mercoledì 25 marzo 2015

Il Predicatore ritorni a sé stesso ( san Gregorio Magno)

Oggi (25 marzo) ricorre nella Chiesa Ortodossa la memoria del grande San Gregorio I Papa di Roma e Patriarca d'Occidente. Come tributo, riporto l'ultimo capitolo del suo volume "Regola Pastorale", un incitamento ai chierici a non perdere di vista la propria interiorità, poiché per le circostanze del loro ministero spesso perdono di vista sé stessi. 
San Gregorio Magno, prega per noi e per l'Europa.
Testo da "Regola Pastorale, parte IV" 
La Regola fu inviata da Papa Gregorio al Vescovo Giovanni di Ravenna, cui egli si rivolge nello scritto.

COME IL PREDICATORE, COMPIUTA OGNI COSA NEL MODO DOVUTO,
DEVE RITORNARE A SE STESSO, 
PERCHE' LA VITA O LA PREDICAZIONE
NON LO ESALTINO

Ma poiché spesso, quando la predicazione scorre copiosamente nei modi convenienti, l’animo di chi parla si esalta in se stesso per la gioia nascosta di questa dimostrazione di sé, è necessaria una grande cura perché esso si lasci ferire dai morsi del timore e non accada che colui il quale, curando le loro ferite, richiama gli altri alla salvezza, si inorgoglisca lui per negligenza della salvezza sua propria; e mentre giova al prossimo, abbandoni se stesso e cada, mentre fa rialzare gli altri. Spesso, infatti, la grandezza della virtù fu occasione di perdizione per alcuni, perché per la confidenza nelle proprie forze acquistano una disordinata sicurezza, così che poi, per negligenza, in modo imprevisto muoiono. Infatti, quando la virtù resiste ai vizi, per un certo piacere di essa, l’animo ne resta lusingato, e avviene che la mente di chi opera bene rigetti il timore che la fa essere attenta ai vizi; riposi sicura nella confidenza di sé; e quando essa è presa nel torpore, l’astuto seduttore le enumera tutte le sue buone opere e la esalta nel pensiero orgoglioso di essere superiore agli altri. Quindi, agli occhi del giusto Giudice, il ricordo della virtù diviene una fossa per la mente, perché ricordando ciò che ha compiuto, mentre si innalza in se stessa, cade di fronte all’autore dell’umiltà. Perciò è detto all’anima che insuperbisce: Quanto pia sei bella, scendi e dormi con gli incirconcisi (Ez. 32, 9); come se dicesse apertamente: Poiché ti elevi per la bellezza della virtù, dalla tua stessa bellezza sei spinta a cadere. Perciò, l’anima che insuperbisce per la virtù, viene riprovata — personificata in Gerusalemme — quando è detto: Eri perfetta nella mia bellezza, che io avevo posto su di te, dice il Signore; ma fidando nella tua bellezza, hai fornicato nel tuo nome (Ez. 16, 14-15). Giacché l’animo si esalta, per la fiducia nella propria bellezza, quando lieto per i meriti delle sue virtù, si gloria ai suoi occhi nella propria sicurezza. Ma attraverso questa medesima fiducia è condotto alla fornicazione, perché quando i suoi stessi pensieri illudono la mente prigioniera, gli spiriti maligni la corrompono, seducendola attraverso innumerevoli vizi. Si noti che è detto: Hai fornicato nel tuo nome, perché quando il cuore abbandona il rispetto della guida celeste, cerca subito una lode personale, e incomincia ad attribuirsi ogni bene che ha ricevuto per servire all’annuncio di colui che gliel’ha donato; desidera dilatare la gloria della sua fama; fa di tutto per apparire degna di ammirazione a tutti. Pertanto fornica in suo nome, colei che abbandonando il talamo legale giace sotto lo spirito corruttore per la brama della lode. Perciò David dice: Ha consegnato alla prigionia la loro virtù e la loro bellezza in mano al nemico (Sal. 77, 61). Giacché la virtù è consegnata alla prigionia e la bellezza in mano all’avversario, quando l’antico nemico domina un cuore illuso dall’esaltazione per una buona opera; e tuttavia questa esaltazione della virtù, sebbene non vinca completamente, tenta spesso, comunque, anche l’animo degli eletti; ma quando, dopo essersi esaltato, viene abbandonato, allora è richiamato al timore. Perciò David ancora dice: lo dissi nel mio benessere: Non sarò scosso in eterno (Sal. 29, 7). Ma poiché si gonfiò nella confidenza nella propria virtù, poco dopo aggiunge che cosa dovette sopportare: Hai distolto il tuo volto e sono stato turbato (Sal. 29, 8); come se dicesse apertamente: Mi sono creduto forte tra le mie virtù, ma abbandonato, ho riconosciuto quanto è grande la mia debolezza. Perciò ancora dice: Ho giurato e stabilito di custodire i giudizi della tua giustizia (Sal. 118, 106). Ma poiché non era in potere della sua forza rimanere fermo nella custodia che aveva giurato, subito scopri la propria debolezza, per cui immediatamente si buttò nella preghiera dicendo: Sono stato umiliato fino in fondo, Signore, dammi vita secondo la tua parola (Sal. 118, 107). Poiché spesso la guida celeste prima di fare progredire coi doni richiama alla mente il ricordo della debolezza, perché non ci si gonfi per le virtù ricevute. Perciò il profeta Ezechiele, ogni volta che è condotto a contemplare le cose celesti, viene chiamato prima figlio dell’uomo, come se il Signore lo ammonisse apertamente dicendo: perché tu non innalzi il tuo cuore nell’esaltazione, considera attentamente ciò che sei, affinché quando penetri le verità somme riconosca di essere uomo; e mentre sei rapito al di là di te, tu sia richiamato sollecitamente a te stesso dal freno della tua debolezza. Perciò è necessario che quando l’abbondanza delle virtù ci lusinga, l’occhio della mente ritorni alle sue debolezze e si costringa a voltarsi indietro per guardare non ciò che ha fatto rettamente, ma ciò che ha trascurato di fare, perché, mentre nel ricordo della debolezza, il cuore si abbatte, sia rafforzato nella virtù presso l’autore dell’umiltà. Poiché spesso Dio onnipotente, quantunque in gran parte renda perfette le menti delle guide delle anime, tuttavia, per una piccola parte, le lascia imperfette, affinché, quando risplendono per le loro ammirabili virtù, si struggano per il fastidio della propria imperfezione e non si innalzino per quanto è in loro di grande, mentre ancora si travagliano nel loro sforzo contro difetti minimi; ma poiché non sono capaci di vincere questi ultimi resti di imperfezione, non osino insuperbire per i loro atti eminenti. Ecco, nobilissimo uomo, spinto dalla necessità di accusare me stesso e tutto attento a mostrare quale debba essere il Pastore, ho dipinto un uomo bello, io cattivo pittore, che, ancora sbattuto dai flutti dei peccati, pretendo di guidare gli altri al lido della perfezione. Ma in questo naufragio della vita, ti supplico, sostienimi con la tavola della tua preghiera e, poiché il mio peso mi fa affondare, sollevami con la mano dei tuoi meriti.

lunedì 23 marzo 2015

Apologia dei sacerdoti sposati dal vescovo latino Ulrico di Imola nel 1059

Il brano proviene dall'ammirevole lavoro di Francesco Quaranta nel suo libro "Sacerdoti Sposati nel Medioevo" nel quale l'autore illustra in modo magistrale la lotta fra uxorìa e celibato e gli influssi culturali fra Oriente e Latinità nella Chiesa Indivisa. Ringrazio di vivo cuore il professore Francesco Quaranta per il lavoro di traduzione diretto dalle fonti, il quale ci ha permesso di ottenere così ben cinque testi post-Scisma che ci confermano dell'esistenza dei sacerdoti uxorati. Dopo il Concilio di Reims nel 1049 le riforme papali si interessarono anche dei sacerdoti sposati con l'intento di distruggerli, e il Vescovo Ulrico di Imola noto anche come Odelrico o Adelrico (1053-1074) nella sua sede di San Cassiano, nel 1059, rispose così alla lettera papale che lo informava delle riforme inerenti il celibato obbligatorio imposto nella diocesi:

LETTERA A PAPA NICCOLO' II

Ulrico, vescovo solo di nome, figlio nell'amore e servo nel timore, al signore e padre,  custode insonne della santa chiesa romana.

