domenica 27 agosto 2017

Il corpo della Madre di Dio dopo la Dormizione

La Festa della Dormizione della Santissima Madre di Dio, la sempre Vergine Maria, che si tiene il 15 (28) agosto, risale a tempi antichissimi. E' legittimo domandarsi, tuttavia, dove sia finito il corpo della santissima Vergine dopo la sua morte: sappiamo per certo che l'anima della Deipara è stata tradotta al Cielo da Cristo stesso, dinnanzi ai suoi apostoli, poco dopo la sepoltura della Signora. La Tradizione ortodossa riconosce che anche il corpo della Madre di Dio è stato misticamente trasportato in Cielo (metatesi, in greco), seguendo un assunto affermato da molti antichi Padri della Chiesa, quali Teodoro Studita, Giovanni Damasceno, Modesto di Gerusalemme, Germano di Costantinopoli, Gregorio Palamas: tutti questi autori concordano circa la tradizione degli Apostoli che, andando al sepolcro della Madre di Dio al mattino dopo la sepoltura, trovarono la tomba vuota e il sepolcro spalancato, nel quale vi erano dei vestiti abbandonati e lucenti e un profumo celestiale. In particolare san Giovanni Damasceno (sermone II sulla Dormizione) spiega che questa tradizione deriva direttamente dal tempo del Patriarca Giovenale di Gerusalemme, attivo durante il concilio di Calcedonia (451 d.C.). 


Icona della Dormizione


Al giorno d'oggi, la Cintura della Madre di Dio è gelosamente custodita nel monastero ortodosso di Vatopedi (Monte Athos), e anche i cattolici a Prato (Toscana) dicono di possedere la Santa Cintura. 

giovedì 24 agosto 2017

Il primato petrino nel pensiero di sant'Agostino

Erroneamente, a lungo una decisa incomprensione del pensiero agostiniano ha minato i testi di questo insigne teologo ortodosso, bollandoli come eretici. Sebbene i testi di sant'Agostino non siano certamente privi di errori (come del resto, quelli di moltissimi Padri della Chiesa), è pur vero che, sulle questioni fondamentali, sant'Agostino si dimostra essere ortodosso. Anche sulla faccenda del primato di Pietro.

Sulla questione se il Vescovo di Roma abbia o meno una potestà suprema sui vescovi, così risponde il presule d'Ippona nella sua Omelia LXXVI, 1:

Siccome la parola Pietra è prototipo, perciò il Pietro prende il nome dalla Pietra, e non la Pietra da Pietro. Come noi anche infatti assumiamo il nome di cristiani da Cristo, e non Lui da noi. Tu - dice il Cristo - sei Pietro, e su questa Pietra che hai confessato, dicendo "Tu sei il Figlio di Dio, il Cristo", edificherò la mia Chiesa, cioè in me stesso, il Figlio del Dio vivente.

Il medesimo pensiero viene ripetuto da Agostino nella Omelia CCLXX, 1:

Su questa Pietra, fu detto, edificherò la mia Chiesa: non sopra Pietro (super Petrum) il quale sei tu, ma sulla Pietra (super Petram) che tu hai confessato.

Come è possibile tuttavia che nonostante queste ripetute affermazioni, sant'Agostino sia creduto uno dei capisaldi del papismo? Lo spiega, ahimé, lo stesso Agostino:

<< Sempre al tempo del mio sacerdozio scrissi un libro Contro la lettera di Donato, che fu, dopo Maiorino, il secondo vescovo di Cartagine di parte donatista. In essa Donato si esprime come se il battesimo di Cristo non potesse darsi che nella comunione con lui, una tesi che io combatto in questo libro. In un passo, parlando dell'apostolo Pietro, ho detto che su di lui, come su di una pietra, è fondata la Chiesa·. È l'interpretazione che vien tradotta in canto corale nei versi del beatissimo Ambrogio laddove del gallo dice: Al suo canto quello stesso che è pietra della Chiesa ha cancellato la sua colpa·. So però di aver in seguito ed assai spesso·interpretato diversamente le parole del Signore: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa·. Ho inteso cioè che su questa pietra significasse: su colui che Pietro ha testimoniato con le parole: Tu sei il Cristo, figlio del Dio vivo, e che pertanto Pietro, per aver ricevuto il suo nome da questa pietra, rappresentasse la persona della Chiesa che è edificata su questa pietra e ha ricevuto le chiavi del regno dei cieli. Non è stato detto all'Apostolo: "·tu sei pietra·", ma: tu sei Pietro. La pietra era dunque Cristo, ed è per averlo testimoniato, come lo testimonia tutta la Chiesa, che Simone ebbe il nome di Pietro. Scelga il lettore quale delle due opinioni sia la più probabile. >> [Sant'Agostino, Retractationes, II, 21]

Il beatissimo Agostino d'Ippona, in un primo errore di giudizio, aveva espresso infatti il concetto di supremazia papale sul resto dell'ecumene cristiano: pensiero prontamente smentito in numerose omelie e, come vediamo, nelle Ritrattazioni, la sua più grande opera d'umiltà, un libro ove corregge se stesso dopo avere riletto tutte le sue opere. 

