venerdì 28 novembre 2014

Purificarsi per Cristo - San Massimo, Vescovo di Torino

(...) Perciò, molti giorni prima purifichiamo i nostri cuori, la nostra coscienza, il nostro spirito e cosí mondi e senza macchia prepariamoci a ricevere l`immacolato Signore che viene, e come egli nacque dalla Vergine immacolata, cosí siano i servi immacolati a celebrare il suo natale! Infatti chiunque quel giorno è sporco e contaminato non si preoccupa del natale di Cristo, né ha desiderio di lui. Partecipi pure corporalmente alla festa del Signore, ma spiritualmente è ben lontano dal Salvatore; né possono stare insieme l`immondo e il santo, l`avaro e il misericordioso, l`uomo corrotto e l`uomo puro, se non quando reca offese mostrandosi tanto piú indegno quanto meno ha conoscenza di sé. Infatti mentre vuol essere cortese, arreca ingiuria, come quegli che, come si legge nel Vangelo (cf. Mt 22,11-13), invitato al banchetto dei santi osò venire alle nozze senza l`abito nuziale, e mentre gli altri risplendevano di giustizia, fede e castità, lui solo con la coscienza sporca veniva disprezzato da tutti gli altri per l`orrore che suscitava; e quanto piú splendeva la santità dei convitati beati, tanto piú si rivelava l`impudenza dei suoi peccati. Egli forse avrebbe potuto arrecare minor dispiacere, se non avesse affatto preso parte al convito dei giusti. Perciò fu legato mani e piedi e gettato fuori nelle tenebre, perché non solo era peccatore, ma perché come peccatore si arrogava il merito della santità.  Dunque, fratelli, noi che siamo in attesa del natale del Signore, ripuliamoci da ogni residuo di colpa! Colmiamo i suoi tesori di doni diversi, perché nel giorno santo si possa accogliere i forestieri, ristorare le vedove, vestire i poveri! Infatti che cosa succederebbe, se in una stessa casa dei servi dello stesso padrone uno vestisse orgoglioso abiti di seta, un altro fosse coperto di stracci; uno fosse rimpinzato di cibo, un altro patisse fame e freddo; quegli fosse tormentato da indigestione per le gozzoviglie del giorno prima, questi invece non riuscisse a placare la fame del giorno prima? Oppure quale sarebbe il valore della nostra preghiera? Chiediamo di essere liberati dal nemico (cf. Mt 6,13) noi che non siamo liberali verso i fratelli. Imitiamo nostro Signore! Se infatti egli vuole che i poveri siano insieme con noi partecipi della grazia celeste, perché non dovrebbero essere con noi partecipi dei beni terreni? E non siano privi di nutrimento quelli che sono fratelli nei sacramenti, se non altro per meglio difendere per mezzo loro la nostra causa davanti a Dio, cosí che noi li manteniamo a nostre spese ed essi rendano grazie a lui. Quanto piú poi il povero benedice il Signore, tanto piú gioverà a chi gli fa benedire il Signore. E come sta scritto: Guai all`uomo per il quale viene bestemmiato il nome del Signore (cf. Gc 2,7), cosí sta scritto: Pace all`uomo per il quale è benedetto il nome del Signore e Salvatore. Ma qual è il merito di colui che dona? Egli fa sí che pur essendo solo ad agire nella casa, la Chiesa attraverso molti possa pregare il Signore, e anche se forse non osa chiedere alla divinità, grazie alle preghiere dei piú che chiedono ripetutamente, riceve anche quello che non sperava. Per questo, ricordando il nostro aiuto, il beato apostolo dice: Affinché siano rese grazie per noi da parte di molti (2Cor 1,11); e ancora: Perché la vostra divenga una oblazione gradita, santificata dallo Spirito Santo (cf. Rm 15,16). 

lunedì 24 novembre 2014

La Divina Pedagogia ( Eusebio di Cesarea )

