sabato 31 ottobre 2015

Il Volto Santo di Lucca - Latinità Ortodossa

Nella mia Terra d'origine, la Toscana, nella cittadina di Lucca, vantiamo una icona tridimensionale acheropita - non prodotta da mani d'uomo - nota come Volto Santo, sebbene piuttosto sia un Cristo Crocefisso.  La venerazione a Lucca è documentata dal X secolo, sebbene l'arrivo a Lucca sia datato 742 d.C. Fisicamente, il Crocefisso presenta un Cristo soave nella morte, rappresentando quindi il Cristo Trionfante. Il corpo è vestito con il colobium, ossia la talare sacerdotale in voga durante il Medioevo occidentale, surclassata solo nel XVIII secolo dall'abito piano e poi nel XIX con la talare detta "tridentina" ma in realtà disegnata alla corte di Pio IX, ultimo papa-re. 


il Volto Santo di Lucca

la Translatio del venerato Crocefisso è una storia comune a molte reliquie medio-orientali, il viaggio per mare. Secondo il cronista Leobino, un diacono inglese, il vescovo piemontese Gualfredo, recatosi in pellegrinaggio in Terra Santa, sognò il Volto Santo scolpito da Nicodemo, il discepolo che assieme a san Giuseppe d'Arimatea avrebbe sepolto Gesù, e poi scolpito proprio il Suo Volto nel legno. L'agiografia vuole che Nicodemo, addormentatosi a lavoro incompiuto, si fosse risvegliato a opera conclusa da una mano angelica. Giuseppe d'Arimatea - o, secondo altre fonti, Nicodemo stesso - aveva raccolto in una ampolla il Sangue di Cristo, conducendola poi in Gran Bretagna, secondo il canto del Ciclo Arturiano, o protetto nel segreto in Giudea, secondo Leobino. Gualfredo, dunque, guidato dallo spirito divino, giunse presso la famiglia che devotamente custodiva il Crocefisso e lo prese con sé. Giunto a Giaffa, per motivi ignoti lo affidò ad una nave la quale era senza nocchiero: Leobino racconta come il Sangue e il Crocefisso siano sbarcati a Luni: il vescovo Giovanni di Lucca, avvertito anch'egli in sogno della presenza del Volto Santo, si recò in processione fino al porto e prese possesso della reliquia: i lunensi si adirarono e proposero una sfida molto comune nel mondo medievale: affidarono il Crocefisso ad un carro di buoi senza cocchiere, ponendolo di fronte ad un bivio. Se avessero preso la strada per Luni, quella cittadina avrebbe mantenuto la reliquia; e così via per l'altra. I buoi presero la strada per Lucca, e così il vescovo Giovanni portò solennemente il Crocefisso nella rocca alla chiesa di san Frediano, il quale divenne anche Gonfalone dell'esercito urbano. Fra il 1060 e il 1070 il prezioso Volto fu spostato nella Cattedrale di san Martino, da poco ultimata. 

FONTE

Il  Volto Santo: storia e culto, AA.VV, Maria Pacini Editore, Lucca 1982. 
Apparso in Medioevo, periodico, n. 2014 Ottobre 2015

venerdì 30 ottobre 2015

I Nomi di Dio - sant'Eucherio di Lione ( parte III)

continua dal capitolo I dei Nomi di Dio


L’ignorare di Dio è la disapprovazione di certe persone false, come nel Vangelo: Non so dove siete! Allontanatevi da me, voi tutti che avete commesso l’iniquità (Lc 13, 27).
Si parla dello zelo di Dio, quando egli non vuole che una sua creatura si perda, e spesso castiga, afferra e fustiga, e fustigando riconduce a sé. Si parla però anche dello zelo di Dio quando egli non vuol lasciare nessun peccatore impunito, poiché è giusto e detesta ogni ingiustizia.
Si parla dell’ira di Dio, non per un moto o una qualsiasi perturbazione d’animo – che a lui in nessun modo può accadere – ma perché colpisce con un giusto castigo le creature che sbagliano – cioè gli empi e i peccatori – e rende loro quanto meritano: questo castigo divino è perciò chiamato il suo furore (Sal 6, 1).
Si parla del pentimento di Dio, non certo perché in maniera umana si dispiaccia per le azioni passate – non può infatti pentirsi delle azioni commesse chi ne conobbe gli effetti prima che accadessero – ma perché si vuole intendere il suo mutare le cose stabilite, così che quanto prima era in un modo viene cambiato in altro modo; dal bene al male per il peso delle colpe – così ad esempio si legge che il Signore si pentì d’aver costituito re Saul (1Re 15, 11); o com’è avvenuto per i Giudei che, nonostante fossero il popolo di Dio, son divenuti per la loro empietà la sinagoga di Satana (Ap 2, 9). Viceversa, muta dal male al bene, come quando è avvenuto ai gentili, che prima non erano il popolo di Dio, e ora per sua grazia lo sono divenuti (Rom 9, 26). Fu certo così che, con segreto giudizio divino, il traditore Giuda, decaduto dal grado di apostolo (At 1, 18), fu precipitato nel baratro infernale. Invece il ladrone, che prima agiva secondo il vizio dell’avidità, fu trasportato dalla croce al paradiso (Lc 32,43). Possiamo chiamare pentimento di Dio i cambiamenti dal bene al meglio, dal bene al male, dal male al bene, ed essi avvengono o per la severità del suo giudizio, o per la sua misericordia, com’è scritto nel libro di Geremia (Ger 18, 8).
Si dice che Dio non si pente, quando le cose stabilite non mutano in alcun modo, com’è nel salmo: Giurato ha il Signore e non si pente (e dice il Padre al Figlio): Tu sei sacerdote in eterno, secondo l’ordine di Melchisedech (Sal 109, 4). Il Padre dice al Figlio di Dio di essere sacerdote, non secondo la divinità, ma secondo l’umanità, in quanto ha offerto a Dio Padre per noi un degno sacrificio con la sua passione e morte: essendo questo un sacrificio, egli è sacerdote.
Si parla del dimenticare di Dio, quando egli non usa compassione verso certi empi e peccatori, e questo non certo per crudeltà (che in Dio non esiste), ma per un suo giudizio segreto e giusto.
Si dice che Dio indurisce il cuore di certi malvagi – com’è scritto di Faraone, re d’Egitto (Es 7, 3) – non perché Dio onnipotente compia ciò con la propria forza (sarebbe empio il crederlo), ma, semplicemente, quanti stanno perpetrando questi mali non sono perseguitati dalle loro colpe e, per durezza di cuore, non decidono di cambiare: è come se egli, col suo giusto giudizio, permettesse loro di indurirsi.
Il dormire di Dio significa il Figlio del Padre che s’è degnato di morire per noi dopo essersi incarnato: e si predisse che la sua morte sarebbe stata un dolce sonno, come egli stesso aveva detto tramite il profeta Geremia: Perciò mi destai e vidi, e dolce mi fu quel sonno (Ger 31, 26). In altro modo, il dormire di Dio intende la sua fede che, [come sospesa] tra le fortune di questo mondo e i cuori dei fedeli, non rimane desta ma dorme [è cioè allo stato potenziale]. Lo stesso Gesù alluse a questo sonno, quando donni in mare aperto tra i flutti (Mr 4, 38). Oppure, il dormire di Dio è soccorrere più tardi gli inquieti, come nel salmo: Destati, perché dormi, o Signore? (Sal 43, 23), ecc.
Il vegliare di Dio è palesarsi chiaramente a difesa dei suoi eletti.


I Nomi di Dio - Sant'Eucherio di Lione ( parte II )

continua dal capitolo I dei Nomi di Dio.