Avendo trovato privi di senso della misura, o padre e signore, i tuoi decreti sulla continenza dei chierici, giunti da poco presso di me, timore e tristezza mi turbarono assieme. Timore, giacché sta scritto: "l'opinione di chi comanda, sia giusta che ingiusta, dev'essere rispettata" ( San Gregorio Magno, Omeliae in Evang., II 26,6). Ero preoccupato, infatti, per coloro che hanno difficoltà ad attenersi alla Scrittura, perché essi, che a mala pena obbediscono a una prescrizione giusta, una volta trasgredita quella ingiusta - una opprimente, anzi intollerabile disposizione del loro pastore - non si sarebbero più sentiti vincolati dai comandamenti. Ero triste e in pena mentre pensavo quanto le membra avessero bisogno del loro capo, invalidato da così grande corpo. Cosa c'è infatti di più grave, cos'è più degno della compassione dell'intera Chiesa che tu, vescovo della sede più alta, al quale spetta il controllo di tutti, ti allontani anche di pochissimo dalla santa moderazione (1) ? E non di poco da questa hai deviato, nel momento in cui volevi costringere con una certa violenza i chierici ad abbandonare il matrimonio, mentre avresti dovuto solamente esortarli. Forse che a giudizio di tutti i maestri della fede non è è violenza questa che costringe ad obbedire a decisioni arbitrarie, prese contro la regola evangelica e l'ammaestramento dello Spirito Santo? Poiché sono a disposizione moltissimi esempi del Vecchio e del Nuovo Testamento a favore della moderazione, a te noti del resto, e prego la tua paternità di non avere a noia il fatto di averne qualcuno citato in queste pagine. 
Il Signore ha certamente istituito il matrimonio dei sacerdoti nella legge ebraica; e che in seguito l'abbia loro proibito non sta scritto da nessuna parte; anzi, dice la stessa cosa nel Vangelo: "Vi sono gli eunuchi che si sono fatti eunuchi loro stessi per il regno dei Cieli. Non tutti sono capaci di questo; chi può essere capace di queste cose, lo sia." (Mt. 19,11-12). Per la qual cosa anche l'Apostolo ( Paolo ) dice: "sulle vergini non do un comando del Signore, ma un consiglio." (ICor. 7,25). Egli era consapevole, in conformità alla parola succitata del Signore, che non tutti sarebbero stati all'altezza di quell'ideale e prevedeva che molti dei suoi zelatori, desiderosi di piacere non a Dio ma agli uomini con una falsa immagine di continenza, avrebbero commesso cose più gravi: avrebbero violato le mogli dei padri e non sarebbero rifuggiti dagli amplessi coi maschi o con le bestie.  Per evitare che il contagio di questa malattia diventasse una pestilenza devastatrice di tutta la Chiesa, (San Paolo) disse: "per evitare la dissolutezza ogni uomo abbia moglie." (ICor. 7,2) che ciò riguardi esclusivamente i laici è una menzogna degli ipocriti presenti in ogni grado del sacerdozio (2) i quali invece non esitano ad abusare delle mogli altrui e pure, lo diciamo piangendo, si degradano nelle suddette scelleratezze. Costoro certo non interpretarono rettamente la Scrittura, alla cui mammella, premuta troppo duramente, bevvero sangue al posto del latte. Infatti quel detto apostolico, "ognuno abbia moglie", non ammette eccezione, tranne quella di chi fa voto di continenza e di chi decide nel Signore di permanere in verginità. (...)
Affinché tu sappia con certezza che non deve essere assolutamente costretto chi non abbia fatto questo voto, ascolta quello che dice l'Apostolo a Timoteo: "bisogna che il Vescovo sia irreprensibile, marito d'una sola moglie" (I Tim. 3,2). E, affinché qualcuno non riferisse questa frase solo alla Chiesa (3), aggiunse: "Ma se qualcuno non sa governare la propria famiglia, come avrà cura della Chiesa di Dio?" ( I Tim. 3,2). Del resto, so che i decreti di papa Silvestro (4) ti hanno insegnato a sufficienza che la moglie dev'essere benedetta dalla Chiesa. Infine, l'estensore della legge canonica, concordando con i decreti della Sacra Scrittura, giustamente dice: "Il chierico sia casto o si leghi con certezza ad un solo matrimonio" ( canone apostolico VI). Da tutti questi testi inoppugnabilmente si evince che il vescovo e il diacono sono condannabili se si ripartiscono fra molte donne. Se invece scacciano l'unica legittima col pretesto della religione, senza differenza di grado, sono così condannati dalla legge canonica ( canone V):
"Nessuno, vescovo o prete, in alcun caso scacci la propria moglie col pretesto della fede; se dunque la si allontanerà, sia scomunicato, e se persevererà, sia deposto." 
(...) Qui il Vescovo Ulrico ricorda l'episodio del martire Pafmuzio il quale si alzò al Concilio di Nicea (325) difendendo l'uxorìa dai vescovi che volevano imporre il celibato. L'episodio è riportato da Cassiodoro nella Historia Ecclesiastica Tripartita nel capitolo XIV.
(...)
Vi sono invero dei sostenitori del celibato, la cui avventatezza mi fa ridere e la loro ignoranza piangere, che invocano l'autorità di San Gregorio ( Magno ) in loro favore.  Ignorano infatti che il pericoloso decreto contenente questa eresia promulgato da san Gregorio, fu da questi poi ritrattato con adeguato frutto di penitenza. Un giorno infatti, avendo comandato che gli fossero portati dei pesci dal suo vivaio, si vide consegnare più di seimila teste di bambini. Gemette allora, colpito da intimo pentimento e confessando che  la causa di tanta strage era stato il suo decreto sull'astinenza, e di esso, come dissi, fece adeguata penitenza, aggiungendo al detto apostolico "meglio sposarsi che ardere" (I Cor.7,9) una sua propria massima: "meglio sposarsi che offrire occasione di morte". (5) 
Cessi dunque la santità tua di obbligare quelli che dovrebbe solamente persuadere, affinché tu non venga trovato, Iddio non voglia, nemico sia del Vecchio che del Nuovo Testamento, a causa di una legge inventata da te. Dice sant'Agostino a Donato:
"Temiamo solamente che la tua giustizia ritenga di dover punire non considerando la mitezza cristiana ma l'enormità delle colpe. Ti supplichiamo di non farlo nel nome di Cristo. Infatti i peccati si devono reprimere in modo che si salvino coloro che si sono pentiti di aver peccato."(6) (...)
Gerolamo dice: "ciò può riguardare anche quelle vergini che si vantano del pudore e che con volto impertinente ostentano la castità, avendo altro nell'animo; esse non conoscono la definizione data dall'Apostolo "santa di corpo e di spirito". Cosa giova, infatti, la continenza del corpo ad un animo corrotto, che non possiede le altre virtù descritte dal profeta?" (7)  (...) E invero, cosa può essere più stoltamente a favore degli uomini e più soggiacente alla maledizione divina sul fatto che alcuni vescovi e arcidiaconi, tanto sprofondati nella lussuria, da apprezzare gli adulteri, gli incesti...e, vergogna! i turpissimi amplessi con i maschi, dicano che gli ripugnano i casti matrimoni dei chierici e mossi non dal desiderio di vera giustizia ma dallo sdegno di quella falsa, li comandino come dei servi e li costringano ad astenersi, invece di pregarli come dei compagni e di esortarli a contenersi. Essi accompagnano infatti a tale turpedine questo consiglio: "è meglio associarsi a molte donne nel segreto, piuttosto che ad una sola dinnanzi a tutti." Ciò certamente non direbbero se provenissero o fossero dalla parte di Colui che disse: "Guai a voi, Farisei, che fate tutte queste cose per essere riguardati dagli uomini" (Mt 23, 5.13). Uomini alla rovescia, che vorrebbero farci preferire di arrossire peccatori innanzi a Colui al quale tutte le cose sono chiare e manifeste, piuttosto che essere uomini al cospetto degli uomini. Dunque, sebbene per la loro malvagità non meritino affatto di essere trattati secondo clemenza, noi tuttavia, memori della divina filantropia e spinti da intima carità, gli porgiamo la norma della legge che mai si disgiunge dalla benevolenza. Ci è stato fatto sapere da alcune persone che alcuni di questi hanno intenzione di dilaniare e flagellare il gregge del Signore senza ragione, a tal punto di arroganza sono giunti. Non esiterei a definirli come disse l'Apostolo a Timoteo: "negli ultimi tempi alcuni apostateranno dalla fede, dando retta a spiriti menzogneri e a dottrine diaboliche, uomini che proporranno falsità per ipocrisia, cauterizzati dalla propria coscienza, e vieteranno di sposarsi." (I Tim. 4,1-3). 
Questa è, se si osserva con attenzione, la schiera dei diffusori di una mala pianta, di tutto questo partito della follia, che fa sì che dei chierici, costretti dal furore dei farisei ad abbandonare, Dio non lo voglia, le proprie mogli legittime, sono resi fornicatori e adulteri e complici turpissimi di altre perversità di questi stessi che, ciechi, guidano altri ciechi, e tramano questa eresia dentro la Chiesa di Dio. Dal momento che nessuno di quelli che ti conoscono, o apostolico signore, ignora che se avessi valutato con lucidità dell'abituale tuo discernimento quale grande pestilenza sarebbe derivata dalla tua decisione, mai avresti ceduto a suggerimenti tanto perversi, e ti chiediamo con lealtà di una dovuta sottomissione a operare l'allontanamento di un così grande scandalo dalla Chiesa di Dio e di estirpare la dottrina farisaica dall'Ovile di Dio, cosicché non soltanto nel fiore della verginità, ma anche nella congiunzione del matrimonio, ciascuno vedrà con purezza nostro Signore, il quale vive e regna con Dio Padre e lo Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. Amen.

