venerdì 29 luglio 2016

Che fine ha fatto l'altare di Aghia Sophia dopo il 1453

Il sito Mystagogy ci offre la risposta ad un quesito che, prima o poi, si pongono tutti gli ortodossi: che fine hanno fatto l'altare e tutti gli oggetti sacri cristiani della cattedrale della Divina Sapienza di Costantinopoli, dopo che l'imperatore turco Maometto II ha conquistato l'Impero romano d'Oriente?

Dopo la conquista da parte di Maometto II nel 1453, alcune navi veneziane fuggivano dalla Città Imperiale di Costantinopoli cariche di reliquie e oggetti sacri per strapparle alla violenza dei turchi. La terza galea di questo convoglio, la quale conduceva l'altare di Aghia Sophia, affondò nelle acque del Bosforo all'altezza di Marmara. All'altezza del relitto pare che le acque siano sempre calme e questo fenomeno è stato osservato da molti scienziati dei tempi moderni e contemporanei con sincero interesse. Doroteo di Monemvasia, nel suo libro Cronaca dalla creazione del mondo fino al 1629. pubblicato nel 1781, testimonia questa attività ( o meglio, inattività) del mare, specificando che anche in caso di tempesta, nelle acque ove riposa l'altare l'attività marittima è pressoché nulla. Nicola Politis (1852-1921) scrisse che, oltre alla calma perpetua delle acque, in quel tratto di mare esala un dolce profumo.


Il presbiterio della cattedrale della Divina Sapienza secondo una ricostruzione virtuale.

Se i morti si salvano dopo la morte

Una delle domande che mi è stata posta recentemente riguarda il destino dei defunti dopo la morte: possono le anime del morti venire salvate dalla misericordia divina? Ovviamente l'azione di Dio è conosciuta a Lui solo, soprattutto nell'universo immateriale dove la percezione umana è raramente presente. Tuttavia, la Chiesa insegna che generalmente il luogo metafisico dove vincere la morte e ottenere dunque il premio eterno è proprio la Terra, anche se vi è un fatto curioso che vale la pena di raccontare. 

Si narra[1] che san Gregorio Magno, il vescovo di Roma, battezzò l'anima dell'imperatore Traiano per mezzo delle lacrime. Un giorno mentre visitava il Foro, il pontefice ammirò la costruzione di Traiano e gli fu in quel frangente raccontata una storia in merito all'imperatore che, sebbene pagano, aveva agito da vero cristiano. Mentre difatti l'Augusto si stava muovendo di gran fretta col suo esercito per combattere, fu fermato in strada da una vedova la quale l'appellò dicendo: << mio signore Traiano, fammi giustizia, giacché questi uomini mi hanno ucciso il figlio e non vogliono pagarmi il risarcimento.>> e l'Imperatore rispose: << quando tornerò indietro li costringerò a risarcirti.>> e la donna implorò: << se voi non tornaste indietro, non avrei nessuno a rendermi giustizia.>> Allora, così com'era armato, scese dal cavallo e obbligò i briganti a risarcire la donna in sua presenza. Quando ebbe finito di ascoltare la testimonianza, Gregorio riconobbe in quel gesto il versetto "fai giustizia alla vedova e perora la causa degli orfani" e non sapeva come confortare l'anima di quest'uomo che, da pagano, aveva vissuto come un portatore di Cristo, così si recò alla basilica di san Pietro e pregò versando fiumi di lacrime, com'era sua abitudine, chiedendo a Dio di salvare Traiano dal fuoco eterno, e seppe per divina ispirazione che Iddio l'aveva ascoltato, giacché non aveva mai osato chiedere questo per nessun altro pagano, e mai ne chiese in futuro.

Dunque, è evidente che si tratta di un evento particolare, operato da un santo, per un'anima particolare, quella di un imperatore antico noto come Iustus, paragonabile, in un'ottica pagana, ai saggi greci o alle personalità del limbo dantesco che, rammentiamolo, non corrisponde alla geografia reale dell'Inferno. Lungi da me, inoltre, insegnare la dottrina eretica dell'apocatastasi, e certamente un episodio marginale non può fare dottrina: però la misericordia di Dio può arrivare ovunque, e in modo misterioso e misterico anche i pagani possono essere salvati, se Dio vuole. In effetti, se Dio vuole, Egli può salvare chiunque: per la nostra salvezza personale e collettiva tuttavia, il Signore Gesù Cristo che è Dio ha dato una direttiva precisa: chi non mangia della mia carne e non beve il mio sangue, NON ha avrà la vita eterna (Gv 6,54).  Per  salvarsi, insomma, bisogna aderire a Colui che è la Via, la Verità e la Vita, ossia il Cristo (Gv 14), e alla sua Chiesa, alla quale ha dato il potere di sciogliere e di legare (Gv 20). 


[1] The earliest life of Gregory the Great, Anonimo di Whitby (VIII secolo), trad. Bertram Colgrave, University Of Kansas Press, 1968, cap. 28, pp.127-129 e Omelia seconda contro il Purgatorio di san Marco d'Efeso. 

martedì 26 luglio 2016

Il dott. Overbeck e il fallimento del suo progetto con Costantinopoli (Latinità Ortodossa)

Traduzione da: Overbeck's Scheme, DAVID F. ABRAMTSOV A.B., University of Pittsburgh, 1959 Submitted to the Graduate Faculty in the Division of the Social Sciences in partial fulfillment of the Requirements for the degree of Master of Arts - bUniversity of Pittsburgh 1961

Le ragioni per le quali il progetto di Overbeck andò al fallimento sono molteplici. Il vescovo greco Crisostomo Papadopoulos (1868-1938) scrisse che la Chiesa di Costantinopoli non voleva problemi con gli anglicani a causa del proselitismo, e incorrere in una guerra di religione[1]. Perché mai, allora, Overbeck avrebbe ottenuto proprio dal Fanar la possibilità di predicare e di scrivere? Perché due sacerdoti anglicani erano stati ricevuti nella Chiesa greca giusto per iniziare a muovere il progetto occidentale?

Il primo di questi fu James Chrystal (1832-1908), sacerdote della Chiesa Episcopale che il 5 gennaio 1869 (vecchio calendario), per la vigilia di Teofania, fu ribattezzato e cresimato, per essere poi ordinato poco dopo e addirittura ricevere il rango di archimandrita e Gran Catechista del Trono Ecumenico[2]: ciò avvenne nel 1870 a opera del vescovo Lycurgos di Syra, che venne a Liverpool per consacrare una nuova chiesa. Ritornato in America, Chrystal abbandonò l'Ortodossia e fondò una setta pseudo-Battista. Per l'occasione vennero molti anglicani e il vescovo greco si intrattenne amichevolmente con loro, stressando Overbeck il quale ritenne che era impossibile "lavorare", se per primo il vescovo li considerava amici e non eretici. In quel frangente il Decano di Westminster, A.P. Stanley (+1881), di tendenze brench theory, parlò a lungo della necessità del mutuo riconoscimento dei sacramenti fra ortodossi e  anglicani, e dopo Stanley parlò John Jackson, vescovo anglicano di Londra, il quale attaccò il progetto di Overbeck pubblicamente. Sebbene Lycurgos fosse stato amichevole con gli anglicani, ciò non gli impedì di parlare bene del progetto di Overbeck in privato: una attitudine molto probabilmente diffusa anche nei Patriarchi d'Oriente.

L'altro sacerdote inglese fu Stephen G. Hatherly (1827-1905). Fu ricevuto da laico nel 1856 per battesimo dalla comunità greca, e nel 1871 ordinato al sacerdozio dal vescovo metropolita Basilio di Anchialos. L'Arcivescovo di Canterbury Archibald Campbell Tait (+1882) scrisse del suo zelo missionario al Patriarca di Costantinopoli, e quest'ultimo rispose direttamente a Hatherly, dicendogli di non convertire nessun anglicano. La ragion d'essere di questo presbitero era proprio la conversione degli inglesi, attività che conduceva senza posa. Poco dopo, tuttavia, nel 1874, il patriarca ecumenico gli spediva un'altra lettera, di congratulazioni per il lavoro svolto e recante la sua benedizione apostolica[3]. Hatherly e Overbeck tuttavia non avevano le stesse mire: il sacerdote, infatti, voleva semplicemente celebrare i riti greci in lingua inglese. Overbeck non parlò mai nei suoi scritti della sua relazione con Hatherly evidentemente per i loro contrasti.