La veste del Figlio di Dio talvolta figura la sua carne, che i libri sacri assimilano alla divinità; di questa veste profetizza Isaia: Chi è costui che arriva da Edom, da Bosra con le vesti tinte? (Is 63, 1). Oppure, le vesti del Signore valgono per la santa Chiesa, che gli è unita per fede e per amore; di ciò scrive il salmo: Il Signore regna e indossa la bellezza (Sal 92, 1). E in altro salmo, sempre sul Signore: Di maestà e bellezza ti rivesti, avvolto nella luce come in una veste (Sal 103, 2).
Il manto di Cristo è la Chiesa, su cui è scritto nel libro del Genesi: Lava nel vino la sua veste, cioè la sua carne nel sangue della passione, e nel sangue dell’uva il suo mantello (Gn 49, 1), cioè la Chiesa.
I calzari di Nostro Signore Gesù Cristo simbolizzano misticamente la sua incarnazione, poiché si è degnato di assumere la mortalità dell’umano genere. Dice nel salmo, tramite il profeta: Sull’Idumea porrò i miei calzari (Sal 59, 10), cioè manifesterò la mia incarnazione alla folla dei pagani.
Il passo è l’avvento del Figlio di Dio nel mondo, e il suo ritorno al Padre. Di ciò dice il salmo: Ecco, appare o Dio il tuo passo, il passo del mio Dio, il mio Re che è nel santuario (Sal 67, 25). Dal cielo scende nel grembo della Vergine, poi nasce ed è posto nella mangiatoia (Lc 2, 7). Quando ebbe compiuto tutto ciò per cui era stato mandato dal Padre, fu crocifisso; deposto che fu dalla croce (At 13, 29), fu sepolto secondo il corpo, ma l’anima scese all’inferno; infine, il terzo giorno resuscitò dal sepolcro con la forza della sua divinità, e quaranta giorni dopo la resurrezione, sotto lo sguardo degli apostoli ascese al cielo, dove siede alla destra del Padre (At 1,9; Mc 16, 19), cioè nella sua gloria; questi sono infatti i passi del Figlio di Dio, la sua discesa e ascesa, di cui leggiamo nelle Sacre Scritture.
Dio è detto ascendere quando il Figlio, rapita da noi la carne, l’ha condotta nel cielo come una preda (Sal 67, 19), perché, prendendola con sé in cielo, dove giammai prima era stata, ha trascinato quasi come prigioniera la natura umana, che prima invece era trattenuta dal diavolo nella prigione del mondo.
Si legge che Dio nasconde il volto (Dt 32, 20) quando nega la sua conoscenza ad alcune genti per le loro colpe, come è avvenuto ora al popolo giudeo, perché, avendo ricusato il Figlio di Dio, ha perso la cognizione del vero Dio, e così fu per tutte le genti che non hanno conosciuto il Signore.
Si dice che il Signore mostra il volto (Sal 79,4) quando, con la considerazione della propria grazia e segreta ispirazione, penetra nei cuori di chi lo vuole (certo in quello dei suoi eletti) e infonde la forza per amarlo.
Si dice che Dio siede, non certo in modo corporale come gli uomini, ma in potenza per governare con ragionevolezza le creature, come è nel salmo: Regna Iddio sulle genti e si asside sul santo suo trono (Sal 46, 9). Si dice anche che Dio siede sopra i Cherubini (Sal 98, 1), che significano la moltitudine e pienezza della sapienza – con ciò si intendono i santi angeli o le menti degli uomini spirituali, dove Dio presiede e regna invisibile. Infatti egli siede in coloro che sono pieni della sua sapienza e del suo amore. Nei Proverbi di Salomone sta scritto: La sua anima è la sede della sapienza [passim in Pro]; ma Cristo è la sapienza di Dio Padre (1Cor 1, 24), che si dice sieda nelle anime dei santi.
Si dice che Dio discende nel mondo, quando nella creatura umana opera qualcosa di nuovo che prima non c’era; così si dice che il Figlio di Dio è disceso, quando attraverso la Vergine Maria fece sua la carne per la nostra redenzione, e si degnò di divenire vero uomo, senza abbandonare ciò che era, ma acquisendo quanto non era. Di questa discesa, che è l’incarnazione, sta scritto nel salmo: E incurvò i cieli e discese, e gran buio era sotto i piedi suoi (Sal 17, 10). Ha incurvato i cieli, poiché, prima del suo avvento, mandò come messaggeri gli angeli e i profeti ad annunciare la sua venuta. Era gran buio sotto i suoi piedi, perché gli empi, per la loro malvagità, non poterono riconoscere la sua incarnazione, e nemmeno ora lo possono.

Si dice che Dio passa oltre, quando si allontana dal cuore di certi uomini, dove la fede è stata sostituita quasi d’improvviso dalla malafede e dalla colpa, e trapassa ad altri, come fece dai Giudei ad altre genti, dagli eretici ai cattolici, da chiunque non è religioso a chi lo è.
Si dice che Dio retrocede e passa ad altro, quando, in modo non certo locale e visibile, ma non visto è solito fare altra cosa con giudizio segreto e giusto.
Si dice che Dio cammina, non quando passa da un luogo ad un altro – poiché è empio credere ciò – ma quando diletta il cuore dei santi come se vi camminasse, com’è scritto: Abiterò in loro e camminerò, e sarò il loro Dio (2Cor 6, 16). In altro senso, il camminare di Dio significa quando i predicatori santi [con le loro parole] passano da un luogo all’altro [del discorso].
Il parlare di Dio, senza suono di voce o qualsivoglia rumore, significa l’ispirazione del retto intelletto e della sua volontà, nascostamente nelle menti dei santi; oppure la rivelazione del futuro ai santi profeti. Questo parlare di Dio si può intendere, come vogliono alcuni, in tre modi. Il primo modo è per mezzo di una creatura subordinata, come apparve a Mosè in un rovo (Es 3, 2); o come ad Abramo (Gn 18), a Giacobbe (Gn 32, 24) e ad altri santi, ai quali si degnò di apparire tramite gli angeli. Il secondo modo è nei sogni, come a Giacobbe (Gn 28, 12), a Zaccaria profeta (Zc 4, 1), a Giuseppe sposo di Maria (Mt 1,20) e altri santi, cui volle rivelare il suo segreto. Il terzo modo, infine, non è per il tramite di una creatura visibile o di un uomo, ma solo toccando invisibilmente e facendo parlare con una segreta ispirazione i cuori, come è scritto nei libri dei profeti, quando questi stessi esclamano, improvvisamente ispirati dallo spirito divino: Il Signore così ha parlato (Is 77).
Il guardare di Dio è approvare le buone azioni, com’è nel Genesi: Dio vide tutto quanto aveva fatto, ed ecco era molto buono (Gn 1,31), cioè indicò agli intelligenti le cose buone. In altro modo, il guardare di Dio è il suo biasimo quando scorge la malvagità umana; così in Isaia: Il Signore guardò e il male passò nei suoi occhi (Is 59, 15). In altro modo, il guardare di Dio significa rendere noi vedenti, com’è nel salmo: Scrutami, o Dio, e conosci il mio cuore (Sal 138, 28), e poco dopo: E vedi se è in me la strada del male (ibid.). Un simile modo di esprimersi si trova anche nel libro di Giobbe, dove si parla della sapienza di Dio Padre col maggior numero possibile di cose notevoli. Di Dio Padre vien detto: Allora Egli la vide e la manifestò, la stabilì e tutta la scrutò (Gb 20, 28), cioè ci rende vedenti, capaci di indagare e predicare, e altri capaci di raccontare.