Perché mai nel tempo antico la sua predicazione non fu come è ora, universale e destinata a tutti gli uomini e a tutte le genti? Eccone una chiara risposta. Gli antichi erano incapaci di comprendere la dottrina di Cristo, culmine di saggezza e virtù.  Il primo uomo, subito da principio, dopo il periodo di felicità primordiale, violò il divino comando e precipitò in questa esistenza mortale e caduca, mentre mutava le celesti delizie di prima con l`abitazione su questa terra maledetta. E i suoi discendenti, cosí, tutta la popolarono, e, fatte poche eccezioni, si dimostrarono ancora peggiori del capostipite, abbandonandosi a costumi bestiali e a vita disordinata...
 E` allora che la Sapienza, primogenita figlia, opera primogenita di Dio, il Verbo stesso [a tutto] preesistente, in un impeto di incontenibile amore per l`umanità, si manifesta a quegli esseri inferiori: talvolta servendosi d`apparizioni angeliche, talaltra apparendo di persona quale Potenza di Dio salvatrice, e mostrandosi all`uno o all`altro degli uomini dell`antichità, amici di Dio, sotto forma umana: altra forma non sarebbe stata adatta allo scopo. 
 Questi privilegi gettarono la semente della [vera] religione nella massa degli uomini. Di essa, tutta la nazione discesa dagli antichi Ebrei, divenne sulla terra l`ereditiera devota; ma il popolo era ancora sviato dagli antichi costumi, e Iddio, mediante il profeta Mosè, gli diede le figure, i simboli d`un sabato misterioso, l`istituzione della circoncisione e di altri precetti spirituali, ma non l`intelligenza chiara di tali misteri.  La legge giudaica ebbe risonanza; la sua notizia si diffuse nell`umanità come profumo di soave odore, e ne derivò che la maggior parte delle genti, per opera dei legislatori e dei filosofi, mansuefatta la loro barbarie selvaggia e feroce, addolcirono i propri costumi; e ne nacque una pace profonda, un`amicizia piena di mutue relazioni. E` il momento: e a tutti gli altri uomini, a tutti i popoli della terra già preparati e disposti a ricevere la cognizione del Padre, ecco che il Maestro delle virtù, il Ministro del Padre nella distribuzione d`ogni bene, il Verbo divino e celeste, al principio dell`impero di Roma, apparve per mezzo di un uomo per nulla diverso dalla nostra natura quanto all`essenza del corpo; e fece e patí quello che avevano vaticinato i Profeti. Essi avevano predetto che sarebbe venuto in terra un Uomo-Dio facitore di azioni mirabili e che sarebbe stato per i popoli il Maestro della religione del Padre; avevano preannunziato il prodigio della sua nascita, la novità della sua dottrina, la meraviglia delle opere sue, eppoi la morte che avrebbe subita e la sua risurrezione e il suo divino ritorno ne` cieli.
 Il profeta Daniele, illuminato dallo Spirito Santo, vide il regno finale di lui, e, adattandosi alla capacità del nostro umano intelletto, ne descrisse la divina visione: Io guardai fino a quando furono alzati dei troni, e l`Antico dei giorni vi si assise; le sue vesti erano come neve e i capelli della sua testa come lana lavata; il trono di lui fiamme di fuoco: le sue ruote erano vivo fuoco: scorreva davanti a lui fiume di fuoco. I suoi ministri erano migliaia di migliaia e i suoi assistenti diecimila miliardi. Si stabilí il giudizio e i libri furono aperti (Dn 7,9-10).
 E piú in là: Io stavo dunque guardando, quand`ecco, con le nubi del cielo, venire come figlio dell`uomo; ed ei si avanzò sino all`Antico dei giorni e si presentò al cospetto di lui: a lui fu data potestà, onore e regno, e tutti i popoli, tribú e lingue lo serviranno: la potestà di lui è potestà eterna che non gli sarà tolta, e il regno di lui sarà incorruttibile (Dn 7,13-14).
 E` chiaro che tutto ciò non si può riferire se non al nostro Salvatore, al Dio Verbo ch`era in principio presso Dio (cf. Gv 1,1), e che, per l`Incarnazione avvenuta nei tempi novissimi, si dice anche Figlio dell`uomo.



 (Eusebio di Cesarea, Hist. eccles., I, 2, 17 s., 21-26)

venerdì 21 novembre 2014

La Missione presso gli Slavi di Cirillo e Metodio( Storia della Chiesa)

Premessa 
Il generale rinnovamento nelle chiese romana e costantinopolitana, unito al desiderio di espansione degli imperatori di riferimento, sono le principali cause dell'espansione della Cristianità dal IX all'XI secolo.
Da una parte, abbiamo una Roma collusa col potere franco, legittimato dall'incoronazione di Carlo Magno avvenuta la notte di Natale dell'800 da parte di Leone III pontefice. Dall'altro lato, abbiamo un Patriarcato Ecumenico fortemente legato gli umori del monarca del momento, che si prende il diritto di deporre o innalzare dal trono vescovile chi meglio lo aggradi. In entrambi i casi, dunque, abbiamo una Chiesa fortemente legata al potere laico di riferimento.


La Missione quindi assume un'ottica di conquista culturale, prima ancora che religiosa in senso stretto, in un'epoca che prefigura la successiva divisione piuttosto grezza e inesatta tra "Greci" e "Latini", che avrà conseguenze pesantissime su tutta la Cristianità. Da un lato, il Papato assurge a definitivo rappresentante della civiltà nata dalle ceneri della latinità sposata con la cultura germanica, in questa unione sempre meno netta e sempre più omogenea fino a diventare la Civiltà Medievale; dall'altro lato, abbiamo un Impero  d'Oriente che difende l'ellenismo e una cultura sostanzialmente diversa da quella latina, sebbene l'Imperatore si dica Romano. Mentre il Papato diffonde la lingua latina e la cultura occidentale nelle missioni slave ( Polacchi, Cecoslovacchi, Boemi...) il Patriarcato di Costantinopoli fin da subito comprende che per conquistare culturalmente gli Slavi, è necessario fondare una "ortodossia slava". Questa sarà la carta vincente che legherà il nascente stato bulgaro, la Rus' e i Balcani al mondo greco, per sempre.