A causa di tutte queste cose, vediamo come sant'Agostino d'Ippona non merita assolutamente l'onere d'essere il fondatore del concetto di superiorità papale. 

mercoledì 23 agosto 2017

Perché il digiuno della Dormizione inizia con la processione della Croce

Perché il digiuno della Dormizione della Deipara inizia con la processione della santa Croce?



A questa domanda risponde l'Horologhion greco del 1897 con una nota storica: 

A causa dei malanni che frequentemente compaiono in agosto, a Costantinopoli fu stabilita l'usanza della processione della santa Croce al fine di benedire i luoghi attraversati da essa, e curare le infermità. Alla vigilia della festa (della Croce, cioè l'ultimo giorno di luglio), la reliquia della Santa Croce veniva prelevata dal tesoro imperiale e portata ad essere venerata nella basilica cattedrale della Divina Sapienza, alla Grande Chiesa. Da quel momento fino al giorno della Dormizione, la Croce attraversava vari punti della città e ogni giorno venivano offerte litia e suppliche dinnanzi ad essa, e il popolo poteva venerarla. Questa è l'origine dalla processione della Croce. 

Nella tradizione russa, invece, la continuità della Grande Chiesa si sposa con il battesimo della Russia, come riporta un manuale liturgico del 1627 scritto per volere di Filarete, patriarca di Mosca:   

Nel 988 d.C. san Vladimir e il suo popolo si battezzarono il giorno 1 agosto. Per questo, durante la processione di quel giorno [in accordo coi Greci], dopo la venerazione della Croce, è bene che si svolgano la benedizione delle acque e la distribuzione della stessa, per il giovamento dell'anima e del corpo per i fedeli, sia nelle città che nei villaggi. Il fatto che in questo giorno si benedica anche il miele ha reso nota l'usanza come "[giorno della festa del] Salvatore del miele". 

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FONTE

Sito ufficiale del Patriarcato di Mosca (lingua russa).

domenica 20 agosto 2017

Preghiera per la moglie del sacerdote nel giorno dell'ordinazione del marito

Questa preghiera proviene dal Chinovnik slavo in uso presso la Chiesa Ortodossa Ucraina in America sotto Costantinopoli, e si recita in occasione dell'ordinazione del marito sacerdote sulla moglie del sacerdote, per mano del vescovo.



Il vescovo lascia avvicinare la moglie del neo ordinato sacerdote presso l'iconostasi, le chiede di inginocchiarsi o abbassare la testa, e ponendo la mano destra sulla nuca della donna, dice tre volte segnandole la testa:
V. nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. 
Dopodiché, imponendo entrambe le mani sulla donna, recita ad alta voce la preghiera che segue.
V. Preghiamo il Signore.
Coro: Kyrie eleison.  
V. Signore Dio nostro, Tu che alla creazione dell'Uomo hai detto "non è bene che l'uomo sia solo, e gli farò un aiuto simile", noi ti preghiamo adesso per il sostegno che tu hai dato a questo tuo nuovo sacerdote (nome del prete), la serva tua (nome della presbitera), come moglie e aiuto nella sua vita: guardala e proteggila con la tua grazia, affinché sia resa forte per portare il peso della croce del marito suo, e dalle la perfetta sapienza affinché possa consigliare suo marito e il popolo che affiderai loro. Dalle sempre letizia e desiderio di Te, affinché ti glorifichi sempre e in ogni cosa. Perché sei tu la fonte di ogni santificazione, e a te rendiamo gloria, al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo, ora e sempre nei secoli dei secoli.
Coro. Amen. 

giovedì 17 agosto 2017

Dove si trovano Enoch ed Elia?