Il conoscere di Dio è il rendere edotti, come dice l’angelo ad Abramo: Ora conosco che tu temi il Signore (Gn 22, 12). Infatti, non conosce certo nel tempo chi sa tutto prima che avvenga, perciò si chiama il conoscere di Dio il rendere edotti, cosi come quanti prima erano sconosciuti a se stessi, tramite le sue prove e domande rendono sé manifesti a sé. In tal modo parla Iddio sulla legge data, tramite Mosè, al popolo d’Israele: Così li metterò alla prova per vedere se camminano nella legge o no (Es 16, 4).

I Nomi di Dio - Sant'Eucherio di Lione ( parte I )

Sant'Eucherio di Lione (380-449) successore di san Ireneo nell'episcopato della città gallica è stato autore dell'importante tomo Formule dell'Intelligenza Spirituale dal quale questo e i prossimi articoli sono tratti



Dio onnipotente è Padre, Figlio e Spirito Santo, uno e trino: uno per natura e trino nelle persone; unico ad essere invisibile, immenso e infinito – l’unico incircoscritto, immutabile, incorporeo, immortale – ovunque presente e nascosto, ovunque tutt’intero e immenso.
È invisibile, poiché non può certo esser visto nella sua essenza, come dice l’Apostolo: Poiché nessuno l’ha mai visto, né lo può vedere (1Tm 6, 16); e nel Vangelo: Nessuno mai vide Dio (Gv 1, 18).
È incorporeo, perché non consiste di un’unione di membra e fattezze. Così è detto veracemente nel Vangelo: Dio è Spirito, e quanti l’adorano devono adorarlo in spirito e verità (Gv 4, 24).
È immenso, perché la sua qualità e quantità non può essere misurata da alcuna creatura, onde Salomone pregò supplice: Se il cielo e la terra non ti contengono, tanto meno basterà questo tempio che ti ho edificato (3Re 8, 27).
È incircoscritto, perché non delimitabile.
È inlocale, perché non passa da un posto all’altro, né alcun luogo riesce a trattenerlo; tramite Isaia, dice di se stesso: Il cielo è il mio seggio, la terra lo sgabello dei miei piedi (Is 66, 1); e tramite Geremia: Non colmo forse il cielo e la terra? (Ger 23, 24). Della sua immensità parla il profeta nel salmo, confidando in Dio stesso: Se salissi in cielo, là tu sei; se scendessi nell’inferno, sei presente (Sal 138, 8); e ne parla anche il libro di Giobbe: È più alto del cielo, e che puoi fare? È più profondo dell’abisso, e che puoi saperne? È più lungo della terra e più largo del mare (Gb 11,8), poiché infatti riempie il cielo e la terra, e certo non v’è luogo privo della sua essenza. È sopra ogni cosa per reggere e governare, sotto ogni cosa per portare e sostenere – non con peso di lavoro, ma con infaticabile forza, perché nessuna sua creatura si sostiene da sola, senza essere da lui conservata. È fuori da tutto, ma non ne è escluso.
È immutabile, poiché ciò che è non può certo mutare, come egli stesso dice attraverso il profeta Malachia: Io sono il Signore, e non muto (Ml 3, 6). Perciò Dio è detto immutabile, perché la sua anima non è afflitta da ira, furore, pentimento, dimenticanza, ricordo o altre simili cose: è difatti semplice la sua natura, immutabile e imperturbata. Non ha e non è altro da se stessa, ma essa stessa è ciò che ha ed è.

È immortale, perché in nessun modo può morire, come attesta l’Apostolo: Lui solo possiede l’immortalità e abita una luce inaccessibile, che nessun uomo ha mai veduto, né può vedere (1Tm 6, 16). Al contrario, sparsi per i divini libri, la Scrittura Sacra descrive in Dio i moti dell’anima e le membra umane, cioè il capo, i capelli, gli occhi, le palpebre, le orecchie e tutte le altre membra – o i moti dell’anima, cioè l’ira, il furore, la dimenticanza, il pentimento, il ricordo, e altro. Chi comprende queste cose rettamente secondo la narrazione, non deve intenderle in modo carnale, come fanno i Giudei e molti eruditi eretici, che pensano Dio come corporeo e insediato in un luogo – di lui ogni cosa va invece intesa e creduta spiritualmente. Se qualcuno crede che in Dio vi siano membra umane o moti dell’anima in senso umano, senza dubbio fabbrica idoli in cuor suo.
Dunque, come si diceva, leggiamo in senso figurato il capo di Dio, e dobbiamo intendervi la sua stessa essenza divina, che precede tutto, e a cui ogni cosa è soggetta (1Cor 11,3).
Interpretiamo i capelli del suo capo come i santi angeli, o i virtuosi eletti; di ciò è scritto nel libro di Daniele: Mentre stavo osservando, furono disposti dei troni e un Antico di giorni si assise. Il suo vestito era candido come neve e come lana pura erano i capelli della testa (Dn 7, 9): qui si vogliono infatti significare con la veste candida di Dio e coi capelli del suo capo gli angeli e i puri santi. Inoltre, i capelli sono paragonati alla lana pura perché Dio fosse inteso come l’Antico di giorni.
Si dice che Dio ha occhi, poiché egli vede tutto e nulla gli è nascosto. Dice infatti l’Apostolo: Nessuna cosa al mondo sfugge allo sguardo di Dio, ma tutto è chiaro e svelato ai suoi occhi (Eb 4, 13). Si possono altrimenti intendere come la considerazione della sua grazia; così è nel salmo: Gli occhi del Signore sono sopra i giusti (Sal 33,16). In secondo luogo, gli occhi del Signore sono i suoi precetti, con cui ci somministra il lume del sapere. Nel salmo: È chiaro il precetto del Signore e illumina gli occhi (Sal 18, 9). Le palpebre del Signore sono i suoi giudizi nascosti e incomprensibili, oppure indicano nei divini libri il suo linguaggio spirituale; di questi sacramenti e giudizi nascosti e imperscrutabili dice il salmo: Le sue palpebre interrogano i figli degli uomini (Sal 10, 5), cioè li esaminano.
Si dice che Dio ha orecchie perché ode tutto e nulla per lui è celato nel silenzio; di ciò è scritto nel libro della Sapienza: L’orecchio del cielo ode tutto e non gli è nascosto nemmeno il sussurro delle mormorazioni (Sap 1, 10).
Le narici di Dio sono il suo soffio nel cuore dei fedeli, come si dice nel libro dei Re: Sale il fumo dalle sue nari (2Re 22, 9), cioè aspira il pentimento lacrimoso dei penitenti.
Il volto di Dio è la conoscenza da parte di tutti della sua divinità, e su questa conoscenza è scritto nei salmi: Mostraci il tuo volto e saremo salvi (Sal 79, 4), cioè, dacci la conoscenza di te, palesata agli uomini dal Figlio dell’uomo, come dice il Vangelo: Nessuno conosce il Padre, eccetto il Figlio e colui al quale il Figlio avrà voluto rivelarlo (Mt 11, 27). Altrove il volto di Dio significa l’invisibile essenza della divinità del Figlio di Dio; di essa il Signore, rispondendo per mezzo di un angelo a Mosè, dice: Mi vedrai da tergo, ma la mia faccia non potrai vederla (Es 33, 23), come se dicesse: la mia divinità invece non la potrai vedere.
La bocca di Dio è il Figlio del Padre, cioè il Cristo Signore; perciò Isaia profeta annuncia ai Giudei: Perché provocammo la sua bocca all’ira (Is 1, 20). Altrimenti, la sua bocca può esser presa come la sua parola o il suo comando; annunciando la parola di Dio, i profeti dicono: La bocca di Dio così ha parlatoLa parola di Dio è il Figlio di Dio Padre, per mezzo del quale tutto fu fatto; dice il salmo: Dio creò i cieli con la sua parola (Sal 32, 6). Altrove: Inviò la sua parola a risanarli (Sal 106, 20); e nel Vangelo secondo Giovanni: In principio era la Parola, e la Parola era presso Dio, e la Parola era Dio (Gv 1,1). La lingua di Dio, in senso mistico, significa lo Spirito Santo, grazie al quale Dio Padre manifestò il suo segreto agli uomini; per cui nel salmo è detto: La mia lingua è la penna di uno scriba veloce (Sal 44,2).
Le labbra di Dio, in senso mistico, simbolizzano l’accordo dei due Testamenti; di essi è scritto nei Proverbi: Nel suo giudizio la sua bocca non erra (Sal 16, 10).
Per le braccia di Dio Padre si intendono il Figlio suo e lo Spirito Santo. Così parla in Isaia: E le mie braccia giudicheranno i popoli (Is 41, 5). Preso singolarmente, il braccio di Dio si riferisce al Figlio: Ebbene, tu Signore Iddio traesti il suo popolo dalla terra d’Egitto con mano forte e braccio teso (Ger 32, 21). Perciò il Figlio è detto braccio di Dio Padre, perché la creatura eletta gli è connessa.
La destra di Dio Padre è il Figlio unigenito, che nel salmo assume persona umana: La destra del Signore compì prodezze (Sal 117, 16). Altrimenti, la destra del Signore indica l’eterna felicità del Padre: nel salmo così il Padre dice al Figlio: Siedi alla mia destra (Sal 109, 1). È detta anche “destra di Dio” ogni creatura eletta in cielo e in terra, così come per la sua sinistra si intende ogni creatura falsa, cioè i | demoni e gli empi che, posti a sinistra [nel Giudizio], patiscono gli eterni supplizi (Mt 25, 33).