Cirillo e Metodio erano due fratelli, figli di un alto funzionario di Salonicco. Dopo alcuni viaggi, iniziarono a trascrivere il Vangelo e i servizi liturgici in alfabeto Glagolitico, che poi evolverà in Slavonico. San Cirillo era essenzialmente un uomo di cultura, un Filosofo, e uno dei pupilli del santo Patriarca Fozio; suo fratello Metodio era un politico, affine alle arti del Diritto. Nel 850 circa si mossero verso la regione occupata dai Khazari, poi passarono per la Crimea, ove ritrovarono i resti mortali di San Clemente, Papa di Roma, mandato là a finire i suoi giorni ad metalla, ossia nelle miniere, dall'Imperatore di allora. Nel corso degli anni 850, Metodio divenne abate del Monastero del Monte Olimpo.  La lingua che scelsero era il dialetto bulgaro parlato a Salonicco, all'epoca una delle lingue veicolari dei popoli slavi. L'occasione fu provvidenziale, poiché il Re Ratislav di Moravia richiese al Patriarcato proprio in quel momento dei dotti per la Missione cristiana nel suo paese: correva l'anno 862.Cirillo e Metodio furono dunque inviati come rappresentanti ufficiali del Patriarca a guidare e migliorare la presenza cristiana nella regione. Ratislav era mosso, in parte, da una preoccupazione politica. I vicini Ungheresi, legandosi alla cristianità latina, si erano fatti amici i potenti Franchi, che avanzavano pretese un po' ovunque; Ratislav sperava che assumendo il cristianesimo nella sua forma bizantina, si sarebbe poi potuto alleare con l'Impero Romano d'Oriente e contrastare così le supposte mire dei nipoti di Carlo Magno. Nell'anno 867 Cirillo, Metodio e i loro discepoli si mossero alla volta di Roma per ottenere la benedizione a continuare la loro opera di evangelizzazione. Non è assolutamente chiaro il perché questi missionari si siano rivolti al Papa piuttosto che al Patriarca Ecumenico, come pare più naturale vista la regione. Taluni pensano che volessero passare per Venezia e studiarne i riti frammisti; altri, più plausibilmente, dicono che essi abbiano risposto ad un invito del Papa il quale voleva benedire la loro opera in Moravia; qualunque sia la ragione, i missionari moravi passarono prima per Venezia e poi giunsero nella Città Eterna. Alle porte dell'Urbe, il Papa Adriano II venne loro incontro in pompa magna, recando con sè accoliti con le candele accese, bandiere da processione, turiferari e un grande seguito di chierici. La ragione era molto semplice: Cirillo e Metodio avevano portato le reliquie di San Clemente Papa a casa. Vennero ricevuti con tutti gli onori. San Metodio fu fatto prete, come alcuni suoi discepoli, e nominato Vescovo della Pannonia e Apocrisario ( rappresentante ) del Papa in quelle regioni. Cirillo si ammalò in quel soggiorno romano, e morì. Prima di raggiungere i Cieli, si fece tonsurare monaco col nome che tutti conosciamo ( da laico, difatti, si chiamava Costantino). Metodio promise al fratello morente di continuare la missione in Moravia e ripartì poco dopo i funerali di Cirillo. Il Papa benedì l'uso della lingua slavonica per le terre morave, ma i missionari franchi disturbavano il lavoro di San Metodio e portavano avanti la teoria del Latino come unica lingua liturgica ammissibile. Fu imprigionato nel 870 dai missionari franchi, i quali erano mossi dall'impronta politica dell'Impero Carolingio il quale, volendo apparire l'Impero Romano restaurato, proponeva l'uniformità dei culti e delle lingue, su modello romano. 
I franchi fecero arrestare Metodio con l'accusa di aver scavalcato il vero titolare della missione slava, il vescovo di Saltzburg. San Metodio fu comunque rilasciato e potè proseguire la sua missione non più come vescovo-missionario, ma come Arcivescovo titolare della Pannonia: Svatopluk, nuovo Re di Moravia, incoraggiò la sua attività missionaria anche fuori dal suo regno nel periodo che va dal 874 all' 885, anno della morte di Metodio. La vicenda dei successori di Metodio, Naum e Clemente, suoi discepoli, è drammatica. Incoraggiati da Svatopluk a continuare la missione, furono disturbati da Stefano V, nuovo pontefice, che voleva la latinizzazione di quelle terre; arrestati e condotti a Venezia per ordine del papa, essi furono venduti ai Giudei e finirono chissà dove; Clemente fu poi ritrovato a Costantinopoli e liberato. Ma ormai la missione slava aveva preso corpo, e sarebbe evoluta nelle future e luminose chiese della Rutenia, della Boemia, della Slovacchia, e della Rus'. 

