa cattolica romana non si unirono per convinzione. Quelli iniziali in Europa si unirono per pressione delle autorità civili. Quelli in Medio Oriente sono stati condotti a unirsi per altri motivi. Ebbero promesse di istruzione o di protezione politica o qualcosa di simile, mentre il clero di rito occidentale e tutti i parrocchiani si sono uniti per propria volontà e convinzione. Direi che la maggior parte dei parrocchiani di rito occidentale aveva già aderito alla Chiesa Ortodossa prima di interessarsi al rito occidentale. Quindi, anche se si tratta di un rito di minoranza nella Chiesa ortodossa, ha una storia completamente diversa.

Così, mentre nella Chiesa cattolica romana l'intento finale era quello di avvicinarli al rito latino (era solo una fase di transizione), da noi questo non è un obiettivo.
No. Tutti i nostri chierici di rito occidentale sono autorizzati a servire in rito bizantino se lo conoscono, ma devono sapere come celebrarlo correttamente.

I cristiani ortodossi di tradizione occidentale hanno rapporti fraterni con i cristiani ortodossi di tradizione liturgica bizantina?
Sì. Sono accolti da molti.

Non è che sono evitati?
No. Alcuni di coloro che hanno avuto esperienze negative diventano esitanti. Ma quando sono accolti tutto va bene.

Quindi ci sono casi di cooperazione.

Sì, molti casi.
Lei ha servito in parrocchie nel Mid-West, così ha avuto anche rapporti con i fedeli locali.

Abbiamo una parrocchia abbastanza grande nello Iowa. È quella che utilizza il rito occidentale di san Giovanni Maksimovich. Vi ho servito l'anno scorso. Hanno molti fedeli, ma non hanno il proprio luogo di culto. È venuto il prete greco. Aveva già celebrato la Liturgia quella mattina, ma è stato alla nostra funzione ed è stato molto cordiale.
I sacerdoti di rito occidentale sanno come servire le liturgie bizantine?
Molti di loro lo sanno.

Abbiamo bisogno di consultare altre Chiese ortodosse in materia di accoglienza di chierici e parrocchie di rito occidentale, perché non tutti nel mondo ortodosso si trovano sulle stesse posizioni per quanto riguarda il rito occidentale? Stiamo creando un precedente, aprendo una porta, quando altre Chiese non hanno alcuna intenzione di riceverli.
Ebbene, ora abbiamo relazioni molto fraterne con il vicariato antiocheno di rito occidentale. Alcuni del loro clero si sono incontrati con noi a un congresso due anni fa, e solo pochi mesi fa, quando ho fatto alcune ordinazioni per il rito occidentale, il Vescovo antiocheno Thomas e il sacerdote che lo accompagnava sono venutio da noi. Il vescovo ha ricevuto la comunione al servizio di rito occidentale e il suo sacerdote ha concelebrato. Dove è possibile abbiamo ottimi rapporti.

Quante comunità di rito occidentale abbiamo in questo momento?
Abbiamo una trentina di comunità in tutto l'emisfero occidentale, incluso il Canada. Abbiamo appena ricevuto un monastero in Germania. C'è un gruppo in Italia che sta cercando di unirsi a noi ora. Ma saranno sotto l'arcivescovo Mikhail di Ginevra. Tutti gli altri sono sotto il metropolita. Mi sembra di capire che abbiamo un certo numero di chierici che si preparano per l'ordinazione in rito occidentale. Abbiamo già una cinquantina di chierici, e ci sono altri undici candidati.

Quali documenti regolano la loro vita interiore? Usano i normale statuti parrocchiali, tutto ciò che una regolare parrocchia della ROCOR usa per regolare la sua vita?
Abbiamo una grande parrocchia vicino a Philadelphia, la parrocchia di Cristo il Salvatore, e credo che abbia lo stesso statuto delle altre parrocchie. Ma la maggior parte di queste sono piccole missioni e non sono abbastanza ampie per avere tutte le cose descritte negli statuti. Alcune di loro sono composte da cinque, dieci, quindici persone. Così tutti sono nel consiglio parrocchiale. Non è ancora pratico, ma man mano che cresceranno, seguiranno gli stessi statuti parrocchiali come tutti gli altri.
Quali sono le sue responsabilità in materia di rito occidentale?
La mia responsabilità è, ovviamente, in primo luogo compiere le ordinazioni secondo il rito occidentale, non secondo il rito bizantino. Visito le parrocchie, naturalmente, così come le parrocchie russe. Do dei consigli. Sono abbastanza spesso consultato sui dettagli e così via. Più o meno come con le parrocchie russe.

Che cosa direbbe alle parrocchie russe che non sono mai stati esposte al rito occidentale? Perché la Chiesa russa all'Estero dovrebbe averne bisogno? Molti diranno: "Perché non appena li prendiamo alle nostre condizioni, in modo che accettino il rito bizantino?"
I russi che sono state esposti al rito occidentale di solito non hanno alcun problema con esso. Ho incontrato un gruppo di russi quando ho servito in Virginia in una delle nostre chiese. Naturalmente, ho usato per loro un po' di slavonico. Abbiamo alcuni russi che sono entrati a far parte delle parrocchie di rito occidentale. C'è un uomo di nome Victor a Philadelphia che va alla chiesa di rito occidentale e ha insegnato nella sua scuola domenica. Quella parrocchia ha un direttore di coro dalla Lituania. Quando ero in Germania c'era una signora ucraina che andava alla chiesa di rito occidentale. C'è una signora tedesca che sta per convertirsi all'Ortodossia e sposare un russo, ma nella chiesa tedesca di rito occidentale.