La mano di Dio Padre è il Figlio suo, a modo e mezzo del quale tutto fu fatto, come dice in Isaia: Tutto fece la mano mia, e ogni cosa fu fatta (Is 66, 2). In altro senso, la mano di Dio è intesa come il suo potere; così nel libro del profeta Geremia: Come l’argilla nella mano del vasaio, così voi siete in mano mia, casa d’Israele (Ger 18, 6). Parimenti, la mano indica la frusta, sul colpo della quale è scritto nel profeta Sofonia: Stenderò la mia mano sopra Giuda e sugli abitanti d’Israele, e disperderò da questo luogo i resti di Baal (Sof 1, 4), ecc.; ma Giobbe, colpito dal Signore, disse felice: La mano di Dio mi ha toccato (Gb 19,21).
Il dito di Dio vale particolarmente per lo Spirito Santo, perché da esso fu scritta la legge sulle due tavole del monte Sinai (Es 32,16). Egli scrisse quanto lo Spirito Santo gli dettava. Di esso il Signore dice nel Vangelo: Se io scaccio i demoni col dito di Dio (Lc 11, 20). Come infatti il dito con la mano e il braccio, e la mano col braccio e il corpo sono uno per natura, così il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo sono tre persone ma una sola sostanza divina.
Le dita di Dio in senso plurale significano i santi profeti, per mezzo dei quali lo Spirito Santo con la sua ispirazione traccia i libri della legge e della profezia; di ciò si parla nel salmo: Vedrò i cieli, opera delle tue dita (Sal 8, 4) – certo, come dicevamo, qui si intendono con i cieli i libri suddetti, e con le dita i santi profeti.
L’immagine di Dio Padre invisibile è il suo Figlio unigenito; su ciò l’Apostolo: Egli è l’immagine dell’invisibile Dio (Col 1, 15). Dio Padre generò la propria immagine nel Figlio suo non da altra cosa, ma da se stesso, cioè dalla sua sostanza, in modo che risultasse simile e identica in tutto. In altro senso, invece, quest’immagine è l’anima dell’uomo, che Dio non generò da se stesso, cioè dalla sua sostanza -come credono molti eretici – ma creò dal nulla. In altro modo ancora, possiamo intenderla l’immagine di qualsiasi re che genera da se stesso, nel proprio figlio, un simile, come l’uomo dall’uomo. Infine, è come l’immagine impressa da un anello nella cera, che non è tale per se stessa, poiché il figlio è per natura ciò che è il padre.
Per il cuore di Dio Padre si intende misticamente l’arcano della sapienza, dal quale la Parola – cioè suo Figlio – impassibilmente generò senza inizio, come Dio stesso dice tramite il profeta: Effuse il mio cuore una buona parola (Sal 44, 2).
Si dice che Dio ha le ali perché, quasi al modo di un uccello coi suoi pulcini, raduna gli eletti sotto di sé per nutrirli e proteggerli dalle insidie dei diavoli e dalla malvagità umana. Perciò il profeta dice: Proteggimi sotto l’ombra delle tue ali (Sal 16, 8).
Si dice che Dio ha le spalle, perché sorregge le parti deboli della Chiesa come sulle sue spalle. Di ciò parla il salmo: Ti sosterrà con le sue spalle (Sal 90, 4).
Il suo ventre si interpreta come l’origine segreta dell’esistenza; dice il salmo: Ti ho generato dal mio ventre prima dell’aurora (Sal 109,3). Oppure, il suo ventre allude in senso mistico ai suoi inafferrabili e imperscrutabili giudizi – di questo giudizio nascosto è scritto nel libro di Giobbe: Dal seno di chi è uscito il ghiaccio, e la brina del cielo chi l’ha generata? (Gb 38, 29).
Le terga rappresentano l’incarnazione del Figlio di Dio: di questa parte posteriore parlò il Figlio a Mosè sul Sinai, attraverso l’angelo: Vedrai le mie terga, ma la mia faccia non la puoi vedere (Es 33, 25). I piedi di Dio sono l’appoggio della sua forza, poiché egli è ovunque e tutto gli è sottomesso, e così dice tramite Isaia: Il cielo è il mio seggio, ma la terra è lo sgabello dei miei piedi (Is 66, 1). In altro senso, i piedi intendono l’incarnazione del Figlio di Dio, che è sottomesso alla divinità come i piedi lo sono alla testa. Come il capo esprime la divinità, così i piedi rappresentano l’umanità, e di ciò è scritto nell’Esodo: Mosè, Aronne, Nadab, Abin e i settanta anziani d’Israele salirono. E videro il Dio d’Israele: sotto i suoi piedi vi era come una lastra lavorata di zaffiro, simile in chiarezza al cielo stesso (Es 24, 10). Ma, come si volle mostrare chiaramente con la lastra di zaffiro le creature celesti, cioè i santi angeli, così il cielo sereno indica la santa Chiesa degli eletti, fondata a beneficio degli uomini, e sopra queste due cose create regna in perpetuo il Figlio di Dio fatto uomo, come dice il salmo: Tutto hai posto sotto i suoi piedi (Sal 8, 8). Altrimenti, i piedi di Dio (o di Gesù Cristo) simbolizzano i santi predicatori, di cui è scritto nel Deuteronomio: Chi si accosta ai suoi piedi, partecipa della sua scienza (Dt 33, 5).