FONTI:
Padre Andrew Louth, Greek East and Latin West: The Church 861-1071 ( St. Vladimir Seminary Press)
Arciprete Mìlan Radulòvic, The Slavic Mission, in Outlines of 20th Century History, (Derkens edizioni)

Testo tradotto e riadattato nelle sue parti dal blogger.



mercoledì 19 novembre 2014

Brevissima teologia dell'Icona

In primis, avventurandomi in un ambito che conosco poco, chiedo ai gentili lettori che, qualora ravvisino errori di forma o di sostanza, di avvertirmi e correggermi.

La diffusione dell'immagine sacra lo si deve, nei primi secoli, non tanto al devozionismo quanto all'azione pedagogica dell'immagine. San Nilo scrisse a Olimpiodoro, Prefetto di Costantinopoli, il quale voleva erigere una Basilica intitolata ai Santi Martiri, suggerendogli di abbellirla con le immagini dei santi affinché i poveri potessero apprendere le loro gesta. ( Patrologia Greca, 93).

San Gregorio Magno (+604) nelle sue Lettere chiarisce meglio il compito dell'immagine sacra spedendo una missiva a Severo Vescovo di Marsiglia il quale stava distruggendo le immagini che i suoi preti dipingevano nelle chiese della sua giurisdizione.( Patrologia Latina, 77): 
<< proibendo di adorare le immagini, meriti un elogio; distruggendole, un rimprovero. Una cosa è l'adorazione dell'immagine, un'altra l'apprendimento di chi è degno d'essere venerato attraverso di essa.>> 
Nel pensiero di san Gregorio, l'immagine sacra è quindi un "evangelizzatore silente", una predicazione muta per i cristiani e per i pagani  che si avvicinano al mondo della Chiesa. 

Gregorio II Papa ( +731) proclama di diffondere il Vangelo con la parola, con lo scritto e coi colori ( Mansi, 13,46) , intendendo ovviamente di usare le immagini.
Il concilio di Trullano ( 692) promuove definitivamente l'immagine, avversata inizialmente perfino da alcuni teologi e scrittori cristiani, al rango di pedagogia d'eccellenza. ( canone 82).

Il Concilio di Nicea II convocato nel 797 proprio per porre fine alla controversia sulla liceità del culto delle immagini sacre, proclama quanto segue ( COD. 136):

Le venerande e sante immagini, sia dipinte, che in mosaico, che in qualsiasi altro materiale adatto, debbono essere esposte nelle sante chiese di Dio, sulle sacre suppellettili e sui santi paramenti, sulle pareti e sulle tavole, nelle case e nelle vie: siano esse l'immagine del Signore Iddio e Salvatore nostro Gesù Cristo, o quelle della purissima Madre di Dio, dei santi angeli, e di tutti i santi e giusti. Infatti quanto più queste immagini frequentemente vengono contemplate, più i contemplatori sono portati al ricordo e al desiderio dei modelli originali e a tributare loro, baciandole, rispetto e venerazione. Non si tratta, invero, di latrìa ( adorazione) riservata per fede solamente alla Divina Natura, ma di un culto simile a quello che riserviamo alla Santa Croce, agli Evangeli e agli altri oggetti di culto, e difatti offriamo per essi incenso e lumi come gli antichi padri ci hanno insegnato. L'onore reso all'immagine in realtà appartiene a colui che vi è rappresentato e chi venera l'immagine venera invero colui che vi è riprodotto.






lunedì 17 novembre 2014

La "Nuova Identità" Russa - Discorso del Patriarca Kirill

Il meeting "Riunione del Mondo Russo", nel quale Kirill ha espresso quanto segue, è avvenuto il giorno 11 Novembre 2014, a Mosca
fonte e traduzione del discorso del Patriarca dall'articolo di PRAVMIR:
 http://www.pravmir.com/patriarch-kirill-suggests-new-formula-russian-identity/


L'Agenzia di informazione RIA ha riportato che il Primate della Chiesa Ortodossa Russa, Sua Santità il Patriarca Kirill, crede che la Russia moderna richiede una << grande sintesi >> dei suoi periodi storici, la quale può essere descritta con la formula "fede, giustizia, solidarietà, onore, e uno status di grande potere". Al contrario di un imperialismo selvatico e anarchico, occorrerebbe, " Ortodossia, Monarchia e Comunitarismo". 