Vladyka, ha avuto la possibilità di sollevare la questione del rito occidentale di Mosca? Sanno del nostro decanato di rito occidentale e, se lo sanno, qual'è il loro atteggiamento verso il nostro rito occidentale?
Lo conoscono certamente. Non ho sentito nulla di negativo quando ero là. Ma ho avuto un colloquio con il patriarca sulle antiche liturgie in generale, e mi ha detto che quando insegnava al seminario, trovava molto utile per i suoi studenti quando si celebravano lì queste antiche liturgie, perché li aiutavano a capire la liturgia consueta.

Non solo lei ha tradotto queste liturgie ma le ha anche servite. Questo è parte dell'antica diversità che ha citato?
Sì. C'è un collegamento diretto. Una delle antiche liturgie è la Liturgia di san Pietro, che è una forma di rito occidentale che è conservata, tra tutti i luoghi, sul monte Athos. Esiste in greco, in slavonico e in georgiano. Ho tradotto la forma slavonica, che è conservata nei manoscritti del monastero di Hilandar, in inglese. A tre delle nostre parrocchie di rito occidentale è piaciuta così tanto che hanno iniziato a usare quel servizio come la loro liturgia normale. Ciò in qualche modo colma il divario. Quello stesso manoscritto nel monastero di Hilandar contiene anche la più antica versione conosciuta della liturgia di san Giacomo.

La ringrazio molto per il suo tempo, vladyka. I suoi commenti sono stati molto istruttivi.


traduzione operata dal sito: Parrocchia Ortodossa San Massimo ( Patriarcato di Mosca) 





martedì 14 ottobre 2014

Latinità Ortodossa: aprire una chiesa di rito occidentale

Mi pare evidente che l'Occidente abbia bisogno di ritornare alle sue origini. La Chiesa Indivisa, mai morta ma viva nel cuore dei credenti, urla a gran voce la sua rinascita, come una Fenice mistica che necessita solo di una scrollata d'ali per rinascere dalle sue ceneri vetuste.
Orbene, qualora un sacerdote di buona volontà o un vescovo avesse a mente di fondare una chiesa ortodossa seguendo la sua vera natura nelle nostre terre, dovrà fare i conti con una serie di cose. Analizziamole insieme.



L'immagine è presa da "Occidentalis - Western Rite"

Abbiamo la porta che introduce nella Navata (Nave) che come si nota NON ha le panche - usanza tardo-cattolica - ma avrà le finestre e le icone. La navata è il luogo ove il popolo di Dio assiste ai riti. 
Il presbiterio (chancel) è diviso dalla navata tramite una pergula ( rood-screen, lett. Pontile) sormontata dalla Croce, o di norma dalla Deisis. All'interno del presbiterio vi è l'altare, che può essere murale o anche libero su tutti e quattro i lati. A metà tra l'altare e la pergula vi è coro (presbytery step), il luogo dove il presbitero officia le ectenie qualora mancasse il diacono. Il diacono nel recitare le ectnie si posiziona fuori dalla pergula, rivolto verso l'altare. La Liturgia è Coram Deo. 
L'autore dell'immagine ci ricorda che il tetto è affrescato (roof icons) ovviamente denaro permettendo. 
Completano una chiesa il campanile (belfry) e lo spazio per i coristi, che si trova tra la navata e la roodscreen. Nell'uso monastico il coro si trova dentro il recinto sacro. 


domenica 12 ottobre 2014

Sant'Eligio di Noyon - contro la superstizione

Sant'Eligio di Noyon ( 588-660 d.C.) fu un vescovo molto attivo nella conversione del popolo Franco. Dopo il battesimo di massa della popolazione barbarica, scrisse questo lungo sermone per esortarli a vivere coerentemente al sacramento ricevuto, senza tornare alle superstizioni barbare.

L'autore del blog ha già scritto un articolo circa la Magia e la visione ortodossa della stessa ( cfr. "La Chiesa Ortodossa e la Magia", parti I e II ): la magia è energia demoniaca, e il beato Eligio ce lo ricorda ancora una volta. 

Da: Vita di Eligio, SRM 4, II, 16-17

Ora, prima di tutto, ordino e scongiuro che non manteniate le sacrileghe usanze dei pagani e per nessun motivo, e nessuna malattia,  osiate quindi interpellare o consultare ciarlatani, indovini, divinatori, incantatori, perché chi commette questo peccato perde immediatamente il sacramento del Battesimo. Così pure non badate ai presagi o agli starnuti, e mettendovi in viaggio non prestate attenzione al canto degli uccelli, ma sia che intraprendiate un viaggio o una qualsiasi altra attività, segnatevi nel Nome di Gesù Cristo e dite con fede e devozione il Credo e il Padre-Nostro, e il diavolo non potrà farvi alcun male. Nessun cristiano badi al giorno in cui uscire di casa o rientrarvi, in quanto tutti i giorni sono stati fatti da Iddio; nessuno badi ad un giorno o ad una Luna particolare per iniziare un lavoro; a Capodanno nessuno faccia empie ridicolaggini quali andare mascherati da giovenche o da cervi, non stia a tavola tutta la notte e non segua l'usanza dei doni augurali o di libagioni eccessive. Nessun cristiano creda in quelle donne che fanno sortilegi col fuoco nè sieda ad un canto ( di esse, ndr) perché è opera diabolica.