La lettera si conclude così, con una petizione che ovviamente non troverà riscontro nella corte papale. A causa della sua lunghezza, ho tolto alcune piccole parti di collegamento.
 A distanza di quasi mille anni, le parole del coraggioso vescovo Ulrico che difende il suo clero dai soprusi risuonano come un accorato appello a benvolere i nostri presbiteri sposati, a dare calore e affetto ai nostri sacerdoti, e a non guardarli come uomini di seconda mano, ma come autentici gioielli del diadema della Santa Chiesa. Che l'Occidente possa tornare, come già auspicava il vescovo Ulrico alle soglie dello Scisma, alla santa tradizione ortodossa dei nostri padri antichi. 

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NOTE

1) in latino Discretio, è corrispondente del greco Diakrisis e corrisponde alla moderazione, una delle qualità ideali della paternità spirituale e del discernimento delle anime che ti sono affidate. 

2) L'accusa diretta del Vescovo Ulrico presuppone che egli si riferisse a persone conosciute tanto dal Papa quanto dallo scrivente stesso, visto il modo diretto cui allude alla sodomia e alla zoofilia di "certuni" colpevoli di delitti ai quali il vescovo, lungo la lettera, continua a lanciare frecciatine.

3) era un metodo costante dei sostenitori del celibato interpretare in senso allegorico ( Moglie = Chiesa ) il detto paolino.

4) Isidoro di Siviglia, IX secolo, Atti del Sinodo di Silvestro, canone VII: "il prete sia irreprensibile sotto ogni punto di vista e sia marito di una sola donna, sposata con la benedizione della Chiesa".

5) Questo racconto non è presente nelle attuali biografie di san Gregorio Magno. Si presuppone che il Vescovo Ulrico abbia attinto da fonti adesso guastate, o può anche essere che abbia trovato una biografia alternativa utile alla causa che perora.

6) Agostino d'Ippona, Lettera a Donato, I,10

7) Gerolamo, Comm. in Ier. 1,II, cap. 32

venerdì 20 marzo 2015

Preoccupiamoci di purificare il nostro cuore ( S. Giovanni di Kronstadt)

Il brano che segue proviene dagli scritti di San Giovanni di Kronstadt, editi dalla Gribaudi col nome di "La mia Vita in Cristo: semi di preghiera e di pace". Il brano è una sintesi di molte parti del libro collegate fra loro dal senso della purificazione e del miglioramento di sé. 


San Giovanni di Kronstadt, presbitero e confessore

Queste nostre mani che amano afferrare tutto ciò che si presenta loro, saranno incrociate sul petto e non prenderanno più nulla. Queste gambe e questi piedi che amano camminare nel peccato e non vogliono stare fermi in preghiera, rimarranno sempre distesi e non andranno da nessuna parte. Questi occhi che fissano con invidia la felicità del prossimo si chiuderanno, e il loro fuoco si spegnerà e nulla li incanterà più. Queste orecchie, così spesso accorte nell'ascoltare con piacere ogni maldicenza e calunnie: non sentiranno neanche i colpi di tuono, udranno solamente la tromba che risveglierà i morti (...) che cosa dunque rimarrà vivo in noi dopo la morte, quale dev'essere l'oggetto di tutte le nostre preoccupazioni in questa vita? E' quello che noi chiamiamo cuore, l'uomo interiore, l'anima. Ecco quale dovrebbe essere l'oggetto delle nostre cure. Purifica il tuo cuore durante tutta la tua vita, affinchè tu sia capace di vedere Iddio nell'aldilà. Preoccupati del tuo corpo e delle sue esigenze quel tanto che basta per preservare la salute, le forze e la decenza. Tutte queste cose periranno e verranno poi inghiottite dalla terra. Sforzati pertanto di perfezionare in te l'essere che ama e odia, che è tranquillo o turbato, che si rallegra o si affligge, cioè il cuore, il tuo uomo interiore, il quale pensa e riflette per mezzo della mente.
(...) Tutti i peccati e ogni passione, le diatribe e i litigi sono malattie spirituali e come tali vanno considerate. Le passioni sono l'incendio dell'anima, un fuoco violento  che distrugge interiormente e che proviene dalle profondità dell'Inferno. Dobbiamo spegnere questo fuoco con l'acqua dell'amore. Se non ci pentiamo, se non diventiamo saggi quanto al bene e semplici quanto al male, saremo condannati assieme al diavolo e ai suoi angeli caduti, condannati alla Geenna di fuoco. Perciò non lasciamoci vincere dal male, ma vinciamo il male col Bene. 
Sii duro con te stesso e indulgente con gli altri. Considera te stesso inferiore e più fragile degli altri sul piano spirituale, disprezza e detesta te stesso a causa dei tuoi peccati - ciò è giusto e santo - e sii misericordioso verso gli altri, amali nonostante i loro peccati. Amali per amore di Dio che ci ha comandato di rispettare e amare tutti gli uomini, perché anche loro sono stati creati ad immagine di Dio e sono membra di Gesù Cristo, nonostante portino il marchio del peccato. Al contrario, stima la dolcezza e la benevolenza cristiana più di ogni altra cosa, reprimi in tutti i modi possibili lo slancio dell'amor proprio, della malizia, dell'ira e dell'ansia, della suscettibilità e della violenza. Non ti turbare o ti irritare se qualcuno  mentisce sfrontatamente, o se racconta di qualche tua caduta o peccato. La Carità è paziente ( 1Co 13,4). Il nostro amore verso Dio comincerà a manifestarsi e ad agire in noi quando ameremo il prossimo come noi stessi, e quando cominceremo, nei limiti delle nostre possibilità, ad aiutare il prossimo e a cercare di salvarlo. Se vedi in qualcuno difetti o passioni, prega per lui. Prega per tutti, anche per i tuoi nemici. Pregate Dio per ogni cosa, e in ogni cosa rendete grazie.

martedì 17 marzo 2015

Il Digiuno e la Comunione ( Metropolita Anthony Bloom )

Il testo che segue proviene dal libretto "Ritornare a Dio" del Metr. Anthony Bloom di venerata memoria. Il brano è stato riadattato nelle sue parti dal blogger. 

Più lunga sarà la nostra vita, più accumuleremo conoscenze, pensieri, più i nostri cuori si arricchiranno in risposta alla bellezza della Parola di Dio. Eppure, queste cose non salvano. Per noi la salvezza si trova nella forza e nella grazia di Dio, che a poco a poco ci istruisce ed è in grado di purificarci e trasfigurarci. (...)
La Quaresima non è un invito a moltiplicare le nostre richieste a Dio, o a presentarci in comunità più spesso del solito. La Quaresima è il momento in cui ci poniamo innanzi al giudizio di Dio, ascoltare la voce della nostra coscienza e e astenerci dalla comunione se non possiamo farla degnamente.
Comunicarsi come si deve significa che prima di accostarci al Calice dobbiamo riconciliarci coi nemici coi quali abbiamo avuto delle liti; dobbiamo fare un esame dei pensieri che affollano la nostra mente e del nostro cuore che ci porti a riconoscere il nostro tradimento verso Dio, e la perfidia perpetrata verso gli uomini, e poi agire di conseguenza. Dobbiamo fare pace col Dio Vivente, perché non sembri che Egli sia morto invano per noi. Accostarsi degnamente alla santa Mensa suppone un numero di cose semplici ma indispensabili.