Ho visto il Signore Vivente - san Silvano dell'Athos

Durante la mia infanzia mi chiedevo in che modo il Signore fosse asceso al cielo sulle nuvole e come la Madre di Dio e i santi apostoli avessero visto questa ascensione. Quando però nella giovinezza smarrii la grazia di Dio, l’anima mia si indurì lasciandosi incantare dal peccato, e solo raramente pensavo all’ascensione del Signore. In seguito riconobbi il mio peccato e ne fui molto addolorato: avevo offeso il Signore, smarrendo la fiducia in lui e nella Madre di Dio. Provai un profondo disgusto per il mio peccato e decisi di entrare in monastero, per implorare e supplicare da Dio il perdono per i miei molti peccati.
Appena terminato il servizio militare, entrai in monastero, ma poco dopo mi assalirono pensieri carnali che mi spingevano a tornare nel mondo e a sposarmi. Ma io non cessavo di ripetere con risolutezza: “Morirò qui per i miei peccati”. Cominciai a pregare intensamente il Signore affinché nella sua misericordia perdonasse i miei molti peccati.
Una volta fui preda dello spirito di disperazione: sembrava che Dio mi avesse rigettato per sempre e che per me non ci fosse più salvezza. Percepivo in me con chiarezza di trovarmi sull’orlo della perdizione eterna e che Dio era inesorabilmente spietato nei miei confronti. Rimasi in preda a questo spirito per più di un’ora. L’angoscia e la tortura provocate da questo spirito sono tali che il semplice ricordo è terribile. L’anima non può sopportarlo a lungo: in momenti simili ci si può perdere per l’eternità. Il Signore misericordioso ha permesso allo spirito della malvagità infernale di muovere guerra all’anima mia.
Dopo un po’ mi recai in chiesa per i vespri e, fissando lo sguardo sull’icona del Salvatore, esclamai: “Signore Gesù Cristo, abbi pietà di me peccatore!”. A quelle parole vidi, al posto dell’icona, il Signore vivente, e la grazia dello Spirito santo mi riempì totalmente l’anima e il corpo. Così conobbi, nello Spirito santo, che Gesù Cristo è Dio, e questa grazia divina fece sorgere in me il desiderio di soffrire per Cristo.

Da quel preciso istante l’anima mia anela al Signore, e null’altro più mi rallegra sulla terra: la mia  unica gioia è Dio. È lui la mia letizia, la mia forza, la mia speranza, il mio bene.

san Silvano del Monte Athos, Scritti. 

lunedì 26 ottobre 2015

La Festa del Cristo Re e gli Ortodossi - riflessioni di un clerical chic

L'ultima domenica di Ottobre è, nel calendario latino tradizionale, dedicata al Cristo Re dell'Universo. Assieme alla festa della Cattedra di Pietro ( 7 mar.), di Ognissanti (1 nov.) e della Commemorazione di tutti i Defunti (2 nov.) è stata assunta dagli ortodossi cosiddetti "Occidentali" nelle giurisdizioni di Antiochia e della ROCOR, nonché nella ECOF, con scandalo da parte di quelli che si ritengono << i veri ortodossi >> e in genere da tutti quelli che vedono nella latinità ortodossa una sorta di falsariga minore, un difetto, del nostro retaggio venerabile. Questi stessi detrattori dovrebbero ricordare che, in circostanze geo-ecclesiali normali e canoniche, questa ortodossia "falsa" sarebbe la loro unica autentica ortodossia. Ma noi cantiamo ai Vespri, o sbaglio, al prochimeno del sabato sera << Il Signore regna, / si è rivestito di Maestà >>...  



una popolare icona russa figurante il Cristo-Re, o "Cristo in Trono" secondo i << veri >> ortodossi

Mi sento,quindi, di difendere questa festività. Sebbene la sua introduzione nei calendari sia piuttosto recente, poggia le sue basi su una pericope evangelica della Passione secondo Giovanni: i soldati, a derisione, chiamano Gesù "re dei Giudei". Pilato stesso, invece, intuendo nel Cristo un qualcosa di meno banale e di più profondo, gli domanda ancora: sei tu il re dei Giudei? sebbene sapesse che il Re era Erode, o chi per lui! << il mio Regno non è di questo mondo. (...) per questo io sono venuto al mondo, per testimoniare la Verità. >> risponde placido il Salvatore. Queste parole prorompono come folgore nel cuore del cristiano, che sente sicuramente pervadersi della potenza del Nome di Cristo. Il Cristo è il Re, ma lo sappiamo da molto prima della Sua dolorosa passione: non erano forse venuti i magi dalla Persia per adorarlo quale sovrano del Cielo e della Terra alla Sua Incarnazione, e noi lo ricordiamo il 6 gennaio per l'Epifania? E come noi cristiani di oggi viviamo questa sua Regalità?
Il mondo cattolico ha sempre interpretato la Regalità di Cristo come un fattore sociale, traslato poi, di fatto, in un potere ecclesiastico sul mondo. Ma noi ortodossi sappiamo bene come la Chiesa, di per sé, è già vittoriosa per sua propria natura: la Chiesa è il mondo che non passa, è il cosmos divino ordinato in eterno che si ripropone all'Uomo. Quando io rifletto sulla Regalità del Cristo Signore e Dio, contemplo il mistero della perfezione naturale e del Suo dominio sull'universo in senso fisico e metafisico: tutto è da Lui ordinato, e come dice il Salmista << tutto hai fatto con sapienza >>. Dio regna e impera già, che noi umani lo si voglia o meno: con la sua Resurrezione, ha vivificato il cosmo avvelenato dal maligno e dai suoi servitori, i quali si affannano come una bestia mortalmente colpita a mordere a più non posso... o come dice il venerabile Pietro Apostolo nella sua lettera << cercando chi poter divorare >>. Quando il Signore si è compiaciuto di convertire l'Impero Romano alla vera Fede e ha impresso nel cielo notturno la Sua Croce venerabile, di modo che rifulgesse come un prisma dorato, ha reso manifesto il senso di questa festività così tanto conosciuta in Occidente, e così poco in Oriente: Il Regno di Cristo deriva dalla Croce, dalla sua sofferenza e dalla vittoria su questa sofferenza, e l'emblema supremo del Regno divino è, a mio modesto parere, proprio quel ladrone che nell'ora più buia ha osato domandare al Signore dolorante per tutti i peccati dell'uomo: << ricordati di me nel Tuo regno.>> che insolenza, buon ladrone, domandare a Dio la salvezza in quel momento così tremendo! Eppure il buon Dio si volge a lui e gli dice: << tu sarai alla mia destra.>> ed ecco anche la risposta agli Apostoli quando gli domandarono di poter sedere alla sua destra, e Gesù rispose che quel posto sarebbe stato occupato da chi sarebbe da lui stato scelto... ecco di chi è il posto! del piccolo ladrone pentito: il Re Buono, il Consolatore, il Re Celeste che fonda il suo regno sulla roccia della Fede dei suoi discepoli, i quali sanno che Cristo vince, Cristo regna, e Cristo governa il mondo intero, ma non secondo i ritmi del mondo decaduto, ma secondo gli inalterabili carismi del Creatore.