Nella Festa di San Giovanni o di qualunque altro santo, nessuno segua l'usanza di celebrare il solstizio, di compiere danze o canti demoniaci... Al di fuori delle festività sacre nessuno celebri col riposo il giorno di Giove, nè nel mese di Maggio, nè mai; nessuno celebri i giorni delle tignole e dei topi, o in genere qualsiasi altro giorno che non sia quello del Signore. Nessun cristiano osi accendere lumini o fare offerte votive ai templi pagani, ai trivi, ai crocicchi, alle fonti d'acqua o ai boschi, ai luoghi cinti da siepi. (1) Nessuno osi appendere amuleti al collo, a nessun uomo e a nessun animale. (...) Nessuno osi fare incantesimi di purificazione, o far passare animali dentro una cavità della terra o un albero cavo: è un sacrifizio al demonio. (...)
Nessuno si assegni un destino, una sorte o una stella, in modo da dire che egli sarà quale l'oroscopo lo avrà portato ad essere. Dio infatti vuole che tutti si salvino e arrivino alla conoscenza della Verità, e regola ogni cosa nella Sapienza, così come ha predisposto prima della creazione del Mondo. Ogniqualvolta sopraggiunge una malattia, non si ricorra a fattucchieri e ciarlatani, ma si confidi nella divina misericordia e riceva con fede e devozione il Sacramento del Corpo e del Sangue di Nostro Signore Gesù Cristo, e chieda devotamente in chiesa l'olio benedetto per ungere il suo corpo nel nome di Cristo stesso, e secondo l'Apostolo la preghiera della fede salverà il malato e il Signore gli darà sollievo. Egli riacquisterà la salute non solo corporale, ma anche dell'anima: in lui si compirà ciò che Dio ha promesso nel Vangelo dicendo... "Tutto ciò che chiederete con Fede nella preghiera lo otterrete". Non venerate nessuna creatura oltre Dio, i suoi santi e i suoi angeli; distruggete le fonti e gli alberi che i pagani considerano sacri... Non crediate di ricevere la salvezza per alcun altro tramite che non sia l'invocazione del Cristo e la Sua Croce


(1) Il santo ovviamente fa riferimento alla prassi pagana. Qualora al crocicchio ci sia una icona o un'immagine santa, e si vuol farsi un segno di croce, ben venga.

venerdì 10 ottobre 2014

Santi Latini - Sant'Agostino di Canterbury


Dopo l'invasione dei Sassoni (V-VI secolo), in Britannia si era diffuso il paganesimo e l'idolatria, in precedenza soppiantati dal cristianesimo portato da personalità come San Patrizio e Columba di Iona. La situazione vide un'inversione di tendenza quando il re del Kent Etelberto, sposò Berta, figlia del cristiano Cariberto, re di Parigi. Ella, portando con sé il cappellano Liudhard, eresse una chiesa a Canterbury (forse ne restaurò una già esistente), dedicandola a san Martino di Tours, patrono della sua famiglia (i Merovingi). Etelberto era pagano, ma si dimostrò molto tollerante e permise alla moglie di adorare il proprio Dio. Berta poté così organizzare una piccola comunità con tanto di sacerdoti.

Etelberto, interessato al nuovo culto, chiese a papa Gregorio I di inviare dei missionari. Gregorio affidò il compito a un gruppo di 40 monaci benedettini del monastero romano di Sant'Andrea sul Celio, di cui Agostino era priore. Partito nel 597, Agostino raggiunse la Provenza ma, spaventato dai racconti che facevano i Sassoni un popolo crudele e intollerante, tornò a Roma, rinunciando all'incarico. Il pontefice riuscì però a rincuorarlo e alla fine Agostino raggiunse l'isola di Thanet, accolto dal re in persona. Egli lo accompagnò a Canterbury e qui il monaco fu messo a capo della comunità. In breve tempo, lo stesso sovrano e migliaia di sudditi (secondo la tradizione, circa 10.000) chiesero il battesimo. Agostino rimaneva nel frattempo in contatto con il papa, elencando i successi conseguiti e chiedendo consigli.

Nel 601 Mellito, Giusto e altri portarono, assieme alle risposte del papa, dei libri, alcune reliquie ma soprattutto il pallium simbolo del potere arcivescovile. Da questo momento Agostino divenne primate d'Inghilterra. Gregorio I indicò al nuovo arcivescovo di ordinare quanto prima dodici nuovi vescovi ausiliari e di inviare un vescovo a York. Nel 604 Agostino consacrò Mellito vescovo di Londra e Giusto vescovo di Rochester.

Seguendo le disposizioni del papa in materia di luoghi di culto, Agostino riconsacrò e ricostruì una vecchia chiesa a Canterbury che divenne cattedrale e fondò un monastero. La Scuola reale di Canterbury attribuisce ad Agostino la propria fondazione, il che ne farebbe la scuola più antica del mondo, anche se le prime fonti documentarie risalgono al XVI secolo.

Agostino cercò, ma invano, di riunire le comunità evangelizzate dai monaci irlandesi alle nuove, direttamente dipendenti da Roma, ma solo dopo il sinodo di Whitby del 664 la Chiesa celtica rinuncerà alle sue tradizioni. L'opera risultò in effetti molto difficoltosa e vide numerosi insuccessi. L'attività del santo fu tuttavia importante perché alla base dell'evangelizzazione della Gran Bretagna.

Morì il 26 maggio del 604 e fu sepolto a Canterbury, nella chiesa dell'abbazia dedicata ai santi Pietro e Paolo (oggi abbazia di Sant'Agostino). Viene festeggiato il 27 maggio.