Overbeck dovette scontrarsi anche con i maggiori esponenti anglicani del tempo, primo fra tutti il dott. Frazier, responsabile della Commissione di Intercomunione della Chiesa Anglicana, il quale scrisse che il progetto di Overbeck era una via non cattolica e non canonica, degna di una setta, piena della violenza di Roma[4]. E. B. Pusey (+1882), leader dei Trattariani, chiamò Overbeck "il leader dei ciechi"[5]. Il vescovo anglicano Henry Cotterill di Edimburgo nel 1872 scrisse alla nobildonna russa Olga Novikov di Overbeck, manifestando tutto il suo disprezzo. La signora Novikov era invece una grande amica del dottore, e lo difese per tutta la vita, essendo molto interessata al suo progetto. Cotterill vedeva in Overbeck "la violenza di Roma nella Chiesa Ortodossa" e la vetta del Fariseismo. C'è da capire, dunque, quanto l'odio degli Anglicani per Overbeck abbia influito sulle gerarchie ortodosse.

Un intellettuale e chierico anglicano, T.W. Mossman, invece, fu un improbabile sostenitore delle tesi di Overbeck. Egli, insieme a J.T. Seccombe, voleva dotare la Chiesa d'Inghilterra di un "valido episcopato" e quindi vedeva nella Chiesa Ortodossa Anglicana una possibile via per l'ottenimento della successione apostolica, e riteneva che il progetto di Overbeck potesse sbocciare in una "seconda pentecoste" per la Chiesa inglese[6].

Le ragioni del fallimento del progetto del dottor Julian Overbeck non sono mai state chiarite. Secondo Overbeck l'influenza inglese su Costantinopoli fu preponderante nella caduta del suo schema: nel 1840 il Sultano depose il patriarca Gregorio VI su consiglio dell'ambasciatore inglese Lord Stratford. Il Re Giorgio I di Grecia ricevette il trono con l'approvazione del governo inglese, nel 1863, così come il re Otho prima di lui. Inoltre, la Grecia era indebitata verso la Gran Bretagna. Il Sinodo della Chiesa di Grecia, indipendente dal 1833, bloccò il progetto di Overbeck con una petizione, sebbene al Fanar fosse stato accolto con successo. I Ritualisti anglicani, che parevano favorire Overbeck, furono soppressi nel 1874 per mano dell'arcivescovo Tait, il quale come si è visto nutriva un odio verso gli ortodossi; e dal 1877 al 1882 molti membri della High Church vennero perseguitati e incarcerati per le loro pratiche liturgiche, a causa della regina Vittoria la quale era strettamente protestante. J.A. Douglas, il traduttore del vescovo Crisostomo, in una nota di quattro pagine nel suo libro sugli Ordini Anglicani, parla favorevolmente di Overbeck e del suo progetto, ma non dà la colpa al clero greco, quanto a quello russo: semplice inerzia.

Il dottor Julian Overbeck morì il 3 novembre 1905, senza che la sua scomparsa fosse pubblicata. Un piccolo articolo del The London Daily News ne parlò come di un fine linguista, che conosceva due dozzine di lingue e parlava fluentemente quattordici di esse. Il 7 novembre furono celebrati i funerali e fu inumato nel cimitero dell'ambasciata russa di Londra.


[1] Papadopoulos, Validity of Anglican Ordinations, p. 34n.

[2] The Church Weekly, I (1870), 158, 163.

[3] S.G. Hatherly (trans.), The Office for the Lord’s Day (London, [1880]), pp. vii-viii.

[4] Florovsky, “Orthodox Ecumenism,” Ibid.

[5] nella prefazione del suo libro F.G. Lee (ed.), Essays on the Re-union of Christendom (London, 1867)

[6] Henry R.T. Brandreth, Dr. Lee of Lambeth: A Chapter in Parenthesis in the History of the Oxford Movement (London, 1951), pp. 119-20.

Il dott. Overbeck e il Fanar (Latinità Ortodossa)

traduzione da: Overbeck's Scheme, DAVID F. ABRAMTSOV A.B., University of Pittsburgh, 1959 Submitted to the Graduate Faculty in the Division of the Social Sciences in partial fulfillment of the Requirements for the degree of Master of Arts - University of Pittsburgh 1961

In foto: il patriarca Gioacchino III di Costantinopoli

Dal momento che le speranze di Overbeck sui vetero-cattolici erano miseramente fallite, si rivolse nuovamente alle autorità ortodosse. Dal momento che la Chiesa Russa gli era favorevole, sperava di ottenere l'appoggio di Costantinopoli, ma una serie di circostanze storiche ne impedirono lo sviluppo. Infatti, i patriarchi di Costantinopoli, che in questo periodo cambiavano spesso, erano preoccupati per l'autocefalia romena autoproclamata nel 1864, con uno scisma che si sarebbe protratto fino al 1885, ed erano occupati anche con la Bulgaria nel noto Scisma bulgaro (1870-72) e, una volta concluso quello, iniziò la guerra Turco-Russa (1877-78). In questo clima di violenza metafisica e temporale, Overbeck scrisse ai patriarchi d'Oriente dicendo << di resuscitare la Chiesa Ortodossa Occidentale e i suoi riti[1] >> scrivendo anche che non voleva creare alcuna conventicola separata, ma al primo stadio riunirsi a celebrare nella parrocchia greca o russa. Tuttavia, attese pazientemente otto anni, e molti dei suoi sostenitori, spazientiti, ritornarono agli Anglicani o si unirono alla Chiesa Cattolica Romana. Un'altra volta, egli scrisse che un piccolo gruppo di coraggiosi era rimasto ancorato alla speranza di una chiesa ortodossa occidentale, e speravano nella comprensione delle autorità ortodosse << le quali dovevano mostrare comprensione contro gli intrighi satanici[2]. >> Overbeck sicuramente, per intrighi satanici, intendeva le petizioni degli Anglicani contro la sua attività di proselitismo, le quali fecero breccia nel Patriarcato Ecumenico, tanto da ottenere una ufficiale proclama contro l'attività di conversione. Overbeck mantenne tuttavia una certa azione intellettuale parlando di "dialogo interreligioso" e si preoccupò della forma che prendeva la Chiesa di Costantinopoli nei riguardi del suo rapporto col mondo: fu invece molto grato alla Chiesa Russa la quale, secondo sempre il suo articolo, aveva impedito alla Chiesa Ortodossa di diventare un Giudaismo cristiano, tramite la sua attività missionaria. Nel 1876 Overbeck aveva scritto un'altra lettera, lamentandosi a nome dei figli degli immigrati, i quali si sentivano lontani dalla liturgia a causa della lingua, ma dopo tre anni di attesa, decise di andare personalmente a Costantinopoli. Nel 1879 dunque il dottore si recò nella capitale dell'Impero turco, e incontrò il patriarca Gioacchino III, il quale lo ricevette "come un padre" e gli diede ospitalità, accettando il suo progetto e autorizzandolo a parlare di ortodossia occidentale[3]. Una traduzione della liturgia greca in inglese fu prodotta da S.G. Hatherly nel 1865, e nella cappella dell'Ambasciata russa a Londra vi erano molti inglesi convertiti, ma dalla morte del padre E. I. Popov (+1875) la liturgia in lingua inglese fu celebrata molto raramente: il suo successore non si curava molto della salute spirituale dei suoi parrocchiani. Ritornato da Costantinopoli, Overbeck aprì un oratorio privato nel quale predicava nei pomeriggi, e dopo qualche tempo produsse due volumi di Lettere agli Ortodossi d'Occidente[4]. Una commissione fu composta a Costantinopoli per vagliare il progetto di Overbeck, e nel 1882 diedero esito positivo, sebbene non fu mai messo in atto. Anche la Chiesa Russa, nel 1884, valutò l'idea positivamente, senza mai metterla in pratica, e abbandonandola subito nei fatti. Overbeck nel 1885 ancora scriveva che "presto la Chiesa Ortodossa d'Occidente sarà un fatto.[5]" Da quell'anno in poi Overbeck iniziò l'attività di catechista per bambini e giovani, combattendo il formalismo dilagante nell'Ortodossia del suo tempo.