Cristo davanti a Pilato, Duccio di Buoninsegna 



mercoledì 21 ottobre 2015

Seconda Lettera a Nestorio - s. Cirillo di Alessandria


s. Cirillo di Alessandria

Cirillo saluta nel Signore il piissimo e sommamente amato da Dio Nestorio, suo collega. Sono venuto a sapere che alcuni tentano con vane ciance di detrarre al mio buon nome presso la tua Riverenza - e ciò frequentemente - soprattutto in occasione di riunioni di persone assai in vista. Forse pensando addirittura di accarezzare le tue orecchie, essi spargono voci incontrollate. Sono persone che non ho offeso in nessun modo, li ho invece ripresi con le debite maniere: l'uno perché trattava ingiustamente ciechi e bisognosi; l'altro, perché aveva impugnato la spada centro la propria madre; un altro ancora, perché aveva rubato con la sua serva l'oro degli altri, ed aveva sempre avuto una fama, quale nessuno augurerebbe neppure al suo peggior nemico. Del resto, non intendo interessarmi troppo di costoro, perché non sembri che io estenda la misura della mia pochezza al di sopra del mio signore e maestro, e al di sopra dei padri: non è possibile, infatti, evitare le stoltezze dei malvagi, in qualsiasi modo si viva. Costoro, però, che hanno la bocca piena di maledizione e di amarezza, dovranno rendere conto al giudice di tutti. lo, invece, tornando a ciò che credo più importante, ti ammonisce anche ora, come fratello in Cristo, perché tu esponga la dottrina e il pensiero sulla fede al popolo con ogni cautela e prudenza perché tu rifletta che lo scandalizzare anche uno piccoli che credono in Cristo, suscita la insopportabile, indignazione (di Dio). Se poi coloro che sono stati fossero una moltitudine, non dobbiamo forse usa arte per evitare, con prudenza, gli scandali e presentare rettamente una sana esposizione della fede a chi cerca la verità? Ciò avverrà nel modo migliore se leggendo le opere dei santi padri, cercheremo di apprezzarle molto, ed esaminando noi stessi, se siamo nella vera fede conforme della Scrittura conformiamo perfettamente il nostro modo di vedere il loro pensiero retto e irreprensibile.

Dice, dunque, il santo e grande concilio (di Nicea) che lo stesso Figlio unigenito, generato secondo natura da Dio Padre, Dio vero nato dal vero Dio, luce dalla luce, colui per mezzo del quale il Padre ha fatto tutte le cose, è disceso si è fatto carne, si è fatto uomo, ha sofferto, è risuscitato il terzo giorno, è salito al cielo. Dobbiamo attenerci anche noi a queste parole e a questi insegnamenti, riflettendo bene cosa significhi che il Verbo di Dio si è incarnato e fatto uomo. Non diciamo, infatti, che la natura dal Verbo si sia incarnata mutandosi, né che fu trasformata in un uomo, composto di anima e di corpo. Diciamo, piuttosto, che il Verbo, unendosi ipostaticamente una carne animata da un'anima razionale si fece uomo in modo ineffabile e incomprensibile e si è chiamato figlio dell'uomo, non assumendo solo la volontà e neppure la sola persona. Sono diverse, cioè, le nature che si uniscono, ma uno solo è il Cristo e Figlio che risulta non che questa unità annulli la differenza delle nature ma piuttosto la divinità e l'umanità formano un solo e Cristo, e Figlio, che risulta da esse; con la loro unione arcana ed i nell'unità. Così si può affermare che, pur sussistendo prima dei secoli, ed essendo stato generato dal Padre, Egli è stato generato anche secondo la carne da una donna; ma ciò non significa che la sua divina natura abbia avuto inizio nella santa Vergine, né che essa avesse bisogno di una seconda nascita dopo quella del padre (sarebbe infatti senza motivo, Oltre che sciocco, dire che colui che esisteva prima di tutti i secoli, e che è coeterno al Padre, abbia bisogno di una seconda generazione per esistere); ma poiché per noi e per la nostra salvezza, ha assunto l'umana natura in unità di persona, ed è nato da una donna così si dice che è nato secondo la carne. (Non dobbiamo pensare), infatti, che prima sia stato generato un uomo qualsiasi dalla santa Vergine, e che poi sia disceso in lui il Verbo: ma che, invece, unica realtà fin dal seno della madre, sia nato secondo la carne, accettando la nascita della propria carne. Così, diciamo che egli ha sofferto ed è risuscitato, non che il Verbo di Dio ha sofferto nella propria natura le percosse, i fori dei chiodi, e le altre ferite (la divinità, infatti non può soffrire, perché senza corpo); ma poiché queste cose le ha sopportate il corpo che era divenuto suo, si dice che egli abbia sofferto per noi: colui, infatti, che non poteva soffrire, era nel corpo che soffriva. Allo stesso modo spieghiamo la sua morte. Certo, il Verbo di Dio, secondo la sua natura, è immortale, incorruttibile, vita, datore di vita; ma, di nuovo, poiché il corpo da lui assunto, per grazia di Dio, come dice Paolo, ha gustato la morte per ciascuno di noi, si dice che egli abbia sofferto la morte per noi. Non che egli abbia provato la morte per quanto riguarda la sua natura (sarebbe stoltezza dire o pensare ciò), ma perché, come ho detto poco fa, la sua carne ha gustato la morte. Così pure, risorto il suo corpo, parliamo di resurrezione del Verbo; non perché sia stato soggetto alla corruzione - non sia mai detto - ma perché è risuscitato il suo corpo.

Allo stesso modo, confesseremo un solo Cristo un solo Signore; non adoreremo l'uomo e il Verbo insieme, col pericolo di introdurre una parvenza di divisione dicendo insieme, ma adoriamo un unico e medesimo (Cristo), perché il suo corpo non è estraneo al Verbo, quel corpo con cui siede vicino al Padre; e non sono certo due Figli a sedere col Padre ma uno, con la propria carne, nella sua unità. Se noi rigettiamo l'unità di persona, perché impossibile o indegna (del Verbo) arriviamo a dire che vi sono due Figli: è necessario, infatti definire bene ogni cosa, e dire da una parte che l'uomo è stato onorato col titolo di figlio (di Dio), e che, d'altra parte il Verbo di Dio ha il nome e la realtà della filiazione. Non dobbiamo perciò dividere in due figli l'unico Signore Gesù Cristo. E ciò non gioverebbe in alcun modo alla fede ancorché alcuni parlino di unione delle persone: poiché non dice la Scrittura che il Verbo di Dio sì è unita la persona di un uomo ma che si fece carne. Ora che il Verbo si sia fatto carne non è altro se non che è divenuto partecipe, come noi, della carne e del sangue: fece proprio il nostro corpo, e fu generato come un uomo da una donna, senza perdere la sua divinità o l'essere nato dal Padre, ma rimanendo, anche nell'assunzione della carne, quello che era. Questo afferma dovunque la fede ortodossa, questo troviamo presso i santi padri. Perciò essi non dubitarono di chiamare la santa Vergine madre di Dio, non certo, perché la natura del Verbo o la sua divinità avesse avuto l’origine del suo essere dalla santa Vergine, ma perché nacque da essa il santo corpo dotato di anima razionale, a cui è unito sostanzialmente, si dice che il verbo è nato secondo la carne. Scrivo queste cose anche ora spinto dall'amore di Cristo esortandoti come un fratello, scongiurandoti, al cospetto di Dio e dei suoi angeli eletti, di voler credere e insegnare con noi queste verità, perché sia salva la pace delle chiese, e rimanga indissolubile il vincolo della concordia e dell’amore tra i sacerdoti di Dio.

sabato 17 ottobre 2015

L'Antica Basilica di san Pietro

L'antica basilica di san Pietro fu costruita sopra il circo di Nerone dal santo imperatore Costantino nel IV secolo, fra il 318 e il 322. Lungo i secoli dell'Alto Medioevo, per via della sua importanza, fu scelta dai Vescovi di Roma qual sede della propria intronizzazione. Nella notte di Natale del 800 d.C. Carlo Magno fu incoronato da papa Leone III proprio in s. Pietro; e fu persino saccheggiata dai Saraceni nell'incursione dell'anno 846. Nel 1099 vi fu tenuto un concilio da papa Urbano II, poco prima che la Crociata si concludesse positivamente. Nel XV secolo Leon Battista Alberti e Bernardo Rossellino furono chiamati ad abbellirla un poco, e dell'Alberti è rimasta nell'attuale basilica la statua di san Pietro in trono, ma i secoli XV e XVI decretarono la definitiva rovina dell'edificio, abbandonato dalla cura delle autorità pontificie. Il papa Giulio II (1443-1513) ritenne opportuno demolire l'antico complesso per l'edificazione dell'attuale, la qual costruzione tuttavia iniziò solo nel 1544, sul progetto di Donato Bramante. 