<<Dovremmo prendere tutto ciò che è veramente importante e prezioso dalle varie epoche storiche. Abbiamo bisogno di una grande sintesi degli ideali della primigenia Rus'. delle realizzazioni culturali e governative dell'Impero Russo, obiettivi sociali di solidarietà e sforzi collettivi per i grandi impegni comuni, che hanno determinato la vita della nostra società per la maggior parte del secolo XX, e anche le eque aspirazioni dei residenti in Russia nell'Era post-sovietica. Questa sintesi supera la dicotomia Destra-Sinistra di gran lunga. Questa sintesi può raccogliersi nella formula "fede, giustizia, solidarietà, onore, e lo stato di grande potenza">> - ha osservato il Patriarca Kirill. Il Primate ha sottolineato che << Qualora il Governo si poggiasse su tali basi, esso rappresenterebbe pienamente gli ideali espressi nei comandamenti biblici, i quali sono la premessa di base della vera moralità, propriamente o meno.>>

Oltretutto, Sua Santità ha anche denunciato coloro che si impegnano a dividere e soppesare i vari periodi storici, ha difatti affermato: << Oggi si sente spesso qualche voce che ci spinge ad accettare un periodo della nostra storia come un certo modello, ma per poi denigrare, sminuire e criticare altre epoche in ogni modo. Difatti, la descrizione del passato russo necessita di un quadro colorato, uno schema in bianco e nero è del tutto insufficiente.>> Il Primate della Chiesa Russa inoltre ha espresso la sua opinione circa questi storici, le cui semplificazioni possono solamente... << creare un quadro storico dismesso e travisato, che si rompe in pezzi diversi, come uno specchio rotto.>> 
(...)
<< Nonostante tutti i mutamenti e le rivoluzioni e le controrivoluzioni, la Russia ha conservato tutta la base della Civiltà in ogni momento storico. Molte cose sono cambiate, compresi i modelli, i titoli dei governanti, le abitudini e le classi dominanti, ma la società russa e i russi si sono mantenuti nella loro identità nazionale. L'Amore per la Patria, il senso di fraternità e del dovere, la volontà di dare la propria vita per i propri amici, queste sono state le caratteristiche tanto di Borodino, quando di Campo Kolikovo o di Stalingrado.>>

Il Patriarca ha concluso il suo intervento al Meeting con queste parole: << In particolare grazie a loro ( i guerrieri di cui sopra, ndt), il popolo russo è riuscito a proteggere se stesso, la sua indipendenza, la libertà e gli altri grandi valori.>>

COMMENTO DEL BLOGGER

Invero, questa è la prima volta che mi separo dalla linea di pensiero del Patriarca Kirill. La Chiesa di Cristo non può e non deve essere "politica". Qualora la Chiesa operi in una società cristiana, allora essa vive nella società, non nella politica di questa società. Proclamare come desiderabile l'imperialismo è, a mio avviso, fuorviante e oltretutto è un chiaro sintomo di cesaropapismo, dottrina che mi risulta stomachevole e inadatta a qualsiasi forma genuina di spiritualità: la Chiesa non può essere succube di alcun potere laico, e nemmeno può lasciarsi plasmare da esso o adagiarsi su di esso. Le chiese locali che nei secoli hanno lottato per rimanere diverse e giustamente indipendenti nella loro forma ( artistica, culturale, linguistica, liturgica) meritano di essere qui ricordate. Gli errori del Cesaropapismo produssero lo Scisma di Roma: Roma Antica e Roma Nuova, difatti, sono due versioni del medesimo errore. Il Papa si proclamò Re, il Patriarca costantinopolitano si abbassò a essere lo sgabello del proprio monarca. 
Credo che questo discorso, che sicuramente ha un sentore panslavista e imperiale, sia un buco nell'acqua del magistero kirilliano, finora splendente per i suoi discorsi molto importanti sul digiuno, la penitenza e la società ispirata all'Ortodossia, discorsi che ho sempre letto e consiglio sempre di leggere per la loro portata attuale.
Ma questo preciso discorso no, non mi piace. 