Nella Sacra Bibbia leggiamo che i beati profeti Enoch ed Elia non sono morti, ma hanno subìto un destino piuttosto singolare, oseremmo dire unico: sono stati tratti nei Cieli e non hanno assaggiato la morte. Si desume chiaramente dai passi biblici che riguardano la loro fine:

Ed Enoch camminò con Dio, e poi disparve, poiché Iddio lo prese. [Genesi, 5:24] e anche: Enoch piacque a Dio, e fu rapito [Siracide, 44:16].

Mentre camminavano conversando [Eliseo ed Elia], ecco un carro di fuoco e cavalli di fuoco si interposero fra loro due. Elia salì nel turbine verso il cielo. [4Re 2:10]


Icona dei santi profeti Enoch ed Elia

Ma non si capisce bene se essi siano in un luogo oppure se hanno cambiato stato di esistenza. La Chiesa Ortodossa insegna che i beati Enoch ed Elia vivono una specialissima condizione accordata loro dalla Provvidenza e dimorano nell'Eden, aspettando la fine dei tempi per compiere la loro ultima missione in accordo coi loro carismi. Il profeta Enoch tornerà per condurre le nazioni al pentimento, insegnando la vera Fede alla maggior parte del mondo, mentre Elia tornerà per istruire gli ebrei sulla verità suprema e sul Cristo. Nell'Apocalisse (cfr. Apocalisse, 11) ci sono Due Testimoni della gloria divina che, "vestiti di sacco", profetizzeranno: alcuni Padri della Chiesa li interpretano come Enoch ed Elia. 

San Giovanni Battista è detto "lo spirito di Elia" in base al Vangelo di Matteo (Mt 11:14). In che senso? 

Come spiega bene lo stesso Vangelo, Giovanni il Precursore agisce come un novello Elia, preparando la strada a Gesù Cristo, secondo un carisma missionario specifico, che la Bibbia non esita a paragonare allo zelo di Elia. San Gabriele Arcangelo parla di Giovanni a suo padre Zaccaria, dicendo: Ed andrà davanti a lui nello spirito e potenza di Elia, per ricondurre i cuori dei padri verso i figli e i ribelli alla saggezza dei giusti, per preparare al Signore un popolo ben disposto.  [Luca 1:17]

Questo non significa che Elia non tornerà fisicamente nel futuro, o che Giovanni Battista era "posseduto" da Elia. Questo è assolutamente fuori questione. San Giovanni Crisostomo, nella sua Omelia quarta sulla seconda lettera ai Tessalonicesi,  espone chiaramente il concetto che san Giovanni ha agito in vita come avrebbe agito Elia, e in questo senso "possiede il suo spirito". San Giovanni Crisostomo, sempre nella stessa omelia, dice che così come san Giovanni Battista fu precursore di Cristo, così Elia tornerà dopo l'Apocalisse ad annunciare la gloria del Regno. Anche sant'Agostino d'Ippona, nella Città di Dio (Libro XX, cap. 29) espone i medesimi concetti. 

Secondo una tradizione diffusa principalmente a Creta, anche san Giovanni Evangelista avrebbe guadagnato la vita nell'Eden, asceso al Cielo direttamente senza passare per la morte, in virtù delle parole di Cristo: Se voglio che rimanga finché io venga, che t'importa? [Giovanni 21:20-24]. 


Ascensione di Giovanni Evangelista, Giotto (Chiesa della Santa Croce, Firenze).

Omelia per la Trasfigurazione (san Beda il Venerabile)

San Beda il Venerabile (+735), monaco e sacerdote anglosassone, commentatore della Sacra Scrittura, ci ha lasciato una bella omelia per la festa della Trasfigurazione (6/19 agosto)

Apparvero Mosè ed Elia nella loro maestà e parlavano della sua dipartita che si sarebbe realizzata a Gerusalemme. Perciò Mosè ed Elia che sul monte parlarono col Signore della sua passione e risurrezione significano le predizioni della Legge e dei profeti che si sono realizzate nel Signore, come ora è evidente a ogni persona dotta e ancora più evidente risulterà in futuro a tutti gli eletti. E giustamente Luca dice che quelli apparvero nella loro maestà, poiché allora si vedrà più apertamente con quanto decoro di verità siano stati proferiti i discorsi divini, non solo quanto al senso ma anche quanto alla forma. In Mosé ed Elia si possono anche comprendere tutti quelli che regneranno col Signore ... Concorda anche il fatto che essi parlavano della dipartita di Gesù, che si sarebbe realizzata a Gerusalemme, perché unica materia di lode per i fedeli diventa la passione del Redentore, e quanto più essi tengono a mente che non si possono salvare senza la sua grazia, tanto più forte conservano sempre in petto la memoria di questa grazia e l’attestano con devota confessione.
Ma quanto più ciascuno di noi gusta la dolcezza della vita celeste, tanto più prova disgusto di tutto ciò che di terreno ci dilettava: perciò giustamente Pietro, vista la maestà del Signore e dei suoi santi, dimentica subito tutto ciò che di terreno aveva appreso, e gode di aderire per sempre alla sola realtà che vede, dicendo: Signore è bene che noi stiamo qui; se vuoi innalziamo qui tre tende, una per te, una per Mosè, e una per Elia