[1] OCR, V, No. 4 (October- December, 1876), 276-288

[2] "On Religious Toleration: Conversion versus Proselytism” OCR, X (1883), 1-36.

[3] The True Old English Church, p. 14.

[4] Addresses to the Western Orthodox, Londra 1881.

[5] Papadopoulos, Validity of Anglican Ordinations, p. 35n; OCR, XI (Part I, 1885), 58.

martedì 12 luglio 2016

Diventare monaci: i "requisiti" canonici

La chiamata a vivere nel Monastero è una scelta di vita che non conosce "ritorni indietro" e cambia completamente la vita del cristiano. Ma quali sono, se ci sono, i "requisiti" per essere monaco? Nel Concilio Quinsesto vennero adottati alcuni canoni, specificatamente i canoni XL, XLI, XLII, XLIII per gestire l'impulso monastico. In questi canoni viene espresso quanto segue. 


<< San Benedetto da Norcia benedice i suoi monaci >> , affresco del XVI secolo, Abbazia di Monte Uliveto Maggiore (Toscana)

Il Canone Quarantesimo del Concilio di Trullo (692 d.C.) dice che quanti svolgono la promessa di vivere secondo le regole monastiche siano testati dieci anni - ossia, siano professi per dieci anni prima di prendere i voti completi, a meno che il vescovo ordinario del luogo non dica diversamente. Impone poi alle ragazze di avere almeno diciassette anni prima di entrare nel rango delle Vergini consacrate, e si collega al Canone Sesto del Sinodo di Cartagine, il quale dice che le Vergini vanno consacrate solo dai vescovi, e solo se questi ultimi delegano un presbitero, siano fatte dal prete. 

Il Canone Quarantunesimo di Trullo dice invece che quanti vogliono dedicarsi alla vita monastica vivano nel monastero, in stato di prova e obbedienza, per tre anni, a meno che l'abate non scelga diversamente. 

Il Canone Quarantaduesimo invece impone agli eremiti << che vestono di nero e si fanno crescere i capelli >> di vivere nei pressi di un monastero e di tonsurarsi, affinché non si confondano con le persone comuni, o vivano nel profondo deserto, in modo da non essere comunque in mezzo a centri abitati. 

Il Canone Quarantatreesimo dice che ai cristiani è permesso di abbracciare la vita monastica se questi non hanno colpe legali e sono in pace con tutti. 

Si deduce, dunque, che i requisiti per la vita consacrata nello stato monastico sono la povertà di spirito e la volontà di vivere in comunità, di essere consapevoli della scelta e abbracciarla in totale volontà, senza alcun risentimento: per la formazione spirituale avanzata, come quella teologica o dogmatica, è il Monastero stesso a formare coloro che vi vivono dentro. L'essenziale della vita monacale infatti non è cercare la vana sapienza del mondo, ma piuttosto di vivere nella grazia di Dio che si ottiene con preghiera, digiuno ed esercizio delle virtù.

Al giorno d'oggi, gli unici due requisiti sono la maggiore età ( 18 anni in Italia ) e la completa volontà dell'atto di affido al Monastero. 

sabato 9 luglio 2016

Una riflessione sugli Ordini minori Latini

Nel mondo ortodosso odierno, gli Ordini Minori sono solamente il Lettorato e il Suddiaconato, mentre nell'universo latino erano di più. Mi accingo adesso ad analizzare gli Ordini Minori dell'Occidente, giacché ho notato una particolarità nel Pontificale Romano, ossia il fatto che l'Esorcistato (la capacità di effettuare esorcismi) viene considerato un Ordine Minore e non un carisma sacerdotale. 


Da Orthodoxwiki, gli Ordini Minori latini dell'VIII secolo.

<< De Clerico faciendo >>: al laico prima di qualsiasi ordinazione si effettuava la tonsura clericale. Dopo l'ordinazione a chierico, era ammesso l'ingresso nel presbiterio e l'ordinato era tenuto ad indossare l'abito talare. 

Ostiario: l'Ostiario era colui che apriva e chiudeva la chiesa, svolgeva le funzioni di sagrestano, portinaio, suonava le campane e teneva il decoro del luogo di culto. 

Lettore: il medesimo ruolo del Lettore bizantino. 

Esorcista: l'Esorcista recitava le preghiere sui catecumeni e sui battezzandi, e spesso anche su quelli che vengono chiamati "energumeni" ossia sugli indemoniati. Dal secondo millennio in poi, cioè dopo lo Scisma, gradualmente questo ruolo perse d'attività e l'esorcistato passò de facto ai sacerdoti rivestiti di quel carisma dal Vescovo. Si può dire che nel XVI secolo, all'epoca di Trento, l'Esorcistato era un ruolo puramente formale assimilato all'accolitato, anche se rimase nel Pontificale Romano riformato la consacrazione a quest'ordine. 

Accolito: L'Accolito, che in Oriente non ha una ordinazione, è colui che serve l'altare ed è considerato il più alto degli Ordini Minori. 

Suddiacono: l'equivalente del suddiacono bizantino, ha lo stesso ruolo maggiorato dal fatto che l'Offertorio veniva condotto dal suddiacono. Fino al XI secolo il Suddiaconato è considerato un Ordine Minore, dal XII secolo in poi un'Ordine Maggiore ( e col conseguente celibato obbligatorio). 

Ora, sembra strano che l'accolito ( il servente ) sia più importante dell'esorcista, giacché l'ordinazione a esorcista precede quella all'accolitato. Tuttavia, c'è da considerare a mio avviso tre cose. Innanzi tutto, a differenza che nella concezione greca, nella latinità gli ordini sono "cumulativi", cioè il grado più alto contiene i carismi dei gradi che ha ottenuto in precedenza. Al contrario in Oriente, un suddiacono che diventa diacono "perde" il suo suddiaconato, mentre per i Latini questo non avviene, ma c'è una sorta di fioritura del carisma secondo la quale ad esempio, il suddiacono "evolve" in diacono, conservando le caratteristiche di suddiacono, ma "riempiendosi" di diaconato. 

La seconda cosa di cui tener conto è che nei primi secoli della Cristianità, i battezzandi e i catecumeni erano la maggior parte della popolazione: il Catecumenato durava 3 anni ed era una condizione spirituale ben definita, con le sue preghiere specifiche, i suoi ruoli comunitari e i suoi stadi interni (avvicinati, uditori, illuminati), e per questo il ruolo di Esorcista era molto più praticato che non adesso: il sacerdote "non perdeva tempo" (in senso buono) e dato che c'era l'abitudine dei battesimi di massa, con decine di persone nello stesso battesimale, la prima parte del Battesimo veniva officiata da un Esorcista. mentre il sacerdote benediceva l'acqua, il sale, l'olio e battezzava quelli che erano già stati esorcizzati. 

In terzo luogo, l'Accolito è il primo ruolo clericale ufficialmente abilitato a toccare l'altare e i vasi sacri (calice e patena), atto che nel rituale bizantino NON può fare. Idealmente, quindi, una persona abilitata a toccare oggetti che conterranno il Corpo e il Sangue di Cristo è sicuramente << più importante >> di un'altra. Noto dunque una sorta di divisione fra l'atto spirituale e l'atto reale, se così vogliamo chiamarli: l'atto spirituale di esorcizzare (o pregare sui catecumeni) e l'atto reale di poter toccare l'altare, il Santo dei Santi, il luogo più alto della Chiesa spirituale, il trono di Dio.  L'atto spirituale e l'atto reale si uniscono nella figura del Suddiacono il quale, conducendo l'Offertorio ( e spesso ricoprendo anche il ruolo di Lettore) somma l'esperienza del clero minore in un'unica figura. 

martedì 5 luglio 2016

Il pericolo del Settarismo

Nelle comunità ortodosse, in special modo nella Diaspora, è frequente incontrare realtà << anormali >> nelle quali i ritmi spirituali e sociali non sono esattamente ideali. Tuttavia, è ben diversa l'impossibilità di offrire una chiesa completa per mancanza oggettiva di risorse, e un'altra è la creazione di comunità settarie, anomale. In queste comunità, lontane dalla Chiesa reale, i fedeli corrono il pericolo di perdersi spiritualmente. 