mercoledì 12 novembre 2014

Cristo nell'Uomo - di S. Justin Popovic

Se non c‟è il Cristo nell‟uomo, questi è nulla, un cadavere, un non essere. Se non c‟è nell‟universo, quest‟ultimo è un cadavere, è il nulla, è il non essere. Il Cristo è l‟essere assoluto e l‟unità assoluta. Egli riempie di sé tutto e tutto unisce; senza di lui tutto è vuoto, abbandonato e slegato. Se si ritira dall‟uomo, dal sole, dall‟universo, dall‟ape, tutto precipita nel caos, nel non essere, nel nulla, nella morte. Egli solo con il suo corpo divino-umano, la Chiesa, unisce tutti e tutto, riempie tutto e tutti e tutti in tutti i mondi [32]. Da lui continuamente promana un‟energia che tutto riempie, che tutto unisce, un‟energia divina e piena di grazia, che tutti e tutto riempie ed unisce con il Logos. Se l‟uomo diventa membro del corpo divino-umano del Cristo, egli si riempie del senso dell‟essere assoluto, dell‟unità assoluta; per lui non c‟è più la morte, ma dappertutto una pienezza assoluta propria della Buona Notizia: l‟immortalità e l‟eternità. In questa ricchezza ci introduce il Battesimo, con il quale diventeremo membri del vivo corpo della Chiesa. In essa scompaiono tutte le differenze, poiché il Cristo è “tutto in tutto”. “Quanti vi siete battezzati nel Cristo, vi siete rivestiti del Cristo. In lui non c‟è né Ebreo né Greco, né servo né padrone, né maschio né femmina, poiché tutti siete una sola cosa nel Cristo Gesù”[33]. “Il Cristo sia per voi tutto ed ogni cosa, valore e stirpe ed in tutti voi sia lui. Poiché tutti siete divenuti un solo Cristo, poiché siete il suo corpo”[34]. “Tutto ed in tutto il Cristo”, poiché tutti siamo un solo corpo, che ha per capo il Cristo. Perciò giustamente il Cristo è per noi tutto ed ogni cosa: Salvatore, Signore, Dio, Capo, Sommo Sacerdote e Vittima.
(...)
La fede nel Signore Gesù Cristo e la sua conoscenza rappresentano un'unità sostanziale e indistruttibile. Questi due elementi costituiscono un'unità nella Chiesa. E come tali esse sono date dal Santo Spirito in cambio dell‟umiltà delle nostre opere ed in primo luogo per l‟umiltà della mente. “L'unità nella fede” consiste nel non differire riguardo ai dogmi, mentre “l'unità nella conoscenza del Figlio di Dio” significa non differire nel concetto che si ha di Lui. “L'unità nella fede” si riferisce a quando tutti avremo una stessa fede, cioè quando tutti intenderemo nello stesso modo questo vincolo. E fino allora dovremo affaticarci, se abbiamo ottenuto il dono di edificare (oikodomein) gli altri… l'unità nella fede vuol dire che tutti abbiamo una sola fede, non differendo nei dogmi e non dissentendo tra noi nella vita. Vera è l'unità nella fede e nella conoscenza del Figlio di Dio quando professiamo i dogmi nell'Ortodossia e viviamo nell'amore. Infatti Cristo è Amore.

Scritti di S. Justin Popovic, "Macchia Albanese".

Note
32] Cfr. Efesini 1, 20-23; Colossesi 1, 16-20; 3, 15.
[33] Galati 3, 27-28.
[34] San Giovanni Crisostomo, Hom. VIII, 2.

lunedì 3 novembre 2014

Roma dopo la "Crisi Foziana" ( Storia della Chiesa)

Tratto da: "Il Primato di Roma per l'Oriente Ortodosso del primo millennio" del prof. Enrico Morini. 


Immagine: l'antica Basilica di S. Pietro prima della sua distruzione per sostituirla con l'attuale.