Architettonicamente, la Basilica, secondo le ricostruzioni esterne, si presentava con un quadriportico attraverso il quale si accedeva alla chiesa propriamente detta, nel centro del quale sostava, sotto un ciborio, una pigna d'oro di notevoli dimensioni, un cimelio d'arte romana: fra il ciborio e le cinque porte d'ingresso vi era uno spazio verde noto come Giardino del Paradiso, costruito attorno al VI secolo. Se al lato orientale si accedeva alla chiesa, la quale era ovviamente orientata, agli altri lati davano le porte edifici di pubblica utilità - biblioteca, scriptorium, la schola cantorum - e una piccola residenza usufruita dai papi, nonché ambienti canonicali nei quali solevano vivere monaci benedettini. 

Per quanto riguarda il tempio, esso era una struttura a cinque navate divise fra loro da ventuno colonne, riutilizzate da templi pagani in rovina. Era lunga  110 metri e larga 30. Il pluteo che divideva l'altare dalle navate era costruito con colonne del Tempio di Gerusalemme portate da Costantino il Grande. L'attuale ciborio costruito dal Bernini ricalca il modello delle antiche colonne del pluteo. 


L'altare era sopraelevato, con delle scalinate le quali raggiungevano un piano rialzato col ciborio e l'altare, e ovviamente il trono vescovile. Agli estremi del pluteo erano posizionate rispettivamente un Cristo fra gli Apostoli a destra e una Madre di Dio fra le Vergini, delle icone d'argento non dipinte, ma fatte completamente d'argento sbalzato - simile a quella che gli iconografi bizantini chiamano risa. Il resto del pluteo era, conformemente alla tradizione latina, composto da colonne e spazi vuoti i quali venivano colmati solo dalla tenda che alla consacrazione veniva tirata. Le due icone furono volute da Papa Gregorio II (731-741) nel 732 d.C. in contrasto con l'iconoclasta imperatore Leone III Isaurico, il quale proibì il culto delle immagini in Grecia, mentre il papato si schierò con gli iconoduli iniziando una produzione d'oreficeria e iconografica veramente industriale. L'interno era molto decorato, in larga parte con mosaici, la qual gran parte sono andati perduti. Alcune porzioni di mosaico sono state traslate in altri luoghi, o divise fra i musei. In una delle navate laterali era stato prodotto un mosaico figurante san Costantino Imperatore assieme a san Pietro i quali offrivano la chiesa a Cristo. Sopra le porte d'ingresso era dipinto un Cristo camminante sulle acque. La Tomba dell'Apostolo Pietro era, come adesso, posta sotto il ciborio. 

Icona a mosaico della Madre di Dio Misericordiosa, ora custodita nel convento di san Marco a Firenze.


L'Adorazione dei Magi, che si trovava nell'antica san Pietro, adesso custodito in santa Maria in Cosmedin a Roma.














FONTI:
S. Boorsch, The building of Vatican: The Papacy and the Architecture
Basilica Vaticana, Enciclopedia Britannica.
Barbara Kreutz, The Southern Italy before the Normans, Infobase publishing, 2001
AAVV. L'oreficeria medievale pp. 35-36

lunedì 12 ottobre 2015

Officio di Ringraziamento per i Benefici Ricevuti ( Latinità Ortodossa )

GRANDE MISSA SICCA PER I BENEFICI MANIFESTI E IMMANIFESTI
nota anche come
OFFICIO DI RINGRAZIAMENTO



Il ministro ordinario di questo officio è il sacerdote ed è previsto come officio pubblico. Tuttavia, può essere cantato in spirito di pietà dai laici, presso l'angolo delle icone domestico.

INGRESSO NEL SANTUARIO


Dopo la preparazione in sagrestia, Il sacerdote, in paramenti bianchi con il piviale, conclude la processione alla quale partecipano due cerofori, e un suddiacono crucifero come di consueto.
Giunti dinnanzi alle porte sante, il sacerdote intona:
S. Abbiamo ricevuto, o Signore, la Tua misericordia, nel mezzo del tuo Tempio.
Coro: il Tuo Nome, / o Dio, / è cantato / fino ai confini della Terra. / La tua destra trabocca giustizia.
Il sacerdote benedice l'ingresso e tutti entrano. Il sacerdote, appena dopo il bacio del corporale, all'altare, continua:
S. Magnifico è il Signore, e grandemente lo esaltiamo: nella città di Dio, sul suo Monte Santo.
Coro: Abbiamo ricevuto, / o Signore, / la Tua misericordia, / nel mezzo del tuo Tempio.
S. Gloria al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo,
R. com'era in principio e ora e sempre, nei secoli dei secoli, amen.


KYRIE

Il coro canta il Kyrie:
Kyrie eleison, Kyrie eleison, Kyrie eleison.
Christe eleison, Christe eleison, Christe eleison.
Kyrie eleison, Kyrie eleison, Kyrie eleison.

GLORIA IN EXCELSIS

S./ D. Gloria a Dio nell'Eccelsi
Coro: e pace in terra agli uomini di buona volontà.
Noi ti lodiamo,
ti benediciamo,
ti adoriamo,
ti glorifichiamo,
ti rendiamo grazie per la tua gloria immensa,
Signore Dio, Re del cielo,
Dio Padre onnipotente.
Signore, Figlio unigenito, Gesù Cristo,
Signore Dio, Agnello di Dio, Figlio del Padre;
tu che togli i peccati del mondo, abbi pietà di noi;
tu che togli i peccati del mondo, accogli la nostra supplica;
tu che siedi alla destra del Padre, abbi pietà di noi.
Perché tu solo il Santo, tu solo il Signore,
tu solo l'Altissimo:
Gesù Cristo, con lo Spirito Santo: nella gloria di Dio Padre.
Amen

PRECE

S. ( rivolto al popolo ) Il Signore sia con voi.
R. e col tuo spirito.
S. Preghiamo. ( all'altare ) O Signore Dio, la tua Provvidenza per gli esseri è incommensurabile e la tua Maestà si manifesta continuamente, noi ti ringraziamo per tutti i benefici dei quali ci hai colmato, e dei quali abbiamo compreso la Mano della tua Signoria; Ti rendiamo grazie per la tua grande pietà verso tutti noi, e ti chiediamo di renderci degni di non dimenticare la tua benevolenza e crescere nella virtù. Per Cristo, nostro Signore. 

LETTURA E OMELIA

Il Sacerdote prega a bassa voce dicendo: Monda, Signore, le mie labbra, che io possa proclamare senza errore il tuo santo Evangelo.
Il coro canta l'alleluia, mentre il sacerdote in processione si reca all'ambone: Alleluia, Alleluia / Rendiamo grazie Dio / e proclamiamo il Suo Nome santo / in ogni luogo / alleluia, alleluia. Il turiferario lascia il turibolo al sacerdote il quale incensa l'Evangelo, poi proclama la lettura dicendo:
S. Dal Vangelo del beato Apostolo ed Evangelista Luca.
R. Gloria a Te, Signore.
Il sacerdote canta i versetti: Luca 17:11-19
al termine, il popolo: gloria a Te, o Cristo.
Se il sacerdote vuole, può tenere un sermone.