Come si riconosce dunque una chiesa settaria?
Alcune di questi elementi si vedono piuttosto facilmente, altri sono nascosti e ci vuole molto tempo per individuarli.


Il Leader e l'obbedienza cieca. Il Leader carismatico, che può essere un prete o un laico, è investito del potere supremo di vita, morte e resurrezione dei membri della setta. I parrocchiani lo vedono come un dio in terra e hanno un concetto distorto di obbedienza nei suoi riguardi, che si tramuta in adulazione spregiudicata e in cieco adempimento dei comandi del Leader. Nessuno, nelle comunità settarie, si domanda se ciò che il Leader proclama sia giusto o sbagliato, perché è giusto per antonomasia: la coscienza privata viene offuscata dalla coscienza detta collettiva, che in realtà è la volontà del leader. 

La mancanza totale di privacy. I fedeli di una setta conoscono per filo e per segno le vicissitudini di TUTTI i loro vicini di banco, possiedono le chiavi di casa gli uni degli altri, e in genere il contatto coi parrocchiani non avviene per feeling o perché ci si conosce in precedenza, ma solo perché siamo parte della stessa realtà e quindi è doveroso instaurare un circuito. Il Leader inoltre spesso gioca al divide et impera fra i parrocchiani, in modo da mantenere gli equilibri che lui desidera. 

Gli orari assurdi. Il Leader organizza incontri ad orari poco consoni, obbligando i parrocchiani a partecipare. 

I ritmi della vita privata (anche di coppia) iniziano a dipendere dal Leader.Telefonate a tutte le ore, invasioni di domicilio da parte di parrocchiani o del leader viste come "visite" pastorali, e così via, sono sintomi di settarismo. La Setta è ovunque e condiziona la vita in ogni suo aspetto più intimo. Spesso sono i Leader o le leggi della setta a condizionare perfino il sesso di coppia o l'esistenza delle coppie stesse. 

Il giudizio della Setta. Il giudizio comunitario diventa importantissimo. Coloro che dubitano della comunità o alzano la voce per contestare vengono fermati non dal Leader, ma dalla comunità stessa, in modo tale che il penitente si senta totalmente impossibilitato a difendersi e reagire, vedendo che sono i suoi pari a muoversi contro di lui. Misure simil-giudiziarie come processi in cerchio, ostracismi e perfino violenze psichiche e fisiche sono la norma.



Questo è solo un breve prospetto per iniziare a capire se viviamo in una setta o solo in una comunità religiosa incasinata: nel secondo caso siete fortunati, col tempo si rimetterà a posto. 

La Religione del Trono di Spade

Game of Thrones, conosciuto come Il Trono di Spade, è un adattamento cinematografico della saga fantasy Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco, scritta da George R.R. Martin e divenuto adesso uno dei cult, forse la serie tv più guardata di sempre. Mi sono domandato, e come me molti altri, l'apporto della Religione di Game of Thrones nell'universo del libro e perché no l'influsso che questo esercita sulle masse. 

Lo scrittore, George R.R. Martin, ancora in vita e prolifico ( aspettiamo tutti il compimento della Saga ), è un americano classico il cui genere rispecchia il così detto << fantasy realistico >> ossia non ideale e idealizzato, ma un "medioevo" oscuro e violento, fatto di morte, sesso e sangue. 

Irrealismo del contesto socio-spirituale

In questo clima "realistico" ci sono molte religioni, la cosa sconcertante (per un medievalista come il sottoscritto) è che queste religioni NON sono in concorrenza né in guerra fra loro: ne risulta immediatamente un medioevo posticcio e finto. In un "medioevo realistico" il principio di universalismo della fede sarebbe unito al principio di individualità della religione. In altre parole, la mia religione è l'unica vera e la tua è sbagliata quindi andrai all'inferno: un semplice fatto di coerenza, virtù che gli uomini medievali avevano ben piantata nel loro realismo spirituale. Questo semplice leitmotiv filosofico è del tutto assente, e i fedeli delle varie religioni non si fanno problemi nel vivere a stretto contatto con individui di altre fedi, cosa che in un medioevo reale avrebbe generato ghetti o almeno città "di parte". Un episodio che mi ha particolarmente scioccato è l'ultimo della Sesta Serie, quando la regina Cersei fa saltare in aria il Tempio di Baelor, praticamente paragonabile alla San Pietro di noialtri, e NESSUNO si disturba a dirle niente. Un uomo medievale ( o antico, o tradizionale, o appartenente al mondo tradizionale) avrebbe armato un esercito e scotennato la regina empia... qui nessuno si fa problemi se una regina dicesi credente fa saltare in aria la tua Cupola della Roccia. 
Quali sono però le principali religioni di questo universo fantastico (e tremendamente moderno)?

Le religioni principali

Il Credo dei Sette. Noto anche come "Il Credo", è la religione di Stato e quella più conosciuta dal lettore/spettatore: è tuttavia una religione di Stato ( limitata a Westeros, il continente Occidentale) che non si impone, ma rimane piuttosto moscia fino all'arrivo dell'Alto Passero (corrispondente del Papa occidentale) il riformatore. Esteriormente presenta questi Sette Dèi (Il Padre, La Madre, il Guerriero, Lo Sconosciuto, Il Fabbro, La Fanciulla e la Vecchia) i quali tuttavia sembrano essere piuttosto ipostasi di un'unica realtà (una sorta di cristianesimo polimorfo). I rituali - per quel poco che se ne parla - sembrano mutuati dall'anglicanesimo, come si nota ad esempio la disposizione del catafalco per il funerale di Joffrey. Il clero è in stile cristiano, gerarchico, con la presenza di monaci e suore. Le virtù cristiane (ovviamente presentate come fanatiche) sono perlopiù incardinate in questo Credo. Il Credo è figurativamente la << religione occidentale >> quindi per eccellenza fanatica e cattiva, dotata di una propria milizia (i Passeri, ossia i "frati poveri" armati) e di un vero e proprio corpo militare su modello cavalleresco medievale, i Guardiani della Notte, i quali se pur esistono da prima dell'arrivo dei Sette, sono comunque sottomessi spiritualmente al Credo. 


L'interno del tempio di Baelor con le statue dei Sette dèi

Il Dio Abissale. Venerato solamente nelle isole di Ferro, è un culto monoteistico incentrato sul mare e sul battesimo ( un po' tipo TdG ) per prolungata immersione. Non è assolutamente rilevante. 

Il Dio della Luce, o R'hollor. Il Signore della Luce, com'è solitamente chiamato, è l'altra faccia del Cristianesimo. Culto nato e cresciuto nel continente orientale (Essos) presso gli schiavi e i poveri di Mirin e Volantis, i sacerdoti di R'hollor, vestiti con tuniche rosse, hanno spesso poteri di veggenza, lettura delle anime e premonizioni, cosa che li rende particolarmente utili per i potenti del mondo (Varys stesso ne ha fatto conoscenza). sono i seguaci di un dio inconoscibile, anch'esso "unico", figurato nel fuoco  e nella luce, eternamente contro l'Altro (ossia il male) del quale i credenti di altre fedi sono i seguaci inconsapevoli. Forse è il dio meno "accondiscendente" di GoT, quello più biblico e geloso. Il suo simbolo è una sorta di sacro cuore infuocato e coronato di spine, cosa che ha fatto sparlare a lungo di "cattolicità" di R'hollor. 

Gli Antichi Dèi. Un non specificato culto di antiche divinità prima che, seimila anni dalla guerra dei Cinque Re, il Credo diventasse preponderante. Culto della natura e delle forze arcane, collegato al Corvo dai Tre Occhi, un autentico paganesimo in vecchia salsa, sembra la religione favorita da Martin. 

Oltre a queste religioni, abbiamo fatto conoscenza della Dea Madre dei Dodraki e abbiamo potuto vedere una piramide sulla cui sommità una sorta di divinità indù palesemente somigliante a Shiva guardava la città di Mirin, della quale neppure sappiamo il nome. 