Santi Latini - Hilda di Whitby

Sant’Ilda, vissuta nel VII secolo, ebbe per padre Ererico, nipote di Sant’Edwin Re dei Northumbri. Battezza da S. Paolino all’età di 14 anni, e da allora la Grazia solamente ebbe innanzi agli occhi. Mirava solamente alle cose celesti. Al fine di cercare la perfezione ascetica, abbandonò la sua terra e andò a dimorare tra gli Angli Orientali; poi volle recarsi a Chelles, in Gallia, ma la morte di sua sorella e santa Eswilda, che colà aveva preso i voti, la distolse da questo desiderio. Sant’Aidano di Lindisfarne la convinse a prendere il velo ufficialmente, e si ritirò nel Were, in Northumbria, in un piccolo monastero. Un anno dopo appena, fu fatta badessa di una folta comunità a Heortea, il monastero fondato da Santa Heiu, e dopo qualche anno fu scelta per fondare un doppio monastero a Withby. I Danesi devastarono i monasteri da lei costruiti 250 anni dopo la sua morte. Quello di Withby fu ricostruito nel 1067 e donato ai benedettini, che lo tennero finché in Inghilterra non fu regolata la soppressione delle case religiose ( Riforma Protestante). I monasteri fondati da Sant’Ilda produssero un ragguardevole numero di santi, tra cui Sant’Hedda e San Wilfrido, il quale confutò San Colmano e i suoi monaci scozzesi sul loro calendario errato nella celebrazione pasquale. Sant’Ilda era famosa per la sua maternità spirituale, aveva il dono di guidare le anime; Oswi, re dei Northumbri, la protesse e colmò il suo monastero di molti beni. Sant’Ilda morì a sessantatrè anni nel 680; il corpo della santa, che riposava a Withby, fu translato a Glastenbury dopo il sacco danese. La vita di Sant’Ilda è narrata da San Beda il Venerabile.


Santi Latini - San Remigio

San Remigio è nato nell' AD 438 nel nord della Gallia. Dopo essersi dedicato per un po' alla conoscenza delle vite secolare e sacra, si ritirò in una piccola casa vicino Laon, a vivere in reclusione e preghiera. Ma quando un vescovo Reims venne a mancare, il clero e il popolo lo portarono fuori dal suo eremo e lo intronizzarono subito vescovo Aveva solo 22 anni di età. Il santo vescovo divenne ben presto famoso in tutto il nord della Gallia. Convertì eretici, fra i quali molti ariani, curò molti che avevano sofferto per mano di predoni barbari. Ovunque andasse, miracoli lo seguivanop. Egli guarì gli ammalati e indemoniati, e una volta, quando una città era in fiamme, si gettò nel fuoco e lo spense. Quando pranzava, gli uccellini gli andavano appresso e mangiavano con lui. Nel 482 il giovane guerriero Clodoveo divenne capo delle tribù franche in quella regione. Sebbene fosse un pagano, conosceva e ammirava San Remigio, ed era sposato con una cristiana, S. Clotilde (3 giugno). Una volta, quando il suo esercito era in procinto di perdere la guerra contro gli Alamanni, Clodoveo pregò "il Dio di Clotilde e Remigius" e ottenne una grande vittoria. Questa risposta alle sue preghiere lo convinse della verità della fede cristiana, e chiese a San Remigio di essere istruito nei misteri cristiani.  Due anni dopo ha riunito tutti i suoi capi a Reims per farli assistere al suo battesimo.  Il re fu battezzato il 25 dicembre 496 nella Cattedrale di Reims. Disse Remigio a Clodoveo la notte di Natale del 496: «Piega il capo, fiero Sicambro: adora ciò che hai bruciato e brucia ciò che hai adorato». Poiché Clodoveo voleva somigliare a Re Davide, disse che voleva essere unto. Una colomba portò dagli Eccelsi la Santa Ampolla col Crisma, e Remigio unse il re di Francia. Il battesimo è stata accompagnato da molti miracoli, visti da tutti i presenti. Due delle sorelle del re e tremila dei suoi signori e soldati sono stati battezzati durante la cerimonia. Questo evento è considerato come la nascita di Francia come nazione cristiana. In grande vecchiaia, San Remigio divenne cieco, ma miracolosamente recuperò la vista. Egli riposò in pace all'età di 105, subito dopo aver ascoltato la Liturgia. 

Le sue reliquie si trovano nella basilica di San Remigio a Reims, dove era conservata anche la santa Ampolla fino alla sua distruzione in epoca rivoluzionaria (1793)

Memoria: 14 ottobre

martedì 7 ottobre 2014

L'Ordinazione nella Chiesa Ortodossa: validità e invalidità sacramentale

Articolo del compianto sacerdote padre Augustine Whitfield, tradotto dall'inglese.
comparso in Orthodox America, problema 88, Vol. IX, 8 Marzo 1989






Per molti dei "chierici vaganti" che abbondano nelle nostre terre, la questione scottante è avere una ordinazione intoccabile tramite << valida successione apostolica >> la quale è di primaria importanza per la legittimazione della propria esistenza. 


( nota del blogger: NON è un male in sé l'essere chierico vagante, la chiesa è piena di santi con questa vita - Santa Matrona, Santa Xenia, San Pirmin ( quest'ultimo uno spagnolo della Chiesa Indivisa), per citarne solo tre.- ma l'autore dell'articolo sottolineava come molti falsi preti vaganti millantano ordinazioni ricevute da vescovi fuori dal Pleroma. L'articolista adesso svilupperà un discorso teologico circa l'Ordinazione).

In una discussione casuale di cinque minuti con un sacerdote non ortodosso, egli mi domandò: << ma tu ritieni valida la mia ordinazione? >> e l'unica risposta possibile, per non alimentare offese e controversie, è la seguente: << Se la tua chiesa dice che è valida, la tua ordinazione è valida nei confini della tua chiesa. Se sei un fedele membro di quella comunità, dove altrimenti vorresti usufruire dei tuoi ordini?>>. E' impossibile durante una pausa-caffè di cinque minuti spiegare la dottrina e il background storico in modo approfondito, ma quello che segue l'ho pensato per i cristiani ortodossi affinché, alla prossima occasione, possano replicare a questa domanda in modo serio con la posizione ortodossa.