Innanzi tutto, non prendere comunione se arriviamo in chiesa con la Liturgia già iniziata. Non si deve accedere alla comunione se non ci si è preparati i giorni precedenti con il digiuno, l'astinenza dalla carne e con le preghiere di preparazione, l'esame di coscienza e la lettura delle orazioni. La Chiesa Ortodossa dispone che coloro che vogliono comunicarsi assistano ai Vespri e alle Vigilie il sabato sera precedente alla Divina Liturgia della domenica ( o comunque della sera precedente l'officio divino, ndr ), per essere pronti all'incontro con il Signore nel giorno di Resurrezione. 
Queste prescrizioni non sono solamente una regola formale, ma ma sono degli stimoli atti a a condurci nella profondità della vita spirituale, e rendono possibile un incontro più degno - o comunque meno indegno - col Signore. Entriamo dunque in Quaresima, prepariamoci a disciplinare il nostro spirito con rigore, a scrutare con attenzione i moti del nostro cuore. 
Seguite queste regole con rigore, osservate questi precetti necessari per tutta la durata della Quaresima, evitate ogni passività, mantenetevi in uno stato vigile, simile a quello di una sentinella che attende l'arrivo del suo Re o della sua Regina. Ricordiamoci che trovarsi dinnanzi alla presenza di Dio è l'onore più grande e più santo che ci possa toccare, e in questo non abbiamo nessun diritto: è un onore, il più sublime, quello che Dio ci fa. Cerchiamo d'avere un comportamento degno di lui. Amen!

Nota del blogger:
Il Digiuno è una cosa serissima. Molto seria. Pertanto, se qualcuno di noi vive in famiglie cattoliche ed è l'unico a professare la Fede ortodossa, il Digiuno e le pratiche devozionali possono essere davvero foriere di devastazioni familiari e lotte interiori. Consultate sempre il vostro direttore spirituale prima di intraprendere il digiuno e forzare la famiglia a seguire la Quaresima, soprattutto se i genitori o i parenti o i figli sono indisponenti e polemici. Il mio padre spirituale mi disse: "la pace domestica val bene un pezzo di carne." Ci sono tanti modi di fare digiuno: togliersi divertimenti, bevande, ore di pc, leggere più libri spirituali, fare un pellegrinaggio, sforzarsi in altro modo di compiacere Dio.
Dio vede i cuori, e se il nostro cuore è quaresimale e intriso di pentimento e di voglia di conoscerLo, credo che ci permetterà in nome della serenità familiare ( o della salute fisica nel caso dei diabetici ) di non essere rigidi sul digiuno. Noi non siamo farisei. 
Ripeto a costo di sembrare noioso: il digiuno va sempre organizzato col proprio rettore spirituale in armonia con la propria vita. Buon cammino verso la Pasqua di Cristo, già iniziato da III settimane. 


lunedì 16 marzo 2015

Un folle in Cristo dalla Roma della Chiesa Indivisa: Alessio l'Uomo di Dio

Ci sono due filoni agiografici. I Greci datano la vita di questo santo durante il regno dell'Imperatore Teodosio, nel IV secolo; Altre fonti Latine lo datano come vissuto durante il X secolo al tempo di papa Benedetto VII. Sant'Alessio l'Uomo di Dio fu un asceta e un Folle in Cristo vissuto a Roma. Gli agiografi suppongono che il filone greco sia il più attendibile,e pertanto mi atterrò a quello. 
Alessio abbandonò la sua promessa sposa ai piedi dell'altare per amore di Cristo, cambiando nome e nascondendo il proprio vero nome per tutta la vita. Aveva accettato di sposarsi per accontentare i genitori, ma era fuggito dopo che San Paolo, in una visione, gli aveva ricordato la frase evangelica " chi ama il padre e la madre più di me, non è degno di me!". Dopo che i voti erano già stati emessi, uscì dalla chiesa e abbandonò là la famiglia, senza tornarvi mai più. Raggiunse la Siria e nei successivi diciotto anni visse in un monastero. Egli credeva che i genitori lo avrebbero diseredato e che la sposina si sarebbe presto maritata con un altro uomo, ma non fu così. Ella andò a vivere in casa sua e lo attese assieme ai genitori, ma egli si diede per morto e non fece ritorno. Servì il monastero nel silenzio più totale, concentrandosi sulla Sacra Scrittura e lasciando perdere totalmente il mondo, tant'è che venne odiato dai confratelli coi quali non intratteneva nessun tipo di rapporto, neppure la preghiera comunitaria. 
Ardente di desiderio di giungere a Tarso, città natale di San Paolo, Alessio si imbarcò ma una violenta tempesta distrusse la nave sulla quale viaggiava; assieme ad altri superstiti fu raccolto da un naviglio diretto a Roma, e alla fine, dopo vent'anni di assenza, ritornò a casa. Preso da una grande nostalgia, raggiunse la tenuta di famiglia ma, credendo di tradire Cristo manifestandosi ai suoi familiari, si fece passare per un monaco qualsiasi e girovagò a lungo per i sobborghi dell'Urbe convertendo e portando il Vangelo nelle famiglie dei quartieri romani. Alessio scrisse una lettera nella quale spiegava alla famiglia chi fosse e in quei fogli traspose tutto il suo amore per loro e per la sposa che non aveva mai neppure conosciuto, e poi spirò. La lettera fu letta postuma dal Vescovo di Roma a tutta la comunità dei credenti, poichè sant'Alessio fu sepolto in San Pietro. Morì in Cristo il 17 marzo 440 d.C., dopo 38 anni di anonimato e celibato, per amore del Signore.

Gloria a Dio nei suoi santi, ora e sempre, nei secoli dei secoli.

fonte: Orthodox Saints, vol. II,  (GOAA )

Cinque princìpi per leggere correttamente l'Antico Testamento

Articolo del servo di Dio Seraphim Hamilton, apparso su On Behalf for All il 20 gennaio 2015.
Tradotto e riadattato nelle sue parti dal blogger.

L'Antico Testamento confonde molti. Per molti Cristiani, esso è poco conosciuto e incompreso. Molte scuole moderne affermano che l'Antico Testamento è un testo pieno di contraddizioni teologiche che parlano più della cultura del Medio Oriente che di Gesù Cristo, o che con Lui non ha nulla a che vedere. Per questo ho voluto lasciarvi questo vademecum per l'AT, affinché leggendolo porti frutto.

1. Leggilo!

San Justin Popovic ci istruisce a leggere un paragrafo dell'Antico Testamento e uno del Nuovo Testamento ogni giorno. Molti cristiani oggidì credono che l'Antico Testamento non sia importante quanto il Nuovo, e per questo semplicemente non lo leggono. Al contrario, i Padri della Chiesa consideravano tutta la Bibbia, ogni parola, come scritta "per il nostro interesse" (1 Corinzi 10:11) e scritta per rivelare al mondo la seconda Persona della Santissima Trinità, il Cristo Figlio di Dio. San Giustino Martire, in uno dei suoi dialoghi con Trifo, dice chiaramente che l'Antico Testamento è il "nostro" libro, e non il libro dei Giudei. Quei testi non furono scritti per la cultura dell'antica Israele sulla quale la Chiesa costruì poi sé stessa riadattando il contesto.  Invece, questo Libro fu scritto da Dio attraverso le mani dei suoi santi e ispirati Profeti, spesso contro la stessa cultura di Israele. E invece di ricoprire di nuovo significato il Vecchio Testamento, la Chiesa vi ha solamente letto lo stesso Spirito che "ha parlato per mezzo dei profeti" e ha compreso il significato che il Creatore aveva voluto per l'Antico Testamento. 


2. Leggilo Cristocentrico 
L'Antico Testamento è tutto su Gesù Cristo. La Chiesa pertanto invita l'uomo a "venire e vedere" ( Gv 1,46) ciò che Mosè e i profeti hanno scritto. Consideriamo pertanto una lettura cristocentrica adeguata e soddisfacente dei passi del Vecchio Testamento. La Chiesa non legge l'Antico Testamento in un unico modo, ma con molteplici significati. (...) Ad esempio, tutti i cristiani riconosco la corrispondenza fra il sangue dell'agnello di Pasqua e il Sangue di Cristo. Nella notte di Pasqua ogni israelita contrassegnava la propria porta con il sangue dell'animale. Nell'Antico Testamento la porta simboleggia la nascita. La morte colpisce il paese d'Egitto nella notte, ma al mattino i figli degli Ebrei sono forti, sani, rinati e risorti, attraverso il sangue dell'Agnello sullo stipite - che punta a Gesù Cristo "Generato prima di ogni creatura" ( cfr. Col 1,15), risorto attraverso il proprio Sangue. L'intero assetto di Giosuè 1-6 invece riprende l'Esodo al contrario: nell'Esodo infatti l'Egitto viene prima distrutto e gli Israeliti passano il Mar Rosso, quindi poi celebrano la Pasqua. Nella conquista invece prima gli Ebrei celebrano la Pasqua, poi marciano attraversando il Giordano, e infine distruggono Gerico. I primogeniti sono rinati con il sangue sulla porta quando la morte colpì l'Egitto; Rahab è risorta per mezzo del cordone scarlatto quando la morte giunse su Gerico. La corda rossa svolge la funzione del sangue della Pasqua dell'Agnello. Tutti questi fili concorrono a mostrare il Cristo. Rahab, la nuova Eva, inganna il serpente. Il sangue di Cristo solleva Eva fino alla morte. Lei eredita la terra promessa, che nella Nuova Alleanza è tutta la Creazione: Isaia 65-66, parlando della promessa di Cieli Nuovi e Terra Nuova, è pieno di allusioni a Numeri 14, dove si parla della promessa della terra di Israele. 