Certo Pietro non sapeva quello che diceva quando nel mezzo della conversazione celeste pensò di fare delle tende. Infatti non sarà necessaria alcuna casa nella gloria della vita celeste, dove nella completa pace, nella luce della contemplazione celeste non resterà da temere alcuna avversità, come testimonia l’apostolo Giovanni che descrivendo lo splendore di questa città superna, dice tra l’altro: Non ho visto tempio in essa perché sono tempio il Signore onnipotente e l’Agnello (Ap 21, 22). 
Ma Pietro ben sapeva che cosa diceva quando disse: Signore, è bene che noi stiamo qui, perché in realtà per l’uomo il solo bene è entrare nel gaudio del Signore e stargli vicino contemplandolo in eterno. Perciò a ragione riteniamo che non abbia goduto mai di un vero bene chi, a causa della sua colpa, non ha mai potuto contemplare il volto del suo Creatore. Che se Pietro, contemplata l’umanità glorificata di Cristo, è preso da tanta gioia da non voler più essere distolto da tale visione, quale beatitudine pensiamo, fratelli carissimi, che abbiano raggiunto coloro che hanno meritato di contemplare l’eccellenza della sua divinità? E se quello considerò sommo bene contemplarne l’aspetto trasfigurato sul monte insieme soltanto con Mosè ed Elia, quale parola può spiegare, quale concetto comprendere quale sarà la gioia dei giusti quando si avvicineranno al monte Sion, alla città del Dio vivente, Gerusalemme, e alla moltitudine degli angeli (cfr. Eb 12, 22), e quando contempleranno Dio, creatore di questa città non attraverso uno specchio, per enigma, ma a faccia a faccia (1 Cor 13, 12)? Di questa visione proprio Pietro parla ai fedeli a proposito del Signore: Nel quale ora credete pur non vedendolo; e quando lo vedrete esulterete di letizia inenarrabile e glorificata (1 Pt 1, 8)


Il mosaico della Trasfigurazione al monastero di Santa Caterina sul Sinai (VI secolo)

Segue: Mentre egli ancora parlava ecco una nube lucente li adombrò, ed ecco dalla nube una voce che disse: "Questo è il Figlio mio diletto nel quale mi sono compiaciuto; ascoltatelo". Poiché chiedevano di innalzare le tende, vengono ammoniti dalla copertura della nube splendente che non sono necessarie case nella dimora celeste, dove il Signore protegge tutto con l’ombra eterna della sua luce. Colui infatti che per quaranta anni stese una nube a loro protezione perché il sole o la luna non scottassero né di giorno né di notte il popolo che marciava nel deserto, quanto più protegge nei secoli col velo delle sue ali quelli che dimorano nelle tende del regno celeste? Sappiamo infatti, per insegnamento dell’apostolo che se la nostra casa in cui abitiamo sulla terra viene distrutta, noi abbiamo un altro edificio che è opera di Dio, una dimora eterna, che non è stata costruita dalla mano dell’uomo e che si trova in cielo.