La Chiesa Ortodossa, continuando sulla via dei princìpi apostolici, dei decreti dei Padri e dei Concili Ecumenici della Chiesa Indivisa, definisce in termini precisi che la Chiesa di Cristo è Una e che non può essere divisa. Tutte le divisioni e gli scismi che hanno preso luogo sono divisioni da Essa, non della stessa chiesa.Colui che si separa dalla Fede o dalla struttura organica continuativa della Chiesa cessa di esserne membro, non importa quale grado o ruolo avesse in essa: cessa di avere qualsiasi diritto. (...) La Chiesa insegna che i sacramenti provengono dalla Chiesa - in quanto Corpo teantropico, ndt - e fanno parte di essa, non sono proprietà individuale, e possono essere esercitati solamente all'interno della struttura organica dell'ente ecclesiastico ortodosso. 

Per "Chiesa Ortodossa" si intende quel singolo Corpo presente ovunque nel Mondo, il quale mutualmente si riconosce, è unito dogmaticamente e sacramentalmente composto da Cristiani, direttamente fondato da Nostro Signore Gesù Cristo, e senza alcuna rottura legato ai santi Apostoli dai quali discende: coloro che sono visibilmente "in comunione tra loro" uniti con la loro gerarchia. Tutti i Padri della Chiesa sono concordi e abbondantemente chiari nell'asserire che questa Unità dei credenti è essenziale, e chiunque abbandoni questa Unità per qualsiasi ragione divenga apostata, eretico, un "fuoriuscito" e costui non potrà avere accesso alla vita sacramentale della Chiesa o ottenere i privilegi della partecipazione prima del suo ritorno e della sua riammissione. Questa è l'Unità detta dal Cristo nel suo Evangelo; e questo è più essenziale di ogni "linea di successione valida" o altri titoli altisonanti come "Sua Beatitudine" o "Sua Santità". (...)

A cagione di ciò, la Chiesa Ortodossa non può riconoscere ordinazioni e sacramenti di gruppi religiosi che sono solo in parte o non fanno parte del Pleroma della Chiesa. Se qualche chierico o vescovo abbandona la Chiesa Ortodossa, cessa la sua validità sacramentale. Essi perdono la loro grazia di stato: per fare un paragone, se si stacca una lampada dalla spina, non potrà illuminare a lungo. Bisogna assolutamente dividere chi si è separato dall'Unità dottrinale con la Santa Chiesa, e chi è temporaneamente fuori, per motivi geografici o cause terze, dal contatto con la chiesa fisica. Solamente quando qualcuno si separa volontariamente e deliberatamente dal Depositum Fidei dell'intera Chiesa, o si sottrae ai propri doveri, che esso cessa di appartenere alla Ecclesia. 

(...) Nel caso della riammissione di un chierico ordinato da un Vescovo-non-in-comunione,poichè la Grazia dell'episcopo era inoperativa, non "funzionante", la procedura di ordinazione va ripetuta. Eccezioni a questa regola sono molto rare, di solito per cause ad personam. ( nota del blogger: dagli anni Ottanta a Oggi, le cose sono molto cambiate. Adesso, per esempio, un prete cattolico che diventa ortodosso viene fatto direttamente ammettere in altare e viene vestito dei paramenti ortodossi, benedetto dal Vescovo, e viene considerato già pienamente ortodosso. Ndt.) 

Quindi, la concezione ortodossa è molto diversa dalla prospettiva della maggior parte dei non-ortodossi del mondo occidentale. La concezione Agostiniana ( così chiamata erroneamente per via di una vaga somiglianza con gli scritti di Sant'Agostino di Ippona) prevede che l'Ordinazione e i Sacramenti siano una entità separata, e che quindi possa essere trasmessa, e che si possa stabilire una "successione", senza badare all'appartenenza reale della persona in questione, senza guardare i suoi cambi giurisdizionali. (...)

Indubbiamente Dio ha compassione di ogni sua creatura, inclusi tutti coloro che sinceramente si affidano a Lui pur fuori dall'Ortodossia; Lui terrà sicuramente conto dei principi cui sono appellati come veri, che sono stati loro insegnati, fuori dalla Chiesa Ortodossa. Non è questo il problema. Il vero perno è che Cristo fondò una sola Chiesa, non molte.E di tutti coloro che si appellano "Cattolici" o "Cristiani" o con altri termini, l'unica che all'atto pratico continua la Chiesa da Cristo fondata  è la Chiesa Ortodossa. 


lunedì 6 ottobre 2014

I Presantificati sono davvero stati prodotti da S. Gregorio Magno?

tradotto e riadattato liberamente dal sito: http://westernorthodox.blogspot.it/2006/02/presanctified-liturgy-of-st-gregory.html


Lo scorso settembre, il padre Thomas Hopko sul Forum Woodstock ha riflettuto molto seriamente su come dovrebbe strutturarsi la riunificazione con Roma: in che modo, con quali tempi, e con quali mutamenti, riassumendo il concetto liturgico come "ritornare all'antico rito latino di S. Gregorio". Huw Raphael, a tal proposito, ha postato sul Forum Woodstock interessanti argomentazioni in appendice a quelle di p. Hopko: in una di queste sessioni, ha chiesto se il Santo Papa Gregorio I scrisse DAVVERO la Liturgia dei Doni Presantificati che noi ortodossi gli attribuiamo.