3. Leggilo tipologicamente 
(NB.  In Teologia, la tipologia è lo studio dei cerimoniali e degli accadimenti del Vecchio Testamento come allegorie o rappresentazioni di fatti nel Nuovo Testamento). 

La Chiesa è chiaramente tipologica. Così come Dio è l'Autore della Storia umana, così gli stessi modelli appaiono più e più volte nella storia di Dio. L'Antico Testamento prefigura non solo il Cristo, ma la Chiesa stessa. In primo luogo, l'AT caratterizza sé stesso. Ciò è particolarmente significativo per la storia di Giacobbe dal quale Israele stessa prende il nome. Quando Esaù tenta di uccidere Giacobbe, egli fugge: anticipa l'Esodo. Giacobbe avrà dodici figli, i quali moltiplicheranno su tutta la terra la sua discendenza. Rachel ( la moglie di Giacobbe) significa "pecorella". I figli di Giacobbe sono il suo gregge. I numeri e le affiliazioni ci permettono di intravedere il destino della Chiesa, partita con dodici apostoli, che adesso è ovunque e nel mondo. Israele, dopo essere fuggita dal Faraone, incontra Dio nella grande Teofania ( manifestazione) sul Sinai. L'Antico Testamento è fitto di questa tipologia. 


4. Leggilo Cristotelicamente
Molti ritengono che solamente i primi capitoli riguardano la Storia dell'Umanità e che il resto del Vecchio Testamento riguarda solamente Israele. Se questo può essere vero per una prospettiva, io ritengo che si perda il punto centrale. Dio pianta un seme in Israele che darà frutto per l'intera umanità ( cfr. Romani 11:17-24): molti lettori attenti hanno notato ciò. Nel Libro dei Giudici, Israele comincia a venerare altre divinità. Dio manda così Giosuè col Libro della Genesi per risolvere questo problema. Nel periodo dei Re, invece, il problema non erano i falsi dèi, ma il culto imperfetto del Vero Dio. Per questo Dio suscita i Salmi, le Ecclesiaste, i Proverbi, Giobbe, il Canto di Salomone.  I Profeti vengono chiamati quando Israele vacilla. Israele viene anche punita con l'esilio a causa della sua caduta interiore. I nuovi problemi, il Legalismo e il Fariseismo, provocano la reazione di Dio e Israele viene nuovamente sottomessa da altri popoli dopo la liberazione da Babilonia. Ed è in questo contesto che il Cristo arriva.
Il Libro di Giosué è la profezia di Cristo ( Giosué è lo stesso nome di Gesù) e della sua morte e Resurrezione. Il Sommo Sacerdote prende le nostre vesti sporche ( Genesi 3:21) del peccato e della morte e le glorifica nella sua santa Resurrezione. In Zaccaria 5 una Babilonia misteriosa cresce dentro Israele: un falso tabernacolo viene eretto e viene iniziata la creazione della terra di Senaar, dove venne costruita la torre di Babilonia.  Il serpente condusse la Donna alla morte; il Salvatore distruggerà il serpente. Babilonia raggiungerà il suo climax nella Gerusalemme-Babilonia quando Dio vi riunirà ogni spirito malvagio ( Rivelazione, 18:1). Nell'anno 70 d.C., la Gerusalemme-Babilonia viene distrutta e la Chiesa si diffonde ovunque sulla Terra portando la Lieta Novella. 

5. Leggilo Olisticamente
NB ( l'olismo è una disciplina teoretico-scientifica nella quale si spiega come un intero non può essere spiegato esclusivamente tramite le sue componenti
L'Antico Testamento è un libro ampio, come una grande foresta, ed è facile perdersi fra gli alberi di questo bosco intricato. Dobbiamo tenere gli occhi aperti sulla prospettiva che lo Spirito Santo produsse questo libro nei secoli prefigurando il Cristo e la Trinità. La grande immagine del Vecchio Testamento è l'Esodo. Il Pentateuco ( i primi cinque libri ) ci narra dell'esodo dal paradiso, di Noè e del suo viaggio verso una terra promessa e della seconda creazione.
La storia di Abramo, il chiamato da Dio, inizia con l'esodo dalla Mesopotamia; dopo la fase patriarcale, gli Ebrei vanno in Egitto e da lì usciranno tramite l'Esodo di Mosè. La fine del Pentateuco, Deuteronomio 30-31, ci mostra l'ultimo esodo, quello verso il Paradiso. Di altri viaggi, di altri esodi, è piena la Bibbia: da Babilonia in ritorno a Gerusalemme, la conquista di Giosuè con l'esodo verso Israele, etc.
La Chiesa stessa nasce con un esodo dei discepoli, mandati a coltivare ovunque la terra promessa. Gesù è il Nuovo Mosè che traghetta il suo popolo verso la Terra Promessa.
San Paolo infatti nella lettera ai Romani ( Rm 6:1-4 e 8:17) ci dice che la Croce fu intagliata nei nostri cuori affinché potessimo giungere al Nuovo Eden. 

Tenendo a mente tutto questo, scopriamo il Vecchio Testamento come un libro imprescindibile, del quale bisogna fare tesoro.


sabato 14 marzo 2015

Oltre la Diaspora ( Riflessioni di un clerical Chic )

Carissimi Fratelli e Sorelle,
Qualche giorno fa discutevo con un mio amico di parrocchia circa il concetto di Diaspora. Ebbene sì, a pranzo con gli amici parliamo di Chiesa. Sorpresi? io non lo sarei, conoscendomi.
Comunque, il succo era che concordavamo sulla necessità di andare oltre il mèta-concetto della Diaspora.
Orbene, poiché magari non tutti sanno bene cos'è la Diaspora, descriviamola.
 Nel mondo ortodosso con il termine Diaspora si intende quel movimento migratorio dai paesi ortodossi di masse di credenti verso l'Occidente, la formazione quindi di comunità etniche ortodosse, e il loro vivere con i propri costumi liturgici in terra non ortodossa.
Si intende, praticamente, l'Occidente dal punto di vista ortodosso.
La Diaspora iniziò nel 1917 circa con la Rivoluzione Russa e non è ancora terminato, poiché Rumeni e slavi continuano ad arrivare.
Ben presto si formò il concetto di Diaspora nelle gerarchie ortodosse occidentali, e si fossilizzò ben presto l'idea che l'assetto temporaneo che la Chiesa Ortodossa aveva assunto in Occidente dovesse divenire quello definitivo, poichè "prima o poi gli ortodossi torneranno nei loro paesi d'origine" (e noi convertiti? boh. Forse insieme a loro in valigia). Si fossilizzò quindi la pratica di celebrare in lingua etnica piuttosto che nella lingua del paese ospitante ( questo è vero, in realtà, solo per i paesi mediterranei - Spagna, Italia, Portogallo - perché in Francia e Inghilterra, USA e Germania quasi tutte le parrocchie sono linguisticamente locali). 
Si fossilizzò l'idea del tutto anti-canonica della molteplicità delle giurisdizioni per il medesimo territorio quando un banalissimo Concilio Ecumenico II al 2° canone recita che non vi possono essere due vescovi ortodossi concorrenti per la stessa cattedra. 
Tutto questo non solo crea molta confusione gerarchica e, a me, personalmente, da anche molto l'idea di una realtà volutamente piccola e volutamente creata "per chi deve andar via", ti lascia addosso un sentimento di abbandono e di un qualcosa fatto per obbligo, fatto di fretta e senza voglia, tanto... tutti andranno via.
Tutto questo non crea i presupposti per una vera e piena evangelizzazione, che dovrebbe essere l'impegno di ogni vera Chiesa ( andate e battezzate tutte le genti mi pare che Dio avesse detto da qualche parte ) ma si rimane sempre su una sorta di contentino per gli immigrati che così trovano una fetta di casa loro.
Per carità, io non sono nemico degli immigrati, anzi, ho amici e ho avuto perfino una fidanzatina ( macché davvero? a quanto pare ) che era straniera, non è questo il punto. Il punto è che dobbiamo evolvere, e i primi a dirlo sono proprio i russi, ucraini, romeni o greci che dir si voglia. Stranamente è il clero italico ad essere poco propositivo e stranamente attaccato a questa idea che "dobbiamo celebrare per gli immigrati" quando loro sarebbero ben contenti invece di imparare l'Italiano attraverso la Chiesa, che li aiuterebbe a inserirsi nella società invece di creare loro un ghetto. Non voglio sparare a zero sui nostri sacerdoti, non voglio essere cattivo più del solito, solo che mi viene spontaneo un propositivo "movemose che fa notte". In Francia, in America, in Inghilterra la situazione è diversa. Non siamo ancora alla fase della canonica e giusta Chiesa locale ( nazionale?) come ogni paese ortodosso ha ( c'è un lungo elenco di chiese autocefale trovabile ovunque ) ma già sono alla fase di vescovi nati in terra "di Diaspora" e clero autoctono, non importato, così come pure sono nati i sinodi pan-ortodossi ( es. in Francia ) a programma unificato benchè rimangano divise le giurisdizioni. 