Presenza del divino nel Trono di Spade

E' evidente l'ateismo dell'autore. giacché nessuno di questi dèi è realmente attivo e quindi esistente, dal momento che l'esistenza presuppone l'azione di una Forza. Ben diverso è ad esempio il sistema di Guerre Stellari, dove, seppur mascherato, è presente un dio e un Destino (la Forza stessa, in un certo qual modo). In GoT, piuttosto, assistiamo piuttosto al culto della Morte e alla sua presenza assidua, la quale diventa una compagnia alla quale ci siamo assuefatti e anzi aspettiamo la morte di un dato personaggio. Nel Trono di Spade notiamo una fitta presenza di maledizioni, invocazioni demoniache, di magie e stregonerie più o meno funzionanti, ma mai un'autentico intervento divino. Si deduce che Martin ha una concezione del mondo spirituale non tanto come ente morale ( generato invero dalle consuetudini umane, tipicamente illuministico) e nemmeno come sfogo privato o collettivo, e nemmeno come un Dio nel senso tradizionale del termine, ma piuttosto come mondo metafisico le cui energie possono essere manipolate. Un "divino" utile e utensile, insomma. Proprio il dio distorto dei contemporanei nostri. 

domenica 3 luglio 2016

Il Muezzin è tornato in Aghia Sophia (news)

Secondo quanto riportato da questo articolo di Pravmir, il governo turco avrebbe permesso dal mese scorso ai musulmani di condurre le preghiere per il mese di Ramadan all'interno della Cattedrale della Divina Sapienza, oggidì museo (idealmente). Al tempo della caduta di Costantinopoli nel 1453, il sultano Maometto II il conquistatore prese possesso dell'edificio costruito nel VI secolo dall'imperatore Giustiniano e lo rese una moschea imperiale a quattro minareti. Nel 1935 i riformatori turchi laici la fecero diventare un museo. 


Pare che il coordinatore degli Affari Esteri del partito greco Nuova Democrazia, Dora Bakoyannis, si sia alterata definendo il gesto << una provocazione inaudita e incomprensibile >>. 

sabato 2 luglio 2016

Vita e opere di san Giovanni Maximovic

La risorsa principale è wikipedia in lingua inglese

SAN GIOVANNI DI PARIGI, TAUMATURGO E RIFORMATORE DELL'OCCIDENTE 
2/07



San Giovanni Maximovic, ( in russo: Иоанн Шанхайский и Сан Францисский 1896–1966) è uno dei santi di sangue ucraino più famosi e apprezzati del mondo contemporaneo. San Giovanni possedeva molti carismi, quali la lettura delle anime, la profezia, la chiaroveggenza e la taumaturgia. Nato nel villaggio di Adamovka da genitori di piccola nobiltà, motivo per il quale dal 1907 al 1914 studiò all'accademia militare di Poldava. Nel 1918 ottenne il diploma alla scuola imperiale di Kharkhov e nel 1925 la laurea in teologia a Belgrado. Nel 1926 si fece monaco e fu fatto diacono immediatamente dal vescovo Antonij Khrapovitskij, e fu fatto sacerdote l'anno seguente dal vescovo Gavril di Chelyabinsk. Nel 1929 fu fatto professore a Bitola dove incontrò san Nikolaj Velimirovic, che era anch'egli professore in quella università; e nel 1935 fu ordinato vescovo. Visto il suo zelo, fu deciso di mandarlo in Cina affinché evangelizzasse quel popolo. San Giovanni trovò in Cina una cattedrale incompleta e un popolo diviso: con la sua carità e la creazione di un centro assistenziale sistemò un po' la situazione personale dei molti indigenti di Shangai. Quando la Chiesa Russa divenne filo-comunista con il patriarca Sergio, Giovanni scelse di unirsi alla ROCOR piuttosto che continuare nel seno della Chiesa di Stato, e fuggì coi suoi parrocchiani in America, dal momento che anche in Cina i comunisti avevano preso piede.


Nel 1951 fu posto come vescovo dell'Europa Occidentale, e si deve a lui l'ordinazione di Jean Kovalevskij come vescovo per la Chiesa Ortodossa di Francia, la prima Chiesa Ortodossa di rito occidentale canonica. Fu molto amato dai parigini per le sue doti carismatiche e convertì molti francesi, finché non fu spostato nel 1962 a San Francisco, in California, nella quale città egli completò anche là la Cattedrale della Santa Vergine e fondò una solida comunità parrocchiale, finché la malattia non prese il sopravvento e lo costrinse a ritirarsi.
In foto: il vescovo Jean Kovalevskij e san Giovanni dopo l'ordinazione

San Giovanni Maximovic è rimasto noto anche, oltre che per i suoi numerosi miracoli, anche per la sua fervente attività di recupero dell'Ortodossia latina e lo studio dei santi del primo millennio. 


San Giovanni amava molto san Giovanni di Kronstadt, e si mosse attivamente per la sua canonizzazione. Il 2 luglio 1966 san Giovanni di Shangai, come veniva chiamato, morì a Seattle, città che stava visitando, e fu ricondotto alla Cattedrale della Vergine a san Francisco, nella quale chiesa ancora oggi riposa e viene venerato con passione. Una candela arde incessantemente dinnanzi al sepolcro e i suoi abiti episcopali vengono usati per benedire le persone. Il corpo, incorrotto, è stato parzialmente diviso in reliquie che si trovano in molti paesi del mondo. Nel 1994 san Giovanni fu innalzato all'onore degli altari.
San Giovanni prega per noi!

venerdì 1 luglio 2016

I vescovi sposati e la Chiesa Ortodossa - una indagine canonica

L'articolo della pagina web della chiesa di santa Maria (Patriarcato greco-ortodosso d'Antiochia in America) solleva una polemica interessante sul fenomeno del clero sposato e in particolare del vescovato, studiando come da una effettiva presenza attiva di vescovi sposati nella Chiesa Primitiva, siamo giunti alla loro negazione. L'articolo che segue, così come le riflessioni su di esso, non vogliono essere offensive né anticanoniche, ma sono solamente uno studio sui sinodi e i proclami canonici sulla materia come risultato meramente storico.

PRIMI SECOLI DELL'ERA CRISTIANA

E' un dato di fatto che gli Apostoli erano uomini sposati. In particolare, conosciamo la suocera di Pietro ( Mt 8:14-17 e Lc 4:38) e il nome di una delle figlie, Santa Petronilla martire, la cui testa riposa ad Albano Laziale (1). San Paolo ci informa che, a parte lui e Barnaba, gli altri hanno tutti moglie (ICorinzi 9:1-7) ma questo non dev'essere motivo né di vanto né di pregiudizio.

Sempre il beatissimo apostolo Paolo, nella lettera a Timoteo (ITimoteo 3:1-4) ci informa che chi vuole essere vescovo ha una aspirazione legittima, e dev'essere sposato con una sola donna.

Scritturalmente dunque non vi sono impedimenti alla pratica dell'episcopato uxorato, il quale fu praticato durante i primi secoli del Cristianesimo, fino al V secolo. Pare che san Gregorio il Vecchio di Nazianzio, il cappadoce, si convertì per mezzo di sua moglie Nonna (2). San Gregorio di Nissa si sarebbe sposato con una certa Teosobeia. San Giovanni Crisostomo, che pure era monaco, scrisse nelle Omelie su Timoteo il comportamento da tenersi per i vescovi sposati. San Ambrogio di Milano, nella sua Epistola LXIII, così come Origene nel Commentario al Vangelo di Matteo (libro XIV), si interrogano sul vescovato uxorato.

Il Canone V dei Canoni Apostolici proibisce a vescovi, sacerdoti, diaconi e clero di ripudiare la moglie col pretesto della religione.