Poiché desideravano contemplare il volto risplendente del Figlio dell’uomo, venne il Padre ad affermare con la sua voce che quello era il suo Figlio diletto nel quale si era compiaciuto, perché dalla gloria della sua umanità, che vedevano, imparassero a sospirare di contemplare la presenza della divinità, che è uguale a quella del Padre. Ciò poi che la voce del Padre dice del Figlio: Nel quale mi sono compiaciuto, lo attesta altrove anche il Figlio: Colui che mi ha mandato è con me e non mi lascerà solo, perché io faccio sempre quello che gli è gradito (Gv 8, 29). E aggiungendo ascoltatelo, il Padre ha manifestato che quello era proprio colui del quale Mosè parlava al popolo al quale aveva dato la legge: Il vostro Dio vi susciterà un profeta dai vostri fratelli, che ascolterete come me stesso, secondo tutto quanto vi avrà detto (Dt 18, 15). Non vieta infatti di ascoltare Mosè ed Elia, cioè la Legge e le profezie, ma fa capire a tutti costoro che si deve preferire l’ascolto del Figlio che è venuto ad adempiere la Legge e i Profeti, e comanda di anteporre la luce della verità del Vangelo a tutti i simboli e all’oscurità dell’Antico Testamento. Con provvidenziale disposizione viene rafforzata la fede dei discepoli perché non vacilli, a causa della crocifissione del Signore, perché nell’imminenza della croce si dimostra come la sua umanità sarebbe stata sublimata dalla luce celeste in virtù della risurrezione; e la voce del Padre attesta che il Figlio è per divinità coeterno a lui, perché al sopraggiungere dell’ora della passione quelli si dolessero meno della sua morte, ricordando che era sempre stato glorificato da Dio Padre nella divinità colui che, subito dopo la morte, sarebbe stato glorificato nell’umanità. 

Ma i discepoli che, in quanto carnali, erano ancora di debole consistenza, udita la voce di Dio, per timore caddero faccia a terra. Il Signore perciò, autorevole maestro in tutto, li consola parlando loro e toccandoli li fa alzare.

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Il testo è tratto dall’Omelia I, 24 passim

mercoledì 16 agosto 2017

Chiaro e scuro nell'Iconografia ortodossa

Nel simbolismo della Chiesa Ortodossa, come si legge bene dalla stessa Scrittura, Dio  è luminoso e illuminante, mentre l'assenza di Dio e la malvagità sono sempre oscuri: questi tratti sono stati trasposti sull'iconografia e si può dire che siano la regola dell'arte iconografica. 

Nelle icone, infatti, i demoni, l'Inferno, l'Ade, le tombe sono figurate come luoghi scuri, colorati con colori forti e sfumature di nero. Cristo, la Madre di Dio, i santi e gli angeli sono dipinti con colori tenui o di bianco, a simboleggiare la purezza delle loro esistenze. Dal momento che è molto difficile proporre un bianco tale da vagamente somigliare alla purezza divina, si è scelto di utilizzare varie sfumature di bianco e l'oro, al fine di rendere al meglio la gloria di Dio e di coloro che nella vita sono stati divinizzati, i santi. 


Icona che mostra la Scala del Paradiso: i demoni sono dipinti di nero e anche lo sfondo è più luminoso verso l'alto (luogo di Dio) che verso il basso


L'oro in particolare viene utilizzato come base per l'icona (se non si usano altri colori tenui, come l'azzurro) e quasi sempre per colorare le aureole dei Santi, degli Angeli e di Cristo. L'uso di altri colori varia nel tempo e nello spazio perché i colori sono assunti in base al significato che la società dà di un certo colore. Ad esempio nel VI secolo il Cristo era spesso vestito di rosso o di porpora  o di viola, colori della corte imperiale, per simboleggiare la sua potestà e il suo imperium su tutto l'Universo. Adesso, il Cristo è solitamente dipinto con abiti bianchi, dorati, o verdi, o una combinazione di questi colori. Non c'è un vero e proprio principio per l'utilizzo dei colori in sé, ribadendo che ovviamente i colori troppo vicini al nero non devono essere assunti per le raffigurazioni di santità. 

In foto, un Cristo Maestro dipinto con l'abito in porpora e oro

Nelle icone della Pentecoste, ad esempio, gli Apostoli sono dipinti ognuno coi vestito di un colore diverso, non per esprimere dissenso o lontananza, ma piuttosto per rappresentare la pluralità di aspetti della Chiesa, la presenza di molti carismi differenti e di visioni diverse che, tuttavia, hanno come base la stessa Fede e camminano verso il medesimo scopo.


L'icona di Pentecoste 

Ogni maestro iconografo e ogni scuola ha il suo modo di intendere la relazione fra colore e immagine, ed è davvero arduo cercare di campionare qualcosa che, piuttosto, viene dalla spiritualità personale e dalla pratica storica di centinaia di anni, la quale è tuttavia viva, perché vivi sono i soggetti figurati nell'icona, segni della santità e della gloria del Signore, cui noi tendiamo e che, tramite le icone, contempliamo già da adesso. 

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lunedì 14 agosto 2017

San Sergio di Radonez e l'apparizione della Madre di Dio

San Sergio di Radonez (+1392) è forse il più grande monaco russo che abbia mai camminato sulla terra, un uomo trasfigurato dalla grazia di Dio e autore di numerosi miracoli. Grazie alla Vita scritta dal suo discepolo Epifanio, possiamo contemplare un dono meraviglioso che ricevette, ormai anziano, lo stesso Sergio: la visione della Madre di Dio.