Come ennesima nota personale, mi fece ridere un mio amico italo-russo quando, vedendo per la prima volta un sacerdote ortodosso africano, ci rimase male e sgranando gli occhi disse in russo: "ma pure in Chiesa stanno!"ovviamente non per razzismo, ma perché lui non poteva capacitarsi che davvero qualcuno potesse convertirsi all'Ortodossia da non-russo. Si era scordato di avere me accanto, difatti poi mi guardò e mi fece: "scusa, ma siamo nella mia chiesa. Nella chiesa del mio popolo." Avrei potuto rispondergli che qui siamo nel "mio paese" ma ho preferito guardare l'icona del Cristo e sospirare.

Qualche mese fa già scrissi un articolo simile, ma ho maturato queste riflessioni nuovamente, alla luce di nuove esperienze e di nuove realtà vissute. La mia parrocchia ad esempio è molto felice, celebriamo in italiano e in slavo assieme alternando le lingue e tutto risulta molto più godibile sia per noi che per i bambini, che difatti frequentano volentieri. Io capisco bene la necessità ( adesso) di una lingua "da fuori" per coloro che arrivano, ma onestamente, davvero voi pensate che fra 400 anni in Italia si dirà "batjushka" per dire padre, o "vecernia" per dire vespro? io onestamente spero di no, sennò significa che siamo punto e a capo, e che poverini, i paesi dell'Est stanno ancora male e continuano ad emigrare.
Dobbiamo evolvere armonicamente senza dar fastidio a nessuno. Non è solo questione di lingua in sé, sarebbe una pretesa barbarica. Io stesso per farmi capire ho imparato qualche parola di greco, russo, romeno: è normale, sennò in Chiesa Ortodossa non si sopravvive. Il senso che io do all'uso della lingua è più ampio: è evangelizzare una terra, quindi fare proseliti, prendere gente. Compito ingrato, aihmè, ma da San Paolo Apostolo a oggi, quanti l'hanno fatto e dovremo continuare a farlo!
Così come in Occidente, che abbiamo lo splendore dei mille anni di Chiesa Indivisa mentre molti popoli ancora non sapevano manco chi fosse Nostro Signore, possiamo e dobbiamo recuperare i nostri santi, le nostre tradizioni, i nostri vissuti ecclesiali che sono davvero ortodossi e hanno radici apostoliche e patristiche. Altro che "cappellanìa etnica" fratelli e sorelle, noi abbiamo san Gregorio Magno, Ireneo di Lione, Vincenzo da Lerino, Ambrogio da Milano, Sant'Aidano di Lindisfarne, Santa Genoveffa di Parigi, santa Lucia, Sant'Isidoro di Siviglia se non per citare i primi che mi vengono in mente.
Noi abbiamo tutte le carte in regola per essere pienamente una società ortodossa, se lo vogliamo. 
Non parlo, attenzione, di un ghetto nel ghetto, cioè di chiesette italiofone contornate da chiese di altre etnie. Io parlo di creare unità fra noi ortodossi, basta con queste giurisdizioni divise che aumentano le rivalità, le guerre, e anche la derisione dei cattolici che ci vedono divisi e sghignazzano, e noi che così ci facciamo vedere inadatti e sprovvisti di forma. 
Potremmo iniziare leggendo le letture in due o tre lingue, ad esempio, quelle diffuse nella comunità specifica. E l'Italiano sempre e comunque. Potremmo iniziare a dotare ogni parrocchia di un catechista e di un prete italiani, non solo di sacerdoti stranieri; potremmo tradurre e scrivere libri in italiano, ad esempio. 
Le vie per l'inculturazione sono molte, e tutte già battute altrove. Basta alzare lo sguardo dal provincialismo italico e respirare a pieni polmoni.


Litania ai Santi dal Pontificale di Egbert ( IX secolo )

Per merito del servo di Dio Davide Mossenta


TRINITARIO
Il sacerdote recita la parte in grassetto, i fedeli rispondono il resto. Responsoriale.
Signore, abbi misericordia di noi. Abbi pietà di noi peccatori. 
Cristo, abbi misericordia di noi. Abbi pietà di noi peccatori. 
Cristo ascoltaci. Cristo esaudiscici. 

LITANIA AI SANTI
Il sacerdote recita la parte in grassetto, i fedeli rispondono il resto. Responsoriale.
Santa Maria, prega per noi. 
San Michele, prega per noi. 
San Gabriele, prega per noi. 
San Raffaele, prega per noi. 
Tutti voi santi angeli, pregate per noi. 
San Pietro, prega per noi. 
San Paolo, prega per noi. 
Sant Andrea, prega per noi. 
San Giacomo, prega per noi. 
San Giovanni, prega per noi. 
San Tommaso, prega per noi. 
San Filippo, prega per noi. 
San Bartolomeo, prega per noi. 
San Mattia, prega per noi. 
San Simone, prega per noi. 
San Taddeo, prega per noi. 
San Luca, prega per noi. 
San Marco, prega per noi. 
Tutti voi santi apostoli, pregate per noi. 
Santo Stefano, prega per noi. 
San Lino, prega per noi. 
San Cleto, prega per noi. 
San Clemente, prega per noi. 
San Sisto, prega per noi. 
San Cornelio, prega per noi. 
San Cipriano, prega per noi. 
San Dionisio, prega per noi. 
San Lorenzo, prega per noi. 
San Maurizio, prega per noi. 
San Giusto, prega per noi. 
San Valeriano, prega per noi. 
San Giorgio, prega per noi. 
San Cristoforo, prega per noi. 
San Sebastiano, prega per noi. 
San Fabiano, prega per noi. 
San Giovanni, prega per noi. 
San Paolo, prega per noi. 
San Cosma, prega per noi. 
San Damiano, prega per noi. 
San Marcello, prega per noi. 
San Urbano, prega per noi. 
San Celeste, prega per noi. 
San Valentino, prega per noi. 
San Pancrazio, prega per noi. 
San Vincenzo, prega per noi. 
Tutti voi santi martiri, pregate per noi. 
Sant’Ilario, prega per noi. 
San Martino, prega per noi. 
San Silvestro, prega per noi. 
San Leo, prega per noi. 
Sant Ambrogio, prega per noi. 
San Gregorio, prega per noi. 
San Remo, prega per noi. 
Sant’Armando, prega per noi. 
San Cutberto di Lindisfarne, prega per noi. 
San Geronimo, prega per noi. 
San Benedetto, prega per noi. 
San Vittore, prega per noi. 
San Paterniano, prega per noi. 
San Guthlac, prega per noi. 
Sant Agostino, prega per noi. 
Sant Atanasio, prega per noi. 
Sant Eusebio, prega per noi. 
Sant Isidoro, prega per noi. 
Sant Audomaro di Thèrouanne, prega per noi. 
San Bertino, prega per noi. 
San Germano, prega per noi. 
San Medardo, prega per noi. 
San Vedasto, prega per noi. 
San Paolino, prega per noi. 
Tutti voi Santi confessori, pregate per noi. 
Santa Perpetua, prega per noi. 
Santa Petronilla, prega per noi. 
Santa Felicita, prega per noi. 
Sant’Agata, prega per noi. 
Santa Lucia, prega per noi. 
Santa Cecilia, prega per noi. 
Sant’Agnese, prega per noi. 
Sant’Anastasia, prega per noi. 
Sant’Eufemia, prega per noi. 
Santa Susanna, prega per noi. 
Santa Brigida, prega per noi. 
Santa Colomba, prega per noi. 
Santa Cristina, prega per noi. 
Santa Giulia, prega per noi. 
Santa Sabina, prega per noi. 
Santa Prassede, prega per noi. 
Santa Tecla, prega per noi. 
Santa Giuliana, prega per noi. 
Santa Giustina, prega per noi. 
Santa Regina, prega per noi. 
Santa Potenziana, prega per noi. 
Santa Soteria, prega per noi. 
Tutte le sante vergini, pregate per noi. 
Voi Tutti i santi, pregate per noi. 