IL VESCOVO SPOSATO NEL MEDIOEVO

Questo Canone presto fu abbandonato e in Oriente la prassi dei vescovi celibi fu piuttosto rapida nell'imporsi, mentre in Occidente abbiamo vescovi sposati tranquillamente fino al XI secolo (Guido di Velate, metropolita di Milano) e papi sposati legittimamente (Adriano II ) fino al IX secolo. Il Canone XII del Sinodo di Trullo, invece, testimonia come << in Libia e in Africa >> i vescovi continuassero a giacere con le proprie mogli dopo l'elezione al vescovato, << generando scandalo nel popolo. >> Evidentemente, poiché il Concilio di Trullo è del VIII secolo, in quel periodo il popolo si era già abituato ad una gerarchia celibe e denigrava i propri superiori regolarmente sposati, in evidente contrasto, tra l'altro, col Canone Apostolico. Il Canone XLVII di Trullo prevede per i chierici sposati che diventano vescovi:
<< Le mogli di coloro che sono chiamati al vescovato divorzino di mutuo accordo col proprio marito, e raggiungano un monastero per vivere in solitudine.>>

Nel mondo Latino, col sinodo di Reims del 1049 fu attaccato il sacerdozio uxorato, e durante il pontificato di Innocenzo III  fu dato il colpo di grazia all'esperienza del clero sposato, con l'obbligo canonico di ordinare solo uomini celibi a qualsiasi grado dell'Ordine Sacro. Nel mondo Ortodosso il clero monastico ( detto anche "nero") ebbe il sopravvento su quello sposato, prendendo così piede l'usanza del vescovato celibe come preponderante fino a diventare la prassi.

L'ORTODOSSIA CONTEMPORANEA

Nel 1991 in America un vescovo greco di nome Iakopos del Patriarcato Ecumenico tenne una riunione a New Orleans per proporre al patriarca ecumenico << il ritorno all'antica usanza dell'episcopato uxorato >>. La petizione non fu accolta. Attualmente, la Chiesa Ortodossa riconosce e vive tre modelli di episcopato.

L'Episcopato monastico: il più diffuso ai giorni nostri. Il vescovo è scelto fra i celibi che hanno abbracciato la tradizione monastica.

L'Episcopato uxorato ma "bianco": il vescovo è sposato ma non consuma rapporti coniugali, vivendo quindi nella continenza. Alcune tradizioni (come quella Copta) riconoscono alcuni vescovi con questo ruolo, ma sono una presenza minoritaria nel pleroma della Chiesa.

L'Episcopato uxorato con un matrimonio "praticato": questa è la posizione più osteggiata e meno diffusa oggigiorno. Il vescovo vive pienamente la condizione matrimoniale e quella episcopale. Non mi viene in mente alcun soggetto vivente che abbia questa condizione.

L'Ortodossia difende l'episcopato monastico per alcune ragioni, prima fra tutte il ritenere i monaci spiritualmente più elevati degli sposati ( a mio avviso errando, ma tant'è) e frenare il nepotismo.

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Note:
1) Santa Petronilla (festa 31 maggio), martire e figlia di san Pietro Apostolo, è menzionata nella Passione dei Santi Achille e Nereo, del VI secolo. Nel 757 il papa Paolo I fece trasporre il sarcofago con le sue reliquie in Vaticano, ove ancora riposa. La Santa venne venerata particolarmente nella città di Siena, e la sua testa intatta fu protagonista della guarigione dalla febbre di Lucrezia Borgia, figlia legittimata del famoso Papa Alessandro VI: pare che la ragazza, in punto di morte, fu assistita da un sacerdote per l'estrema unzione, alla quale fece anche portare la testa di Petronilla da venerare. Dopo aver baciato la reliquia, Lucrezia sarebbe guarita: a cagione di questo, viene invocata in Italia contro le febbri.

2) Prologomena, pag. 182, sezione 1. 

La Divinità di Cristo secondo le Scritture

Il servo di Dio Giustino Ottazzi ci presenta un altro saggio, questa volta incentrato sulla persona di Cristo e sul mistero trinitario, a colpi di citazioni bibliche e Padri della Chiesa.

A causa della massiva propaganda antitrinitaria da parte di gruppi eretici come i Testimoni di Geova, sorgono dubbi a molti fedeli. Questo breve scritto rappresenta un piccolo contributo nel dipanare le perplessità, offrendo la corretta interpretazione delle questioni bibliche sollevate dai gruppi antitrinitari, e citando le opinioni di alcuni padri del I e II secolo.

Un passo molto controverso si trova nella lettera ai Colossesi di S. Paolo.
Col 1:15 << Egli è l'immagine del Dio invisibile, primogenito di tutta la creazione >>.
Cristo viene detto il primogenito della creazione come principio, poichè con la Parola, Dio, creò tutte le cose. La seconda persona, come Figlio, è dall'eternità immanente nel Padre, ma come Verbo proferito è generato al principio del tempo, ossia al principio della creazione, così può dirsi realmente primogenito della creazione.
Così si esprime l'apologista S. Teofilo di Antiochia (II secolo):
Teofilo, Ad Autolico II 13 << Avendo dunque Dio il Verbo suo insito nelle proprie viscere, lo
generò traendolo fuori prima dell’universo. Questo stesso Verbo ebbe ministro in ciò che fu da Lui creato; e per mezzo suo creò tutte le cose. Esso è detto principio perché precede e domina tutte le cose, che furono da Lui create >>.
Ad Autolico II 30 << Il Verbo di Dio (...) è dall'eternità immanente nel cuore del Padre. Quando Iddio volle creare quello che aveva stabilito, generò questo Verbo emettendolo fuori, primogenito di tutta la creazione; né perciò Dio fu privato del Verbo, ma avendolo generato, era sempre unito col Verbo suo >>. Egli è appunto il primogenito della creazione in quanto Parola creatrice emessa dal Padre.
Consideriamo d'altronde, poichè Dio è eterno, che anche il suo atto creativo debba risiedere nell'eternità, dove ha principio quel tempo che nella propria immanenza risulta limitato. L'atto, infatti, è il principio, ovvero l'intenzione di Dio trascendente il tempo. Il tempo (e tutte le cose) è invece il risultato dell'atto creativo ed ha nella propria immanenza il suo inizio e nella trascendenza il suo principio, dunque nel tempo l'inizio e nell'eternità il principio.
Vediamo come questo è riscontrabile nelle Scritture. Dio viene detto l'Alfa e l'Omega (Ap. 1,8) e Gesù il primo e l'ultimo (Ap. 1,17). Primo e ultimo sono intesi nell'eternità (a meno di non pensare che Cristo avrà fine o che Dio non esista da sempre... ma è teologicamente assurdo). Ancora di Gesù vien detto:
<< In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e Dio era il Verbo >>.
Dunque, vien detto che Dio è "l'Alfa", ossia il principio evidentemente eterno, e a Cristo vien dato un attributo di pari significato: "il primo". Eppure un termine analogo è utilizzato per descrivere l'atto della creazione.
<< In principio Dio creò il cielo e la terra >>.
Mantenendo il medesimo significato, in questo passo non si può intendere il "principio" come semplice inizio temporale, bensì come principio eterno dell'atto creativo nel quale Cristo è il Verbo proferito dal Padre e da cui tutte le cose presero esistenza.
Nel principio, nell'Eternità, è Dio, e nel principio è il Verbo, e in quel medesimo principio eterno in cui Egli è emanato dal Padre tutte le cose presero esistenza. Cristo trascende la creazione: Egli è Dio, generato dal Padre e a Lui coessenziale, esistente nell'eternità; la creazione invece non ha l'essenza divina, e nella sua immanenza temporale ha un' inizio prima del quale non fu.
Il tempo, infatti, si pone in essere nell'istante della Creazione, in precedenza a quell'istante non vi è tempo e non si può scorgere dunque nessun altro istante precedente.
E' nel tempo quindi che va ricercato un preciso istante, non nel principio dell'atto creativo, principio nel quale il Verbo è generato nell'eternità.
Giustino Martire (100-168), Apologia II 6,3 <> Dunque, generato al principio della creazione, eppure – trascendendo la creazione – coesistente, eterno. Giustino fa ancora intendere nel suo "Dialogo" la generazione eterna del Figlio.
Giustino, Dialogo con Trifone 61,3 << Me ne darà testimonianza il Verbo della Sapienza, poichè è Lui questo Dio generato dal padre di tutte le cose, è Lui che è Verbo, Sapienza, Potenza, Gloria di colui che l'ha generato. Lui ha detto per mezzo di Salomone queste parole: Se vi annuncio ciò che accade di giorno in giorno, ricorderò di enumerare anche le cose dell'eternità. Il Signore mi ha fatto come principio delle sue vie per le sue opere. Prima dei secoli mi ha fondato in principio (N.d.A prima del tempo, nell'eternità)... >>.
Oltretutto, Cristo entrò a far parte della creazione attraverso l'incarnazione. In relazione al Cristo come uomo, dunque, il termine primogenito assume anche il significato di primato onorifico nella creazione. "Primogenito della creazione" non è un'espressione da intendersi in senso letterale, la primigenitura è soprattutto un titolo; ricordiamoci a tal proposito come Giacobbe ottenne la primogenitura che, secondo natura, sarebbe spettata ad Esaù.
Teofilo di Antiochia, Ad Autolico << Egli è detto principio in quanto Principe e Signore di tutte le cose che per mezzo suo sono state create >>.
Ricapitolando il significato del passo Paolino, Cristo è il "primogenito delle creature" poichè è il Signore della Creazione, primogenito come principio, infatti da Lui, Verbo di Dio, presero ad esistere tutte le cose.