Presentazione dei Doni celebrata dal Patriarca Kirill di Mosca

Alcuni anni fa,  io ( l'autore del blog inglese, ndt) ritenni questo assunto - i Presantificati come creazione di S. Gregorio - dubbioso. Eppure, sul sito dell'OCA ( Orthodox Church of America, ndt) è riportata la comune asserzione Orientale:

"La Liturgia dei Doni Presantificati è tradizionalmente considerata come un lavoro di un papa del VI secolo, San Gregorio  di Roma. Il presente servizio, ad ogni modo, è ovviamente una creazione liturgica ispirata dalla Bisantinità cristiana."

Padre Edward Hughes, membro della Commissione del Patriarcato d'Antiochia per il Vicariato di Rito Occidentale, ha nutrito i suoi studenti a lungo con il libro Evening Worship in the Orthodox Church (SVS Press, 1985) di Nikolaj Uspenskij, nel quale viene spiegata questa mala attribuzione al papa romano. 
Da queste pagine, si comprende come san Fozio, per screditare i latini, scrivesse che molte loro creazioni provenivano in realtà da influssi greci: questa tradizione ( molto bruttarella) di modificare in parte il corso storico o estremizzare errori e fomentare pregiudizi in funzione anti-latina è rimasta poi nei secoli: si è tramandata la versione che Gregorio Magno, nel suo periodo di permanenza a Costantinopoli, abbia scritto questa liturgia "copiando" da una simile bizantina. In realtà, San Gregorio non conosceva il greco e mai lo imparò. Lo scritto originale contiene invece la nozione che San Gregorio impose di usare quest'usanza dei Presantificati durante i giorni digiunali, a tutta la Chiesa Romana. 


La soluzione liturgica di Vespri con annessa Eucarestia è molto poco "Gregoriana", si può dire che è una creazione genuina dell'ambiente clericale di Costantinopoli per sopperire alla mancanza della Messa Vespertina, da sempre realizzata nei riti latini.

domenica 5 ottobre 2014

La Pentarchia ( Storia della Chiesa)

1. La Pentarchia
Il governo della Chiesa nel primo millennio si fonda su due criteri, apparentemente alternativi, ma che in realtà non si contraddicono ed anzi si compongono in una soluzione ad incastro, in virtù della quale la loro sovrapposizione non implica l’elisione di uno dei due. Questi due criteri sono il sistema della Pentarchia dei patriarchi e la posizione primaziale di Roma. Il primo soprattutto richiede oggi, trattandosi di una prassi e di una teoria di governo della Chiesa da tempo storicamente superata, un’adeguata presentazione.
Esso consiste, come suggerisce la semantica greca del termine (“governo dei cinque”) nel riconoscimento alle cinque sedi maggiori della cristianità antica (Roma, Costantinopoli, Alessandria, Antiochia e Gerusalemme), oltre all’autorità direttamente esercitata sui rispettivi spazi giurisdizionali (l’occidente, la Tracia e l’Asia minore, l’Egitto e la Cirenaica, l’Asia – cioè la Siria e il Libano – e le tre Palestine – Israele e Giordania), di una responsabilità collettiva in ordine all'ortodossia della fede ed al governo della Chiesa universale. Poiché tale ordinamento emerge per la prima volta come una realtà stabilmente istituita nelle Novelle giustinianee, si può dire che esso compare all'orizzonte istituzionale della Chiesa già nella pienezza delle sue funzioni.
Proprio le Novelle infatti, e precisamente nel proemio della VI, dedicato alla gemmazione dell'unico indiviso potere divino nelle forme storiche della regalità e del sacerdozio, forniscono alla Pentarchia, anche in questo caso indirettamente, il quadro istituzionale di riferimento. Se infatti la regalità è, per definizione, monocratica, il sacerdozio è invece policentrico, ha una struttura che storicamente si è venuta qualificando a cinque vertici. La Pentarchia nasce precisamente nel momento in cui l'imperatore, unico detentore della regalità, scegliendo i titolari di queste cinque sedi come interlocutori per parte del sacerdozio, ratifica implicitamente un organigramma interno che la Chiesa si è data attraverso una evoluzione, segnata innanzitutto dalle delibere dei primi quattro concili, e gli annette valenze indubbiamente nuove di ordine ecclesiologico e di natura istituzionale. Per facilitare la comprensione e la memorizzazione di quello verrò presentando, mi pare opportuno anticipare a questo punto alcuni dati conclusivi, in ordine all’intersecarsi dei due principi quello pentarchico e quello del primato romano.

a. Nella teoria e nella prassi relative a questo sistema pentarchico i cinque
vertici del sacerdozio non sono sullo stesso piano: c'è un primo trono, quello di
Roma, «vetta della montagna apostolica», il cui titolare, «capo di tutti i
vescovi», è il vertice nell'ambito del vertice a cinque punte del sacerdozio.

b. Se Pentarchia e primato romano non sono modelli ecclesiologici alternativi,
si riscontra tuttavia una versione "pentarchica" del primato romano non certo
coincidente con quella romana in auge nel tempo che precede, accompagna e
segue la piena operatività di questa forma di governo della Chiesa universale. Il
primato romano è un elemento già presente nella legislazione imperiale ben
prima che compaia il sistema pentarchico, come risulta dal Codice Teodosiano,
(Novella XVII di Valentiniano III dell'8 luglio 445) che sancisce il primato di
questa sede sulla triplice base del meritum dell'apostolo Pietro, della dignitas
della città di Roma nonché dell'auctoritas di una non precisata sinodo che
avrebbe interdetto la «inlicita praesumptio» di «quid adtemptare... praeter
auctoritatem sedis istius». Esso verrà di nuovo a più riprese ratificato dalla
successiva legislazione imperiale pressoché simultaneamente alle disposizioni
che definiscono il ruolo dell'istituzione pentarchica, sino ad esserne riconosciuto
un elemento costitutivo. Senonché, se la Pentarchia presuppone il primato
romano, le diverse accezioni in cui esso è inteso a Roma ed in oriente
autorizzano a parlare di un inespresso equivoco pentarchico persistente per tutto
il tempo in cui la responsabilità collettiva delle cinque sedi patriarcali nel
governo della Chiesa universale fu effettivamente esercitata.