Preci Litaniche
Il Sacerdote dice la parte in rilievo, i fedeli rispondono. Responsoriale.
Sii a noi propizio, concedici o Signore. 
Sii a noi propizio, liberaci o Signore. 
Dal maligno, liberaci o Signore. 
Dal pericolo della morte, liberaci o Signore. 
Da ogni male, liberaci per la tua clemenza. 
Per la tua + croce, liberaci per la tua clemenza. 
Noi peccatori, ti preghiamo, ascoltaci. 
Affinché ci doni la pace, ti preghiamo, ascoltaci. 
Affinché ci doni un aria salubre, ti preghiamo, ascoltaci. 
Affinché ci doni i frutti della terra, ti preghiamo, ascoltaci. 
Affinché ti degni di conservare i successori degli apostoli nella santa fede, ti preghiamo, ascoltaci. 
Affinché ti degni di donare pace e unità a tutto il popolo cristiano, ti preghiamo, ascoltaci. 
Figlio di Dio, ti preghiamo, ascoltaci. 
Affinché ti degni di conservare questi fedeli nella santa fede, ti preghiamo, ascoltaci. 

Agnus
Il Sacerdote dice la parte in rilievo, i fedeli rispondono. Responsoriale.
Agnello di Dio che togli i peccati del mondo, concedici o Signore. 
Agnello di Dio che togli i peccati del mondo, dona a noi la pace. 
Agnello di Dio che togli i peccati del mondo, abbi pietà di noi. 

Conclusione
Signore, abbi misericordia di noi. 
Cristo, abbi misericordia di noi. 
Cristo ascoltaci.

giovedì 12 marzo 2015

L'Umiltà monastica e i dodici gradini del progresso spirituale ( San Benedetto da Norcia )

Dalla Regola di San Benedetto da Norcia, Abate di Montecassino e Fondatore del Monachesimo d'Occidente. Capitolo VII "De humilitate".  Il brano non è completo ma è stato selezionato nelle sue parti dalla Regola dal blogger

La Divina Scrittura ci annunzia, o fratelli, che chiunque si innalza sarà umiliato e chiunque si umilierà verrà innalzato ( Luca 14,11) e con questo mostra che ogni esaltazione è una forma di superbia, dalla quale il Profeta ci esorta a guardarci dicendo o Signore, non si è innalzato il mio cuore, non portai alteri gli occhi, non camminai fra cose grandi e troppo alte per me. E che invece? se non pensai umilmente e fui superbo dentro di me, come un fanciullino la cui madre nega il seno, così fu punita l'anima mia. Quindi, fratelli, se vogliamo raggiungere la vetta di una altissima umiltà dobbiamo erigere, coi nostri atti indirizzati verso l'alto, quella scala apparsa a Giacobbe in sogno, dalla quale salgono e discendono gli Angeli. (...)
Il primo grado dell'umiltà è che il monaco abbia il timore di Dio sempre innanzi agli occhi (salmo 35,2). Abbia cura di non dimenticarselo. Ricordi tutto ciò che Dio ha comandato, abbia sempre innanzi a sé l'immagine dell'Inferno che arde, a causa dei loro peccati, coloro che mortificarono Iddio, e la Vita Eterna preparata per coloro che Lo temono. Tutti siamo certi che Dio vede continuamente dal Cielo, ciò che fanno in ogni luogo è osservato dal divino sguardo e ciò che avviene gli viene continuamente riferito da schiere di angeli. 
Per stare in guardia dalle immaginazioni, l'umile e volenteroso fratello ripeta sempre dentro di sé sarò senza macchia dinnanzi a Lui, solamente se mi sarò guardato dal mio peccato ( salmo 17,24).  Con ragione ci viene insegnato di non fare la nostra volontà: ci sono vie che paiono rette agli uomini, il cui termine rovina fino alle profondità dell'inferno ( Pr 14:12 ; 16:25). Invece, nei desideri della carne dobbiamo ricordare il Signore sempre presente, come il Profeta che dice: Signore, ogni mio desiderio sta davanti a te. ( salmo 37:10). Se le nostre opere sono sempre dinnanzi agli occhi del Signore e a lui continuamente riferite dagli angeli addetti alla nostra custodia, non abbia a succedere che ci sorprenda rivolti al male e divenuti inutili ( salmo 13:3).
Il secondo grado è che il monaco non ami la propria volontà, ne si compiaccia di esaudire i propri desideri, ma adempia alla parola del Signore: non venni a fare la mia volontà, ma quella di Colui che mi ha mandato( Gv 6:38). Il terzo grado dell'umiltà è che il monaco si sottometta in tutta obbedienza al suo superiore, imitando il Signore di cui dice l'Apostolo: si fece obbediente fino alla morte di Croce. ( Fil 2:8)
Il quarto gradino è quello in cui, nella stessa obbedienza, in cose difficili o contrarie e ricevendo qualsiasi ingiuria, abbracci con animo quieto la pazienza e non si stanchi di sopportare, non fugga, poiché la Scrittura dice: si salverà solo chi avrà perseverato fino all'ultimo (Mt 10:22) e anche: sia forte il tuo cuore e spera nel Signore ( Salmo 43:22) e mostrando che il fedele deve sopportare ogni contrarietà, dice in persona a quelli che soffrono: per te siamo angustiati a morte tutto il giorno, siamo tenuti come pecore al macello (salmo 26:14) ma forti della divina ricompensa, continuiamo a dire con gaudio: tutto superiamo per l'amore di Colui che ci ha amati. ( Rom. 8:37) 
Il quinto grado dell'umiltà è che il monaco manifesti al suo abate tutte le colpe occulte commesse e le immaginazioni del suo cuore, e la Scrittura ci incoraggia dicendo: manifesta al Signore la tua via, e confida in Lui. (Salmo 36:5). Il sesto grado è che il monaco goda di ogni cosa, sia essa gioiosa o disdicevole, e in tutto ciò che gli viene comandato di fare si consideri operaio inutile, indegno e incapace.
Il settimo grado è che il monaco non solo dica di essere l'ultimo degli ultimi, ma lo creda fermamente nell'intimo. L'ottavo gradino è che il monaco non compia alcuna azione che non sia quella ordinaria del monastero, o basata sull'autorità e sull'esempio degli anziani e dell'Abate. Il nono grado dell'umiltà è che il monaco vieti alla propria lingua di parlare, e che abitualmente nel silenzio non parli fin quando non gli verrà chiesto di farlo, poiché chi parla molto non cammina dritto sulla terra ( salmo 139:12). Il decimo grado è che il monaco non sia facile al riso poiché sta scritto: lo stolto nel ridere alza la sua voce ( Ecclesiaste 21:23). L'undicesimo gradino è quello in cui il monaco, qualora debba parlare, lo faccia con compostezza e grazia, non sguaiatamente e senza alzare la voce. Il dodicesimo grado dell'umiltà è che il monaco non solo abbia nel cuore l'umiltà, ma la dimostri e la porti ovunque si trovi: duranti gli Offici, nell'Oratorio, nei campi, per strada, ovunque, seduto o camminando in piedi, egli tenga la testa bassa e stimandosi reo dei propri peccati rifletta sul presentarsi al cospetto di Dio, rimembrando il Vangelo: Signore, io peccatore non sono degno di alzare gli occhi al Cielo (Luca 18:13). Saliti dunque questi gradi dell'umiltà, il monaco arriva senz'altro a quel perfetto amore di Dio che scaccia ogni timore.

domenica 8 marzo 2015

La Liturgia dei Presantificati fra Oriente e Occidente

Articolo del servo di Dio Davide Mossenta

NOTA DEL BLOGGER:
Il mondo Ortodosso in Quaresima si arricchisce della Divina Liturgia dei Presantificati. La sua origine è ignota, anche se viene presentata come appartenente a s. Gregorio Magno ( nel mio articolo precedente sul tema, abbiamo scoperto che non è così, ma comunque...) e trova il suo svolgimento solo nel periodo del cammino verso la notte di Pasqua. Ma nel Mondo Latino pre-Scisma, qual era il ruolo dei Presantificati?
Davide Mossenta ci illustra brevemente l'uso antico di questa forma liturgica.