Un giorno il beato padre [san Sergio] stava pregando, come era suo bisogno, davanti all'immagine della Madre del nostro Signor Gesù Cristo. Avendo cantato il Magnificat della Beata Vergine si sedette per riposare un poco, dicendo al suo discepolo Micah: “Figliuolo, sii calmo e coraggioso, perché stanno per succedere cose meravigliose e terribili”. Nell'istante si udì una voce: “La Beata Vergine viene”. Udendo ciò, il santo si affrettò a uscir dalla sua cella nel corridoio. Un abbagliante splendore brillò al disopra del santo, più lucente del sole, ed egli vide la Beata Vergine, coi due Apostoli Pietro e Giovanni, in una gloria ineffabile. Incapace di sopportare così risplendente visione, il santo cadde a terra. La Beata Vergine, toccando il santo con la mano, disse: “Non aver paura, o mio eletto, sono venuta a trovarti. Le tue preghiere per i discepoli, per i quali tu preghi, e per il monastero sono state esaudite. Non turbarti; da ora in avanti esso fiorirà, non soltanto durante il tempo della tua vita, ma quando tu sarai dal Signore io sarò col tuo monastero, supplendo largamente ai suoi bisogni con la mia protezione”. Detto questo svanì. Il santo, in estasi, rimase tremante di stupore e di meraviglia. Ritornando adagio adagio ai sensi vide il suo discepolo preso dal terrore, steso sul pavimento, finché si alzò, si gettò allora ai piedi dello staretz dicendo: “Ditemi, o padre, per l'amor di Dio, quale meravigliosa visione fu questa, poiché il mio spirito quasi sciolse i suoi legami con la carne, a motivo di essa”. Il santo era così colmo di estasi che la sua faccia era infuocata e inoltre era incapace di rispondere se non poche parole: “Aspetta un poco, figliolo, perché anch'io sono tremante di terrore e meraviglia”. Continuarono in silenziosa adorazione finché finalmente il santo disse al suo discepolo: “Figliuolo, fai venir qui Isacco e Simone”. Quando questi due vennero, raccontò loro tutto quanto era successo, come egli vide la Beata Vergine con gli Apostoli e quale meravigliosa promessa gli era stata fatta. Udendo ciò il loro cuore si riempì di indescrivibile gioia e tutti cantarono il Magnificat e glorificarono Dio. Tutta la notte il santo meditò su questa ineffabile visione. 

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TRATTO DA
Vita di san Sergio di Radonez, monaco Epifanio il Saggio, ed. Paoline, 2013 

venerdì 11 agosto 2017

L'iconografia latina del XI secolo nella chiesa dei santi Pietro e Paolo

La Chiesa dei santi Pietro e Paolo in Baviera (Germania) è una pieve rurale che ha mantenuto intatto l'impianto iconografico della sua fondazione, avvenuta nei primi anni del XI secolo, quindi prima dello Scisma. E' molto interessante conoscere i dettagli iconografici di questa chiesa poiché gettano un po' di luce sul passato sepolto delle nostre chiese e della nostra identità latino-ortodossa, andata perduta con la sempre maggior evoluzione della Chiesa romana, la quale ha preferito distruggere ciò che era antico per rimpiazzarlo con la nuova arte barocca e rinascimentale. Di seguito sono riportate delle foto e, quando possibile, l'identificazione di un motivo iconografico e la sua spiegazione. 


Il Cristo prende la porzione più ampia dell'abside centrale e governa al figura con sublime maestà. Il Cristo è figurato assiso nella gloria e circondato dalle energie increate (l'uovo dorato) tipico dell'iconografia tradizionale.


La scena illustra la consacrazione dell'altare.



Un esorcismo.


Sotto la grande figura dell'abside si nota l'iscrizione Salve Regina Mater Misericordiae (...), noto inno latino che fu composto nel X secolo nell'abbazia di Reichnau e che trovò rapidissima applicazione in tutta la Chiesa latina. 