La Scrittura, in alcuni passi, sembrerebbe affermare l'inferiorità del Figlio. Cercherò di fare chiarezza in merito.
Gv. 14, 28 <<... Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre, perchè il Padre è più grande di me>>.
Mt. 24, 36 << Quanto a quel giorno e a quell'ora, nessuno lo sa, nè gli angeli del cielo nè il Figlio, ma solo il Padre.
La seconda citazione è presto spiegata. Cristo svuotò sé stesso per abbracciare pienamente la natura umana, come affermato da S. Paolo.
Fil. 2, 6-8 << Egli, essendo per natura Dio, non stimò un bene irrinunciabile l'essere uguale a Dio, ma svuotò sé stesso prendendo natura di servo, diventando simile agli uomini; e apparso in forma umana si umiliò facendosi obbediente fino alla morte e alla morte in croce >>.
I primi cristiani utilizzavano un linguaggio molto semplice e spesso poco preciso, Nesi secoli la speculazione teologica e l'acquisizione della terminologia greca ha portato a vocaboli e definizioni sempre più precisi. I primi cristiani utilizzavano spesso espressioni che potevano far pensare ad una differenza di natura tra il Padre e il Figlio, senza che questo portasse loro a dibutare minimamente della divinità di Cristo e della sua uguaglianza col Padre.
S. Giustino è emblematico a riguardo, nello stesso scritto afferma dapprima che il Figlio è "secondo" al Padre e successivamente che sia il Padre, sia il Figlio, sono Dio.
Apologia I 32 << E la prima possanza, dopo Dio Padre e Signore dell'universo, è il Figlio, suo Verbo >>.
Similmente, nel cap. 60, facendo un analogia tra Platone e il Cristianesimo (Platone, secondo Giustino, avrebbe tratto dalle Scritture alcune dottrine, facendole proprie), attribuisce il secondo posto al Figlio e il terzo allo Spirito Santo. <>.
Tuttavia, nel capitolo 63 non esista ad affermare quanto segue:
<>.
Nel Dialogo con Trifone afferma chiaramente la divinità di Gesù.
Dialogo 127,4 << In realtà nè Abramo, nè isacco, nè Giacobbe nè alcun altro uomo ha visto il Padre e ineffabile Signore dell'universo intero e dello stessso Cristo, bensì hanno visto Colui che secondo la volontà di quel Padre è anche Dio, Figlio suo...>>.
Dialogo 128,1 << E' stato più volte dimostrato, con quanto si è detto, che il Cristo, che era Signore e Dio Figlio di Dio...>>.
Rimane ancora il dubbio se con queste frasi non s'intendesse il Figlio come un dio minore, ma nel Dialogo con Trifone viene spiegato che il Padre e il Figlio condividono la medesima essenza e che non vi può essere distinzione in dignità e potenza tra realtà increate.
Dialogo con Trifone 61, 2-3 << Ma in definitiva non è quanto rileviamo anche nella nostra esperienza? Quando infatti proferiamo una parola, noi generiamo una paorla, ma non per amputazione, sì che ne risulti sminuita la facoltà intellettiva che è in noi. Parimenti vediamo che da un fuoco se ne produce un altro senza che ne abbia detrimento quello da cui si è operata l'accensione: esso rimane invariato e il fuoco che da esso è stato appiccato sussiste senza sminuire quello da cui è stato acceso. Me ne darà testimonianza il Verbo della Sapienza, poiché è lui che è Verbo, Sapienza, Potenza, Gloria di Colui che l'ha generato >>.
Successivamente affronta, con una terminologia incredibilmente già molto precisa, la problematica della distinzione tra le persone nell'unità di natura, salvaguardando l'unicità di Dio.
Dialogo 128,4 << Che poi questa potenza (...) non si distingua solo di nome, come la luce del sole, ma sia numericamente distinta, è questione che ho brevemente trattato sopra, là dove dicevo che si tratta di una potenza sì generata dal Padre con la sua potenza e volontà, ma non per amputazione, come se l'essenza del Padre si fosse suddivisa, come succede per tutte le altre cose che, una volta divise e tagliate, non sono più le stesse di prima. Ivi adducevo come esempio quello del fuoco che vediamo appiccare altri fuoghi: dal primo se ne possono accendere numerosi altri senza che risulti sminuito, ma rimanendo sempre lo stesso >>.
Dunque unico Dio, unica essenza, più persone distinte.
Giustiino afferma anche che non vi può essere distinzione in potenza tra realtà increate, seppur l'affermazione è posta in un contesto differente.
Dialogo 5,5-6 << Ciò che è increato, infatti, è simile all'increato: sono uguali identici e l'uno non può avere prevalenza sulll'altro per potenza o dignità. Per questo l'increato non è molteplice >>.
In Giustino non è presente un'approfondita speculazione riguardo lo Spirito Santo. Tuttavia è indubbio che egli, così come tutti i Cristiani di retta dottrina, considerassero lo Spirito Santo come la Terza Persona divina. Lo si scorge nella formula trinitaria battesimale presente nella prima apologia, nella citazione precedente riguardante platone e nell'allusione al cap. 56,15 del "Dialogo":
<< Rispondetemi dunque se pensate che lo Spirito Santo proclami Dio e Signore un terzo oltre al Padre di tutte le cose e al suo Cristo...>>.
Atenagora di Atene (133 - 190), contemporaneo di Giustino, è incredibilmente esplicito: << Chi dunque non rimarrebbe attonito nell'udire che vengono detti atei quelli che riconoscono Dio Padre e Dio Figlio e lo Spirito Santo, che ne dimostrano e la potenza nell'unità e la distinzione nell'ordine? >>.
Teofilo, già citato e anche egli contemporaneo di Giustino, utilizzò per primo il termine "Trinità" (Trias, in grego), per sottolineare l'unità divina delle tre persone: Padre, Figlio e Spirito Santo.
Teofilo, Ad Autolico II, 22 << Così anche i tre giorni, che precedettero la creazione dei due luminari, rappresentano la trinità: Dio, il Verbo suo e la Sapienza (Attributo che Teofilo dà allo Spirito Santo) >>. In questa frase Teofilo indica solo il Padre come Dio, specificando in seguito la divinità del Verbo:
Ad Autolico II 30 << Essendo quindi il Verbo Dio, e generato da Dio... >>
Le stesse formule trinitarie, presenti sia nelle Scritture che negli scritti padri del primo e secondo secolo, dimostrano la fede nel Dio uno e Trino delle prime comunità cristiane.
Dobbiamo considerare che i primi cristiani associavano raramente l'attributo "Dio" al Figlio, sia per via delle radici giudaiche del Cristianesimo, sia per difficoltà teologica. Al Figlio veniva più semplicemente associato il titolo di "Signore", senza che per questo vi fosse qualche dubbio circa la sua divinità.
Clemente Romano (I secolo) nel prologo della I lettera ai Corinzi così si esprime:
<< La Chiesa di Dio che è a Roma alla Chiesa di Dio che è a Corinto, agli eletti santificati nella volontà di Dio per nostro Signore Gesù Cristo >>.
Ignazio di Antiochia (35-107) così saluta Policarpo:
<< Ignazio, Teoforo, a Policarpo vescovo della Chiesa di Smirne, o meglio, che ha per vescovo Dio Padre e il Signore nostro Gesù Cristo, molta gioia >>. Eppure esplicita con chiarezza la sua fede nella divinità di Cristo:
Ignazio, Ef 9 <<...che è stata scelta nella passione vera per volontà del Padre e di Gesù Cristo, Dio nostro >>.
D'altronde, anche il Credo degli apostoli e quello niceno-costantinopolitano contengono prassi semantiche simili.
Simbolo degli apostoli:  << Io credo in Dio, Padre onnipotente, creatore del cielo e della terra. E in Gesù Cristo, Suo unico Figlio, nostro Signore >>.
Credo Niceno: << Credo in un solo Dio, Padre onnipotente, creatore del cielo e della terra, di tutte le cose visibili ed invisibili. E in un solo Signore Gesù Cristo... >>  pur affermando subito dopo la divinità del Figlio <<... unigenito Figlio di Dio, nato dal Padre prima di tutti i secoli. Luce da Luce, Dio vero da Dio vero, generato non Creato, della stessa essenza del Padre >>.
Allo stesso modo andrebbero intese frasi paoline come la seguente:
Rm. 1:7 <<... e pace da Dio, Padre nostro, e dal Signore Gesù Cristo! >>.
Tornando alla problematica biblica, come interpretare, dunque, l'affermazione di Gesù: "il Padre è maggiore di me"?
E' evidente che non si tratta di una superiorità di natura o di potenza, ma di una differenza di ruolo. Il Padre è l'unico principio da cui tutto proviene, e anche nella Trinità vige il principio monarchico.
Questo è evidente facendo alcuni paragoni: un padre è maggiore di suo figlio, il quale gli è sottoposto, tuttavia non è superiore, nè migliore, ed entrambi sono uguali di fronte a Dio.
Tutti gli altri passi in cui viene evidenziata una qualche subordinazione del Figlio, vanno intesi come sopra, oppure considerando Cristo come uomo svuotato della sua divinità.