La "crisi foziana" ci testimonia l'iniziale coesistenza di posizioni minimaliste e massimaliste in ordine al ruolo di Roma nella Pentarchia. Nelle due sinodi costantinopolitane dell'869-70 e del 879-80, esse continuano ad integrarsi vicendevolmente in una dinamica che non segue necessariamente i "partiti" ecclesiastici, ma divide trasversalmente gli schieramenti. Si potrebbe anzi aggiungere che al concilio dell'879-80 - come hanno intravvisto sia il cattolico Peri sia l’ortodosso Pheidas - le due sensibilità ecclesiologiche furono in grado di raggiungere un precario equilibrio, anche se la ratifica conciliare di una sostanziale diarchia tra le sedi delle due Rome avrebbe segnato inesorabilmente la fine della Pentarchia anche nella sua dimensione virtuale. Nell'assise dell'869-70 il patrikios Baanes, rappresentante imperiale al concilio, ripropone fedelmente la dottrina sull'origine divina della Pentarchia ed applica a tutti e cinque i patriarchi la qualifica di "capo della Chiesa" (altrimenti riservata al papa), nonché la promessa di indefettibilità della Chiesa contenuta nel loghion mattaico, interpretandola nel senso che alcuni resteranno comunque fedeli alla fede ortodossa (tre o almeno due su cinque). 
Ravvisa anche la possibilità che la retta fede sopravviva in uno soltanto, ma evita significativamente di precisare che questo sarebbe comunque quello romano, "città di rifugio" dell'ortodossia perseguitata, come avevano teorizzato i teologi iconofili. Per converso il patriarca Ignazio - nella sua lettera scritta al papa
Nicola I nell'868 e letta alla terza sessione del concilio - enfatizzava proprio quest'ultimo aspetto, coniando per il papa di Roma una nuova metafora, quella di medico («unum et singularem praecellentem atque catholicissimum medicum») per il corpo divino-umano di Cristo, che è la Chiesa, in preda alla febbre dell'eresia ed al disordine canonico-disciplinare.
 Al concilio, riunitosi esattamente dieci anni dopo, si trovano a confronto non già due ecclesiologie costantinopolitane, rispettivamente minimalista e massimalista per quanto riguarda il primato romano, bensì quella più gelosa delle prerogative patriarcali, ora propria dell'ambiente foziano, e l'ecclesiologia romana, esposta però dai legati papali in termini comparativamente misurati. Il successo di questo concilio d'unione è probabilmente dovuto all'incontro di due diverse forme di moderatismo. L'approccio moderato di Fozio al problema del primato romano è stato individuato da Frantisek Dvornik attraverso l'analisi delle modifiche apportate - o meglio, non apportate - dalla cancelleria patriarcale alle lettere papali arrivate in oriente, al momento della loro traduzione in greco. Tale indagine, anche se condotta per via indiretta - in quanto considera non già ciò che il patriarca dice, bensì ciò che lascia dire al papa - consente di pervenire a conclusioni significative. Mentre infatti vengono puntualmente espunte le censure papali nei confronti di Fozio, non altrettanto avviene per l'enfasi posta dal papa, nella lettera all'imperatore, sulle prerogative della propria sede. Quella di essere "a capo di tutte le Chiese" viene sì trasferita, nell'adattamento foziano, dal papa a Pietro, ma nondimeno è conservata la rivendicazione, per il trono apostolico romano, del potere petrino di legare e sciogliere, nonché l'universalità dell'estensione del suo diritto d'intervento, «fin dove può senza incorrere nel biasimo e nella condanna», in tutte le Chiese.
La lettura sostanzialmente minimalista del primato romano, affermatasi nella pars Orientis dopo la vittoria di Fozio, emerge piuttosto dalla reazione negativa dei primi metropoliti del trono ecumenico all’affermazione dei legati che la Chiesa della Nuova Roma era stata pacificata dall’intervento dell'Antica. Anche in questo contraddittorio si percepisce tuttavia come i legati romani, rivendicando il primato della propria sede in termini inaspettatamente "pentarchici", abbiano ripreso, in questo scorcio finale della fase da me definita della "pentarchia virtuale", la prospettiva ecclesiologica tipicamente orientale al tempo della "pentarchia reale". Questo revival pentarchico comporta una ripresa, anche da parte dei legati romani, di un linguaggio arcaico, testimoniato dall’espressione papa ecumenico, già caratteristico del sentire pentarchico dell'oriente pre iconoclastico e del tutto inconsueto su labbra occidentali. La "restaurazione pentarchica" formalmente promossa da questo concilio è tuttavia espressione di un modello di Chiesa sostanzialmente incompatibile con i presupposti teorici e le modalità pratiche di questa istituzione. 

La pentarchia delineata dal concilio dell'879-80 si regge infatti sul principio dell'isotimia, cioè della parità nelle prerogative, tra la due Rome, almeno come linea di tendenza in via teorica e come dato di fatto nel concreto della dinamica ecclesiale. Fozio non esita a definire il papa, nell'accogliere i legati romani, suo "padre spirituale", secondo una terminologia ancora una volta pentarchica e riservata protocollarmente al rapporto tra il rappresentante della regalità (l'imperatore) ed il vertice del sacerdozio (il papa), ma nondimeno viene acclamato dai suoi vescovi, con l'esplicito assenso dei legati romani, «sorvegliante del mondo intero, a immagine del Cristo, arcipastore», con la sorprendente appropriazione di attributi imperiali.
Questa tendenza all'isotimia tra Roma e Costantinopoli ha la sua più autorevole ratifica nel primo canone promulgato da questo concilio che prescrive il reciproco riconoscimento, da parte dei titolari delle due Rome, delle misure canonico-disciplinari da essi deliberate nei confronti di chierici e laici della propria giurisdizione, dovunque si trovino. I legati di Roma, in una dichiarazione fatta nel corso della quinta sessione dal cardinale Pietro, affermano che il papa Giovanni VIII ha conferito il potere di legare e di sciogliere, ereditato dall'apostolo Pietro, al patriarca Fozio.
Proprio uno dei principali convincimenti a cui siamo pervenuti nella nostra analisi è che, sia nella prassi sia nella teoria pentarchica, le prerogative anche più esclusive della sede romana prendono le mosse da un potere condiviso. Ciò viene esemplarmente espresso, quasi ai limiti del paradosso, nella già ricordata locuzione dell'imperatore Costantino IV, contenuta nella sua lettera al papa del  dicembre 681, dove la posizione rispetto a Roma dei restanti patriarchi è definita, con un'unica formula, come quella di consedenti insieme alla maestà papale e, nel contempo, di sedenti dopo di essa. La compresenza delle due particelle, insieme e dopo, oggettivamente in contraddizione, fornisce a questa relazione una coloritura per così dire "antinomica", precisabile con difficoltà già in via teorica e pertanto ancora di più nel concreto della dinamica dei rapporti ecclesiali. Nel contempo, nella Chiesa "imperiale" si registra una prolungata continuità, dagli imperatori Giustiniano e Foca, a Costante II ed a Giustiniano II, nel riconoscimento alla sede romana della prerogativa di "capo di tutte le Chiese".
La valenza "filo-romana" di questa definizione, costantemente ribadita, viene oggettivamente ridimensionata non solo dalla sua stretta correlazione con la qualifica papale - assai più pentarchica - di "capo del sacerdozio", ma soprattutto dal fatto che la fondazione petrina della Chiesa di Roma non è che uno dei
fattori determinanti la sua posizione particolare nell'ambito della Pentarchia. Tale prerogativa pare infatti in sinergia, quando non apertamente sostituita, con altri fattori, come la normativa canonica, nonché la motivazione, tipicamente giustinianea, che, come Roma è patria legum, allo stesso titolo essa è anche fons
sacerdotii. A sua volta il carattere normativo della fede di Roma - scoperto nel pieno della crisi iconoclastica - non è mai isolabile dalla struttura pentarchica della Chiesa: come ogni patriarca non è isolabile dal corpo episcopale della sua giurisdizione - e ne esprime il punto di vista collettivo normalmente in sede
conciliare - così Roma non è isolabile dagli altri quattro patriarchi, ed anche in questo caso dà voce all'intero collegio pentarchico.