Colpisce molto la tenerezza generale dell'insieme nonché l'uso di colori morbidi e tenui, mai immagini forti o scioccanti: tutto dà l'impressione di grande tranquillità e grazia anche se le scene sono, per certi versi, molto evocative, si pensi all'esorcismo o alla consacrazione dell'altare, viste tuttavia con una certa esichia

giovedì 10 agosto 2017

La Luce del Tabor (archimandrita Sofronio Sakharov)

Vi è una fame insaziabile e una sete inestinguibile di conoscenza di Dio (di teognosia): la nostra tensione è tutta orientata a raggiungere l’Irraggiungibile, a vedere l’Invisibile, a conoscere Colui che è al di là di ogni conoscenza. Questo desiderio ardente cresce incessantemente in ciascun uomo allorché la Luce della Divinità si compiace di illuminarlo, sia pure accostandosi a lui debolmente, poiché in quel momento si rivela ai nostri occhi spirituali in quale abisso ci troviamo. Tale visione riempie di sbigottimento tutto l’uomo; la sua anima, allora, non conosce riposo né può trovarlo finché non venga completamente liberata dalle tenebre che hanno pieno potere su di lei, finché non sia riempita del “Cibo che mai sazia”, finché questa Luce abbondi nell’anima e si unisca talmente ad essa che Luce e anima diventano una cosa sola, annunciando la nostra deificazione nella gloria divina.
La Trasfigurazione del Signore costituisce un solido fondamento per la speranza di una trasfigurazione dell’intera nostra vita — tutta contrassegnata, ora, da tenti, debolezze, e paure — in una vita incorruttibile e deiforme. Questa salita, tuttavia, sull’ “alto monte” della Trasfigurazione è congiunta a una grande lotta. Non di rado ci stanchiamo sin dall’inizio, mentre una certa disperazione sembra dominare l’anima. In simili ore in cui, soffrendo le pene del martirio, restiamo ai confini tra la Luce inaccessibile della Divinità che ci attrae a sé e il minaccioso abisso delle tenebre, dobbiamo richiamare alla mente gli insegnamenti dei nostri Padri, i quali hanno percorso questa stessa via seguendo Cristo… Ricordiamoci [che] nella nostra vita si deve ripetere tutto ciò che si è compiuto nella vita del Figlio dell’uomo. [...] Se il Signore «fu tentato», anche noi dobbiamo attraversare il fuoco delle tentazioni. Se il Signore fu perseguitato, anche noi saremo perseguitati da quelle stesse potenze che perseguitavano Cristo. Se il Signore patì e fu crocifisso, anche noi, inevitabilmente, dobbiamo patire ed essere crocifissi sia pure, forse, su croci invisibili, se realmente seguiamo Lui nelle vie del nostro cuore. Se il Signore fu trasfigurato, anche noi lo saremo fin da quaggiù, sulla terra, se ci rendiamo simili a Lui nei nostri desideri interiori. Se il Signore morì e risorse, anche tutti coloro che credono in Lui passeranno attraverso la morte, saranno deposti in sepolcri e dopo risorgeranno a somiglianza di Lui, perché a somiglianza di Lui sono morti… Se il Signore dopo la sua risurrezione in una carne glorificata salì al cielo e si assise alla destra di Dio, anche noi, con i nostri corpi glorificati, per la potenza dello Spirito santo, saremo assunti in cielo e diventeremo «coeredi di Cristo» e «partecipi della Divinità» (1Pt 4,13). 
Gli eventi che abbiamo appena elencati sono stati attuati dal Signore non nella sua Divinità, ma nella sua umanità, cioè a quel livello in cui il Signore è ‘consustanziale’ a noi: «Figlio dell’uomo».
…Non appena gli Apostoli iniziarono a comprendere la perfezione del loro Maestro e con la bocca di Pietro lo confessarono come «Cristo, il Figlio del Dio vivente», il Signore desiderò consolidarli maggiormente in tale conoscenza attraverso la testimonianza del Padre. Ciò era assolutamente necessario, in quanto Egli ormai si preparava “all’esodo che avrebbe portato a compimento a Gerusalemme”, ossia al sacrificio sul Golgota. Dietro le parole di Pietro: «Tu sei il Cristo» (Mc 8,29), si celava in quel momento la conoscenza imperfetta in ordine a chi fosse realmente questo Cristo.
… [Il Signore] presi cin sé i “prescelti”, Pietro, Giacomo e Giovanni, li condusse “sull’alto monte della contemplazione della sua gloria divina, “la gloria che egli aveva presso il Padre prima che il mondo fosse”. Sempre e immutabilmente il Signore portava in sé la Luce — essendo, nella sua Divinità, Luce senza-principio —, ma essa in Lui dimorava in un modo che risultava invisibile a coloro che ancora non l’avevano accolta in se stessi.
Sul Tabor il Signore pregava. Niente ci vieta di ipotizzare che, nel suo contenuto, tale preghiera fosse simile a quella del Getsemani: “è giunta — infatti — la sua ora”. Abbracciando tutto nell’orazione, “dalla creazione del modo” sino alla fine di questo eone, il Signore pregava anche per gli Apostoli, perché fosse loro manifestato il Nome del Padre e l’amore con il quale il Padre ha amato il Figlio rimanesse in loro (cfr. Gv 17,26).
Questi tre testimoni scelti, partecipi della straordinaria preghiera di Cristo, si consumarono in essa. Combattendo asceticamente contro la debolezza della carne, per breve tempo furono oppressi dal sonno; tuttavia, in virtù della forza dell’orazione interiore che in essi operava, ritornarono a uno stato di vigilanza e allora, forti nello spirito, questi vincitori della debolezza della carne videro Cristo nella Luce ed Elia e Mosè conversare con Lui. Poterono vedere perché essi stessi, in quell’ora, furono riempiti di Luce. L’eccezionalità e la magnificenza della contemplazione sprofondarono gli Apostoli in uno stupore inesprimibile e in una beata incertezza. Lo sappiamo dall’espressione usata dall’evangelista per Pietro: “Non sapeva quel che diceva”, e dalle parole di Pietro stesso: “Maestro, è bello per noi stare qui”. Quella nuvola luminosa — essa non era che Luce e Soffio dello Spirito Santo il quale, con la sua venuta insostenibile, ha introdotto gli Apostoli nell’universo della Luce increata, immutabile, senza tramonto, invariabile, infinita, sovraceleste — ha a tal punto fatto sparire le rappresentazioni delle forme transeunti del mondo di quaggiù che essi nemmeno Cristo vedevano più secondo la carne (cfr. 2Cor 5,16). Introdotti dallo Spirito Santo nella contemplazione dell’incircoscrivibile Divinità di Gesù Cristo, udirono in quell’occasione la voce immateriale e inaccessibile del Padre: «Questi è il Figlio mio prediletto». Fu questo l’istante supremo dell’intero avvenimento compiutosi sul Tabor. 