c. La Pentarchia, come ideale e metodo di governo, corrisponde ad un periodo
preciso, ad una fase limitata nel tempo e ad un certo punto esauritasi nella vita
della Chiesa. Trattandosi della struttura ecclesiastica caratteristica della Chiesa
imperiale, essa presuppone ovviamente l'esistenza dell'impero e, fondandosi
sull'istituzione patriarcale, presuppone altresì che l'organigramma delle cinque
sedi sia completo. 

Se pertanto, in senso puramente teorico, l'arco di vita della Pentarchia si estende ad un intero millennio, dal 451 - anno di Calcedonia - al 1453 - anno della caduta dell'impero -, praticamente esso è ben più ristretto. Dal costituirsi del collegio dei cinque patriarcati, non ancora tecnicamente così definiti, all'attribuzione ad esso di specifiche competenze, disciplinari e dogmatiche, nella guida della Chiesa ecumenica, deve passare circa un secolo. Con la fine dell'unità religiosa tra oriente e occidente, definitivamente consumatasi, anche nella coscienza ecclesiale, all'inizio del XIII, tale istituzione aveva già perso non soltanto di attualità, ma anche di senso. Persino tra questi due estremi già più ravvicinati il periodo di effettivo funzionamento del sistema pentarchico nella dinamica religiosa della Chiesa imperiale fu in realtà ancora più ridotto: lo si potrebbe porre, a stretto rigore, dall'età giustinianea all'estinguersi della dinastia di Eraclio. In tal senso si può dire che il sistema pentarchico è la forma di governo della Chiesa caratteristica di due secoli avanzati dell'età tardo-antica, il VI ed il VII. La storia della Pentarchia è tuttavia più lunga della sua vita reale e si può pertanto suddividerla, nel corso del primo millennio, in due momenti.

a. Il primo è appunto il periodo della Pentarchia reale, cioè quello
dell'effettivo funzionamento di questa istituzione. È la fase in cui, come è stato
acutamente osservato da Gilbert Dagron, la Pentarchia è una prassi senza teoria,
in quanto alle cinque sedi maggiori del sacerdozio è riconosciuto il ruolo di
interlocutore collettivo della regalità, senza il supporto di particolari
giustificazioni sul piano ecclesiologico.

b. Durante la seconda iconomachia - all'inizio pertanto del IX secolo - si
assiste, soprattutto ad opera del patriarca Niceforo e di Teodoro Studita, ad una
tardiva eleborazione di una vera e propria, anche se non sistematica,
ecclesiologia pentarchica, proprio quando questa forma di governo collegiale
della Chiesa risulta nei fatti difficilmente praticabile per la sopravvenuta
estraneità dei tre patriarcati orientali alla diretta sovranità dell'impero a motivo
dell'invasione islamica. Ciò vale soprattutto per le sedi di Alessandria e di
Antiochia; nella misura in cui Gerusalemme riesce ad interagire con Roma e con
Costantinopoli, tramite i nuclei monastici palestinesi stanziati in occidente e
l'invio di rappresentanti alle autorità ecclesiastiche delle due Rome, si può dire
che la Pentarchia si è ridotta di fatto ad una triarchia. É il momento in cui la
Pentarchia, osserva questa volta il Dagron, è una teoria senza più prassi. Noi
diremmo che è il periodo della Pentarchia virtuale.


La mappa di un videogioco riporta in modo impressionante le sfere di influenza dei patriarcati precedenti allo Scisma. La Spagna rossa significa territori di rito mozarabico, a giurisdizione particolare.

2. La Pentarchia reale

Nel primo momento, quello della Pentarchia in atto, un tentativo di delineare il ruolo di Roma nell'ambito di questa istituzione dovrà pertanto fondarsi, nell'assenza di elaborazioni teoriche, sull'esame del rituale istituzionale della Pentarchia, cioè sulle forme ordinarie e straordinarie degli strumenti di comunione tra le cinque sedi patriarcali e soprattutto sui titoli ufficiali e gli epiteti ideologici attribuiti in questo periodo dalle altre sedi a quella romana.