Ormai nell'Occidente cattolico-romano, l'uso dei Presantificati si limita alla Settimana Santa, nei giorni immediatamente precedenti alla Pasqua. Un tempo invece era prassi molto comune e senza limiti di tempora.

La Divina Liturgia dei Presantificati veniva utilizzata in modo molto differenziato anche nei tempi antichi.
Questa divina liturgia, proprio per la mancanza della consacrazione dei Santi Doni, ha un carattere "penitenziale". O meglio, non è che il rito sia penitenziale in sé, ma il fatto che non si consacra rende ovvio che non può esserci nessun tipo di proscomidia al suo interno. La mancanza dell'offerta viene considerato uno degli elementi penitenziali per due motivi: sia perché quando si fa digiuno non è buona cosa mettersi a preparare la prosfora, sia perché nel Vangelo il Signore ci ricorda che prima di portare l'offerta all'altare dobbiamo andare a riconciliarci con i nostri fratelli. Ma questo è proprio tipico dei giorni di penitenza, che richiedono un grande impegno di conversione.
Un'altro elemento importante sta nel fatto che nella Divina Liturgia dei Presantificati il sacerdote, soprattutto in Occidente, non è obbligato in modo assoluto a comunicarsi (anche se è caldamente tenuto a farlo). Il sacerdote potrebbe continuare così la sua penitenza senza dover essere per forza già pronto per ricevere la Santa Comunione. C'è poi il fatto che ci si comunica utilizzando i Santi Doni consacrati in precedenza, non per forza dallo stesso sacerdote. La consacrazione perciò, non è avvenuta per forza "per virtù" del sacerdote che sta officiando. Proprio per questo molti sacerdoti monaci o penitenti (queste 2 categorie erano molto simili) celebravano spesso solo i presantificati, per evitare di compiere l'epiclesi consacratoria per propria "potestà sacerdotale". D'altro canto, se un sacerdote penitente viaggiava difficilmente veniva ammesso in modo diretto a compiere la consacrazione eucaristica nei luoghi che visitava. In occidente questa liturgia non è stata fissata in determinati giorni dell'anno, ma può essere usata sempre, dando più rilievo ai determinati bisogni e alle necessità. Questa liturgia, a differenza delle altre, è l'unica che in occidente può essere celebrata nelle ore pomeridiane o serali. L'epiclesi consacratoria rimanda principalmente alla potenza della risurrezione  pasquale e alla forza della discesa dello Spirito Santo. Cristo risorto è la vera Luce nascente. Non si può compiere un mistero così grande all'imbrunire.
Rimane però la necessità di ricevere il Mistero della Santa Comunione  anche nelle ore pomeridiane o serali (nel I° millennio in occidente soprattutto perchè si celebravano matrimoni o funerali di pomeriggio). In epoca più tarda i penitenti, per essere costretti a digiunare qualche ora in più, chiedevano di comunicarsi la sera, utilizzando così la Divina Liturgia dei Presantificati. Addirittura del Libro del Cervo (http://bookofdeer.co.uk/) si narra che alcuni sacerdoti celtici tenevano legata al collo una piccola teca con i Santi Doni proprio per andare in giro a comunicare in questo modo coloro che lo desideravano. In Oriente si cerca di fondere l'elemento serale del digiuno eucaristico più lungo (si celebrano infatti i vespri) con quello penitenziale (il fatto è che i mercoledì e venerdì di quaresima sono giorni penitenziali per eccellenza).


venerdì 6 marzo 2015

Muoia la carne del peccato ( s. Ambrogio di Milano )

Muoia, dunque, la nostra carne ai desideri, sia pure in catene, in schiavitù, non muova guerra alla legge dello spirito. Muoia, soggiacendo a salutare servitù, secondo l'esempio di Paolo. L'Apostolo torturava il corpo per renderlo schiavo, con l'intento di dare maggiore credito alla parola, se la legge della carne non sembrasse affatto essere in guerra con quella dello spirito. La carne, infatti, muore quando la sua saggezza si trasferisce allo spirito; non è più allora sapiente nelle cose materiali, ma nelle spirituali. Oh, mi fosse concesso di vedere la mia carne ammalarsi, così da non essere più trascinato prigioniero della legge del peccato e non vivere nella carne, bensì nella fede di Cristo! E', pertanto, grazia più grande nella infermità che nella salute del corpo. Il Signore amò intensamente Paolo, eppure non volle liberarlo dalla malattia della carne. Allorché l'Apostolo gli domandò di allontanare l'infermità dal corpo, rispose: "Ti basta la mia grazia; la potenza, infatti, si manifesta pienamente nella debolezza". Paolo attesta di trovarsi maggiormente a suo agio nelle infermità: "Quando sono debole è allora che sono forte". La virtù dell'animo raggiunge la perfezione, quando la carne è ammalata.

Abbiamo chiarito il pensiero di Paolo. Soffermiamoci sul significato delle parole, per quale motivo, cioè, ha detto di aver dato il reo "in balia di Satana, per la morte della carne". La spiegazione è nel fatto che il diavolo ci mette alla prova. Suole arrecare, infatti, infermità a ciascuna delle membra e cagionare malattia all'intero corpo. Afflisse, appunto, il santo Giobbe con orrenda piaga dai piedi alla testa, poiché il Signore gli aveva dato potestà assoluta sulla carne, dicendo: "Eccolo nelle tue mani! Soltanto, risparmia la sua anima". L'Apostolo esprime analogo concetto, quando dice che ha dato un individuo "siffatto in balia di Satana per la morte del corpo, affinché il suo spirito possa ottenere la salvezza nel giorno del Signore nostro Gesù Cristo".
Autorità grande, grazia insigne quella che può imporre al demonio di distruggersi da se medesimo! Si distrugge, infatti, quando da debole rende forte l'uomo che egli desidera dolosamente abbattere con l'indurlo in tentazione. Ne fiacca la carne, ma rinvigorisce lo spirito. L'infermità del corpo caccia via il peccato, la dissolutezza rafforza, invece, la colpa della carne.

Il diavolo rimane beffato, si morde con i suoi stessi denti. Arma contro di sé chi si era illuso di prostrare. Ferisce il santo Giobbe, ma lo fornisce di armi migliori, giacché costui, pur avendo il corpo ricoperto di orrenda piaga, soffrì i morsi del diavolo, senza risentire l'effetto velenoso. Fu, appunto, a lui opportunamente detto: "Potrai tu pescare il dragone con l'amo, scherzerai con lui come con un uccello, lo legherai così come il fanciullo il passero, porrai su di lui la tua mano".

Il demonio, puoi constatarlo, viene schernito da Paolo. Alla maniera del fanciullo nella profezia, l'Apostolo introduce la mano nella bocca dell'aspide, senza che il serpente gli arrechi danno. Lo trae fuori dalle tenebre, fa del suo veleno un antidoto spirituale, trasformandolo in farmaco. Il veleno è per la morte della carne, l'antidoto per la salvezza dell'anima. Ciò che è di danno al corpo, riesce di utilità allo spirito.
Mangi pure il serpente la mia terra, addenti la carne, riduca a brandelli il corpo. Il Signore dica di me: "Eccolo nelle tue mani! Soltanto, risparmia la sua anima". Grande davvero è la potenza di Cristo il quale impone la custodia dell'uomo al demonio che pure non ha altra mira se non il nostro danno! Rendiamoci, dunque, propizio il Signore. Quando Cristo regna, il diavolo si trasforma addirittura in guardiano della preda. Ubbidisce, sia pure di cattivo animo, agli ordini divini e, quanto vuoi spietato, esegue comandi improntati a misericordia.

Ma perché mai vado elogiando lo spirito di ubbidienza del demonio? Egli sia sempre il cattivo per antonomasia, e Dio, che muta la malvagità del diavolo in grazia per il nostro bene, sia sempre il buono. Satana vuole fare danno, ma non può, se Cristo lo vieta. Ricopre di piaghe la carne, ma custodisce l'anima. Inghiotte la terra, preserva, però, lo spirito. D'altra parte sta scritto: "Allora i lupi e gli agnelli pascoleranno insieme, il leone e il bue si ciberanno di paglia, il serpente di terra quasi fossi pane. E non cagioneranno, dice il Signore, danno e distruzione sul suo santo monte". E' questo il verdetto di condanna del serpente: "Mangerai terra". Quale terra? Quella di cui è detto: "Terra sei e terra tornerai".

Da: "La Penitenza", cap.13, Sant'Ambrogio Vescovo di Milano


La cripta con le spoglie incorrotte di Sant'Ambrogio nella sua chiesa a Milano

Sant'Ambrogio, prega per noi!