Alcuni passi scritturali riguardo la divinità di Cristo.

Gv. 1:1 << In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e Dio era il Verbo >>.
Gv. 1:18 << Dio, nessuno lo ha mai visto: l'Unigenito Dio che è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato >>.
Gv. 8:58-59 << In verità, in verità io vi dico: "prima che Abramo fosse, Io Sono". Allora raccolsero delle pietre per gettarle contro di lui >>. Gesù non intese semplicemente che Egli fu prima di Abramo, il Verbo essere è infatti al presente (i Testimoni di Geova, con un volo pindarico, affermano che Giovanni sbagliò tempo verbale). Egli si proclamò Dio, usando il nome con cui Dio si fece conoscere a Mosè:
Es 3:14 <>.
Infatti i Giudei, considerando una bestemmia l'affermazione di Gesù, reagirono cercando di lapidarlo (altrimenti non avrebbe avuto senso la loro reazione).
Eb. 1,8 << Del Figlio afferma: "Il tuo Trono, o Dio, è per i secoli dei secoli" >>.
Ap. 1,8 << Dice il Signore Dio: "Io sono l'Alfa e l'Omega, Colui che è, che era e che viene, l'Onnipotente! >> poco dopo, al versetto 17, gli stessi attributi sono associati al Figlio: << Non temere! Io sono il Primo e l'Ultimo, e il Vivente. Ero morto, ma ora sono vivo per sempre e ho le chiavi della Morte degli inferi >>. Risulta chiaro che solo Dio può essere l'alfa e l'omega, ossia il primo e l'ultimo, poichè solo Dio è eterno.

Il mio grosso, grasso Concilio greco ( cretese ) - riflessioni di un clerical chic

E allora eccoci qua: il super Concilio Pan-Ortodosso è finito. Non potevo esimermi dallo scrivere nei riguardi del Concilio di Creta 2016, evento che avrebbe dovuto essere epocale per la nostra Santa Chiesa. 

Il rev. padre Petru Pruteanu (B.O.R.) ha scritto alcune considerazioni tradotte in italiano dal sito di p. Ambrogio, le quali incontrano (in parte) il mio punto di vista. Come sappiamo, infatti, non tutte le delegazioni hanno partecipato.

I rappresentanti di Mosca, Antiochia, Georgia e Bulgaria NON erano presenti. Se è vero che le Chiese ufficialmente riconosciute sono 14, mancando quelle della sfera Moscovita ( non ci siamo scordati che Antiochia è molto legata al patriarcato di Mosca, di questi tempi, per via del soccorso militare russo a Damasco), di fatto chi si è riunito è di sangue "greco" o greco-dipendente, come l'Albania, o Cipro. Mancando anche, oltre agli slavi, ai georgiani, per ragioni storiche e spirituali l'Etiopia, l'India, Roma e i loro metropoliti, divenuti eterodossi, si potrebbe parlare di un "Concilio dei Greci"? senza dubbio.  Tuttavia, secondo i decreti conciliari, la mancanza di 4 patriarchi non inficia la validità del Concilio. Mosca ha dichiarato questo sinodo un << semplice incontro >> in vista di un concilio vero e proprio. Della serie, Creta is for boys, Concilio Ecumenico is for men. Si potrebbe pensare che allora, dal momento che mancano quattro importanti soggetti, il Sinodo perda il suo valore universale.


Una bella foto di vescovi presenti al Concilio, con S.S. Bartolomeo a capotavola.

Tuttavia,  i Canoni ( in questo caso,  VIII di Trullo e XL di Laodicea) che abbiamo imparato bene come si usano ( cioè solo quando fa comodo) dicono che l'importante è che i vescovi siano stati invitati, non che siano necessariamente presenti. Quindi the Synod of Creta is validamente convocato e chi sperava nel suo fallimento deve rosicare aspramente. Non sappiamo tuttavia se Mosca e i suoi satelliti dovranno per forza adeguarsi alle direttive conciliari, oppure continueranno a giocare con le proprie carte.

A me pare molto importante, pure, che i Mass Media siano stati tenuti alla larga. Agenzie come Romfea, molto conosciute nel mondo ortodosso, se ne sono addirittura andate. Le misure di sicurezza impedivano infatti ai giornalisti di interagire con il Concilio se non per brevissimi attimi: della serie, cosa si dovevano dire di così sinodale da non poter essere ascoltato e divulgato? 

Sempre secondo il mio modo di vedere le cose, i documenti prodotti, dei quali abbiamo una squisita sintesi in italiano grazie all'Arcidiocesi Greca d'Italia, sono totalmente mosci, inconcludenti e privi di una certa epicità che ci si aspetta da un Concilio preparato da oltre 50 anni. Di fatto, si ribadisce l'ovvio e si cerca di dare un colpo al cerchio e uno alla botte nei rapporti ecumenici e nella prospettiva di vivere nel mondo multietnico e multi-religioso dove gli ortodossi si sono abituati ormai ad essere una minoranza fastidiosa. Sì, noi ortodossi siamo fastidiosi: diamo fastidio all'Occidente nichilista e perverso, diamo fastidio ai mussulmani, diamo fastidio ai buddisti, ai pagani: ma noi il fastidio che procuriamo  non sappiamo sfruttarlo, e preferiamo rimanere così come stiamo, anche secondo i documenti conciliari che, ripeto, sono deboli. Mi sarei aspettato un boom, un qualcosa, un evento positivo o negativo, ma non l'esatto rimanere così come siamo, senza cambiare nulla. 

Il metropolita Ieroteo (Vlachos) non ha voluto firmare i documenti << contenenti errori dottrinali >>. Non vogliamo parlare di questi errori dottrinali, che tanto sappiamo quali sono: eccessivo ecumenismo, baci&abbracci con tutti, prospettive di aperture e così via. 

Quindi, cari fratelli e sorelle, mi chiederete: << cos'è cambiato nell'Ortodossia con questo Concilio? >> la risposta, per ora, è la seguente. NULLA.