a. Roma nel rituale istituzionale della Pentarchia
Gli strumenti ordinari di comunione del vertice a cinque punte del sacerdozio al suo interno e con la regalità sono quattro: due, l'istituzione dell'apocrisiario romano ed il provvedimento di conferma dell'elezione patriarcale da parte dell'imperatore, riguardano il rapporto della sede romana con il sovrano e due, le lettere sinodali, con la professione di fede del neopatriarca, e i dittici, leggendo i quali ogni patriarca esprime liturgicamente la comunione con gli altri, riguardano invece il mutuo rapporto dei titolari delle cinque sedi ecumeniche. Le forme straordinarie di comunione sono a loro volta due, precisamente la presenza dei topotereti romani ai concili - rappresentanti temporanei del papa, mentre l'apocrisiario lo è in forma permanente - ai quali viene attribuito un ruolo primaziale, nonché i viaggi dei papi a Costantinopoli. Quello di apocrisiario è un ufficio che presuppone la lontananza e la stabilità nelle rispettive residenze delle due autorità, ecclesiastica e civile, necessitate a mantenersi in continuo contatto. Espressione caratteristica dell'afferenza della Chiesa romana al sistema ideologico-culturale dell'impero romano cristiano, esso rappresenta l'istituzione propria della chiesa imperiale e si inquadra perfettamente nella forma di governo pentarchico della Chiesa: non è un caso che essa sia espressamente contemplata per la prima volta nella legislazione giustinianea. L'apocrisiario romano è normalmente un diacono romano residente a Costantinopoli, che ha la dimora ufficiale nel palazzo di Placidia, già alloggio nella capitale dell'arcivescovo Teofilo d'Alessandria e dove prendono dimora anche i topotereti romani ai concili che si svolgono a Costantinopoli. Egli è rappresentante del suo patriarca presso il sovrano e non presso la sede costantinopolitana, anche se di fatto funge pure da canale normale per le relazioni tra il papa ed il patriarca. La lettera di conferma imperiale all'elezione papale è lo strumento che forse più di ogni altro mette in evidenza l'inquadramento della sede romana nel sistema ideologico-religioso dell'impero. Se il rescritto imperiale di Costantino IV del 684-85 al clero, al popolo ed all'esercito di Roma abolì formalmente l'obbligo della ratifica imperiale alla nomina papale, in realtà confermò l'essenzialità di questa misura, demandandola all'esarco ravennate, suo rappresentante in Italia, unicamente perché la consacrazione del nuovo papa avvenga «absque tarditate». Peraltro già una prima conferma dell'elezione doveva venire dall'esarco, mentre il prefetto di Roma provvedeva ad inviare nella capitale la documentazione canonica del neoeletto per la ratifica imperiale.

Il neoeletto doveva anche pagare una tassa di elezione, soppressa nel 681, su richiesta di papa Agatone, da Costantino IV, che nel rescritto conferma l'obbligo per il nuovo papa, sancito da una «antica consuetudine», di attendere la conferma imperiale per ricevere la consacrazione. Con il termine sinodiche intendiamo sia le lettere sinodiche vere e proprie - ma dette anche sistatiche o intronistiche -, così chiamate in quanto inviate
dall'organismo collegiale che aveva eletto il nuovo patriarca e dal neoeletto, che vi univa la propria professione di fede, ai titolari delle altre sedi, sia le risposte di questi ultimi, chiamate propriamente antisinodiche, che, riconoscendo l'ortodossia del neoeletto, lo accoglievano nella piena comunione di fede. Questo scambio epistolare, momento fondante la comunione ecclesiastica in regime pentarchico, era assolutamente previo a qualsiasi relazione ufficiale con il nuovo titolare di una sede patriarcale precedentemente vacante. Esso suggellava la legittimità della successione episcopale, coinvolgendo direttamente le altre sedi apostoliche, garanti dell'unità dei vertici del sacerdozio nella professione della
fede ortodossa, soprattutto cristologica. I dittici, contenenti l'elenco del patriarchi vivi e defunti che i colleghi della Pentarchia si impegnavano a commemorare liturgicamente. , rappresentano l'epifania liturgico-sacramenatale dell'unanimità nella fede e della piena comunione ecclesiale tra le cinque sedi ecumeniche la cui concordia garantisce l'indefettibilità della dottrina. Per quanto riguarda il ruolo primaziale della sede romana come viene testimoniato da quella forma straordinaria di partecipazione al governo pentarchico della Chiesa che fu l'istituzione dei topotereti, cioè i luogotenenti delle sedi patriarcali ai concili ecumenici, basterà, in quanto campione particolarmente significativo per la cronologia della Pentarchia reale, considerare l'accurata descrizione che il Liber pontificalis romano ci ha lasciato dell'accoglienza a Costantinopoli dei topotereti romani al concilio del 680-681, il sesto ecumenico. Ricevuti dal sovrano nella chiesa palatina di S. Pietro,, essi vengono alloggiati, a spese di quest'ultimo, nel palazzo di Placidia e, nella processione alla chiesa delle Blacherne, siedono su cavalli bardati (« Nelle sedute conciliari hanno il primo posto nell'ordine di precedenza e, di conseguenza, firmano per primi il logos prosfonetico all'imperatore e il decreto dogmatico, come risulta negli Atti conciliari dagli elenchi dei partecipanti e dall'ordine delle firme in calce ai documenti. A suggello liturgico dell'onore riconosciuto alla sede di Roma nell'ambito della Chiesa imperiale, anche in presenza di altri membri del collegio pentarchico, il 21 aprile 681, ottava di Pasqua, al vescovo Giovanni di Porto, membro della delegazione romana, fu chiesto di celebrare in latino la divina Mistagogia nella Grande Chiesa di S. Sofia, davanti a due patriarchi, Giorgio di Costantinopoli e Macario di Antiochia, ed all'imperatore.
Del resto che tra il titolare della regalità ed il primo referente del sacerdozio sia effettivamente presupposto un legame spirituale, evidente riflesso delle rispettive posizioni istituzionale, lo mostrerà anche il cerimoniale di corte, registrato nel X secolo da Costantino VII Porfirogrenito, che attribuisce al papa di Roma - nelle parole rivolte ai suoi legati sia dal sovrano stesso sia dal logoteta che li interroga - il titolo di padre spirituale dell'imperatore. Le formule riservate ai patriarchi di Alessandria di Antiochia e di Gerusalemme, mostrano infatti chequesti altri membri del collegio pentarchico non godevano di tale prerogativa.

TRATTO DA: Il primato di Roma nell'Oriente ortodosso del primo millennio, del prof. Enrico Morini