Halloween oltre la mitologia - riflessioni di un clerical chic

E' ormai passata la fatidica notte. Fra mia madre che veste mia sorella da streghetta, il mio fratello più grandicello in discoteca e tante caramelle, mi sono posto il dilemma. Ma Halloween, insomma, oltre il Mercato, cos'è?

La zucca originariamente era la lanterna che si usava per illuminare la via che conduceva alla chiesa. Una mera lampada.
La religione del dio denaro ha trasformato la solennità religiosa in una specie di festa in maschera.

La società pre-cristiana delle isole britanniche aveva in questa notte del 31 ottobre una festività legata al culto della morte. I druidi infatti spaventavano la loro gente ricordando loro come gli spiriti e i demoni del mondo uscissero fuori dalle tombe e tormentassero i vivi.

Con l'arrivo provvidenziale del Cristianesimo in Inghilterra, questo giorno rimase comunque nella memoria popolare e la gente superstiziosa, come ci ricorda S. Eligio, continuava a pensare - e non a torto - che le presenze infauste governassero il mondo in questa notte. Macabro a parte, per risolvere in parte questo problema pastorale e anche teologico, la Santa Chiesa provvide a innalzare alcuni giorni l'anno al rango di "festa dei morti". Nell'Ortodossia secondo il typikon bizantino, noi la festeggiamo la prima domenica dopo Pentecoste. E così era anche nella Chiesa Latina, fino al IX secolo quando il buon papa Gregorio IV, nell'anno di Dio 840, traslò la festa dei morti al 1° novembre, in modo da poter festeggiare la Veglia il giorno prima, ossia la notte del 31 ottobre: questa scelta fece sì che la notte, il cui sensum tormentava i fedeli anglosassoni e non poco, trasmutasse: dalla notte della morte, divenne la notte in cui si superava la morte attraverso il ricordo dei defunti e dei santi che ci hanno preceduti.Con questa Veglia non si celebra la morte, ma piuttosto la resurrezione che deve venire, attraverso il ricordo dei propri cari. Gregorio IV favorì il diffondersi anche della Veglia ( All Hallows Eve, "vigilia di tutti i Santi" in inglese medievale) in tutta la cristianità latina che cadeva, ricordiamolo ancora una volta, sotto la sua giusta direzione canonica. 

Chi pensa che io mi inventi le cose, basta vada su wikipedia, insomma. 

Alla domanda che sorge spontanea, ossia "E' lecito per un Ortodosso festeggiare Ognissanti, dunque?" rispondo così:
Teoricamente, se la situazione canonica e pastorale fosse normale, ossia con un Patriarcato Latino, il typikon romano ripristinato, e una situazione parrocchiale interamente regolare, sarebbe non solo lecito, ma obbligatorio, in quanto il typikon perfino della ROCOR lo prevede come solennità.
Nella nostra situazione attuale, dove i neoconvertiti storcono il naso per qualsiasi cosa non sia orientale, e dove il clero e le parrocchie sono di rito bizantino e si portano dietro i loro typika, non si può fare a livello pubblico e comunitario. Si può festeggiare in privato, chiusi nella propria cella interiore.
Se il Vescovo di riferimento benedice l'iniziativa, un gruppo di fedeli può pure festeggiarla in qualche abitazione privata nella sua forma sine sacerdos, ossia come veglia senza prete, priva quindi delle benedizioni e delle parti sacerdotali. Ad ogni modo, una candela vicino alla finestra non si nega a nessuno.