CANTICO

Mentre il coro canta, il sacerdote incensa l'altare.
Coro: Benedici il Signore, / anima mia, / non dimenticare le sue indulgenze. / Molto ha compiuto per te, / ti ha colmato di abbondanza. / Compassionevole e misericordioso è il Signore, / lontano dall'ira e pronto al perdono. / Benedici il Signore, / anima mia, / non dimenticare le sue indulgenze.

PREFAZIO E SANCTUS

S. . ( alzando le braccia) E’ veramente cosa buona e giusta, nostra gioia e fonte di salvezza, rendere grazie sempre e in ogni luogo a Te, Dio Padre, Onnipotente ed Eterno.  Con l’Unigenito Figlio Tuo e con lo Spirito Santo sei un Dio solo, sei il Solo Signore. Non nella singolarità di una sola persona, ma nella Trinità una sola sostanza. Ciò è infatti per tua rivelazione, noi crediamo alla tua gloria: e non senza ragione noi ti magnifichiamo, dal momento che hai mostrato la tua Benevolenza a noi, indegni tuoi servi, e abbiamo conosciuto la bella stagione di questa vita. A ricordo della gioia provata, affinché la nostra anima continui a trarne nutrimento, noi rendiamo grazie e inneggiamo a Te, Signore Gesù Cristo, che sei magnificato dai Cherubini, lodato di Serafini, glorificato dalle Potestà e dalle Angeliche Potenze, i quali tutti assieme esultano e cantano ad una sola voce, alla quale umilmente noi ci uniamo, esclamando:
coro e sacerdote: Santo, Santo, Santo, Signore degli Eserciti: il Cielo e la Terra sono pieni della tua gloria. Osanna negli Eccelsi. Benedetto colui che viene nel nome del Signore; osanna negli Eccelsi.



PADRE NOSTRO

S. Padre nostro,
tutti: che sei nei Cieli, sia santificato il Tuo nome, venga il tuo Regno, sia fatta la tua volontà, come in Cielo così in Terra. Dacci oggi il nostro pane quotidiano, rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori, non ci abbandonare in tentazione, ma liberaci dal maligno.
S. Signore, ascolta la mia supplica.
R. Alle tue labbra giunga il mio grido.

PRECE

S. Preghiamo. Ti preghiamo, o Dio Onnipotente, non smettere di benedire noi, tuoi servi, che ricordando le tue benigne attenzioni verso di noi ti rendiamo grazie, colmi di gratitudine per la tua benevolenza. Per Cristo, nostro Signore.
R. Amen.

LETTURA DEL VANGELO DI GIOVANNI

Il sacerdote, rivolto all’altare, pronuncia il prologo del Vangelo di Giovanni:
S. In principio era il Verbo,
il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio.
Egli era in principio presso Dio:
tutto è stato fatto per mezzo di lui,
e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste.
In lui era la vita
e la vita era la luce degli uomini;
la luce splende nelle tenebre,
ma le tenebre non l'hanno accolta.
Venne un uomo mandato da Dio
e il suo nome era Giovanni.
Egli venne come testimone
per rendere testimonianza alla luce,
perché tutti credessero per mezzo di lui.
Egli non era la luce,
ma doveva render testimonianza alla luce.
Veniva nel mondo
la luce vera,
quella che illumina ogni uomo.
Egli era nel mondo,
e il mondo fu fatto per mezzo di lui,
eppure il mondo non lo riconobbe.
Venne fra la sua gente,
ma i suoi non l'hanno accolto.
A quanti però l'hanno accolto,
ha dato potere di diventare figli di Dio:
a quelli che credono nel suo nome,
i quali non da sangue,
né da volere di carne,
né da volere di uomo,
ma da Dio sono stati generati.
E il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi;
e noi vedemmo la sua gloria,
gloria come di unigenito dal Padre,
pieno di grazia e di verità.

BENEDIZIONE DEL SOLATIUM
antidoro

In processione, il sacerdote raggiunge assieme ai serventi il tavolo del sale e dell’acqua fuori dal presbiterio.
D. Padre, benedici!
S. Benedici, Signore, + questo pane, come benedicesti le pagnotte nel deserto: tutti coloro che ne mangeranno possano trovare giovamento per l'anima e il corpo. Nel Nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
D. Amen. Il Diacono regge il paniere, prendendolo baciando la mano del sacerdote. Tutti ne prendono un pezzo, baciando la mano del Sacerdote che lo dispensa, e ritornano al loro posto. I serventi si inchinano all'altare e se ne dipartono.
S. Gloria a Te, Signore, Gloria a Te!

TE DEUM LAUDAMUS

Antifone per Tempo. Il sacerdote, rivolto all'altare
Avvento: noi ti lodiamo, o Signore glorioso, alleluia.
Quaresimale:  La tua Passione, o Salvatore, noi magnifichiamo.
Pasquale: Gloria al Signore risorto che regna per sempre, alleluia.
Ordinario: Alza gli occhi, Gerusalemme, il Signore viene a liberarti.
Il coro canta il Te Deum.
Noi ti lodiamo, Dio *
ti proclamiamo Signore.
O eterno Padre, *
tutta la terra ti adora.

A te cantano gli angeli *
e tutte le potenze dei cieli:
Santo, Santo, Santo *
il Signore Dio dell'universo.

I cieli e la terra *
sono pieni della tua gloria.
Ti acclama il coro degli apostoli *
e la candida schiera dei martiri;

le voci dei profeti si uniscono nella tua lode; *
la santa Chiesa proclama la tua gloria,
adora il tuo unico figlio, *
e lo Spirito Santo Paraclito.

O Cristo, re della gloria, *
eterno Figlio del Padre,
tu nascesti dalla Vergine Madre *
per la salvezza dell'uomo.

Vincitore della morte, *
hai aperto ai credenti il regno dei cieli.
Tu siedi alla destra di Dio, nella gloria del Padre. *
Verrai a giudicare il mondo alla fine dei tempi.

Soccorri i tuoi figli, Signore, *
che hai redento col tuo sangue prezioso.
Accoglici nella tua gloria *
nell'assemblea dei santi.

Salva il tuo popolo, Signore, *
guida e proteggi i tuoi figli.
Ogni giorno ti benediciamo, *
lodiamo il tuo nome per sempre.

Degnati oggi, Signore, *
di custodirci senza peccato.
Sia sempre con noi la tua misericordia: *
in te abbiamo sperato.

Pietà di noi, Signore, *
pietà di noi.
Tu sei la nostra speranza, *
non saremo confusi in eterno.

Antifona: Il Signore è Re, / a Lui appartiene la Maestà d'ogni virtù.

LICENZIAMENTO

Il Sacerdote pronuncia il licenziamento del Popolo, rivolto ad esso.
S. Signore Gesù Cristo, Figlio del Dio Vivente, noi ti preghiamo di frapporre fra la nostra morte e il tremendo Tuo Giudizio la Tua Passione, la Croce e la tua morte, adesso e nell’ora della nostra dipartita. Concedici la tua misericordia e la tua Grazia; perdono e riposo ai nostri morti; Alla tua santa Chiesa Ortodossa pace e concordia, a noi peccatori la vita e la gloria celeste, poiché vivi e regni col Padre tuo senza principio + e col tuttobuono e vivificante Spirito Paraclito, ora e sempre, nei secoli dei secoli.
R. Amen. Possa il Signore dare lunga vita a colui che ci ha santificato.
S. (si inchina al popolo) AMEN!

Con la processione di ritorno in sagrestia si conclude l'Officio.