[...] Rimanendo fedeli alla narrazione evangelica e all’esperienza dei Padri della Chiesa, possiamo affermare quanto segue:
Somma ed eccelsa fu la visione degli Apostoli sul monte della Trasfigurazione, e tuttavia non era ancora perfetta, perché non ancora essi erano in grado di accogliere tutta la pienezza e la perfezione della Luce che a loro appariva. Per questo la Chiesa canta: “Hai mostrato ai discepoli la tua gloria, nella misura della loro possibilità” o, in un altro inno: “nella misura della loro capacità ricettiva”.
Somma ed eccelsa fu la visione degli Apostoli, ma in quel momento fu da essi assimilata in maniera ancora imperfetta; per questo rimanevano possibili quei tentennamenti cui furono soggetti nei giorni del Golgota; solo più tardi Pietro si riferisce ad essa come a una testimonianza della verità (cfr. 2Pt 1,17-18).
Imperfetta era ancora la visione degli Apostoli sul Tabor e tuttavia era così grande e autentica la contemplazione della “bellezza sovraessenziale” e del “mistero nascosto da secoli”, che né la visione di Mosè sul Sinai (cfr. Es 19-20; 23-24) né quella analoga di Elia sull’Oreb (cfr. 1Re 19) hanno attinto la sua altezza e la sua perfezione… Rigettate l’ingiusto pensiero secondo cui si tratterebbe di una sorte riservata soltanto agli eletti, pensiero che può uccidere dentro di voi la santa speranza… Noi tutti, senza eccezione…, siamo stati chiamati alla stessa perfezione cui il Signore ha chiamato gli apostoli Pietro, Giacomo e Giovanni che da Lui sono stati portati sul Tabor: anche noi, infatti, abbiamo ricevuto i loro stessi comandamenti e non altri e, di conseguenza, la stessa dignità di vocazione — una dignità uguale alla loro e non una inferiore… Non solo agli Apostoli è piaciuto al Signore manifestare il “fulgore” della sua Divinità, ma anche nel corso di tutti i secoli, e fino ai giorni nostri, non ha cessato né mai cesserà, secondo la sua promessa, di riversare quel medesimo dono su quanti lo seguono con tutto il cuore.
Oltre alla falsa umiltà…, ostacolo alla contemplazione della Luce increata è ancora la temeraria propensione a “vedere Dio” e ad abbracciarlo con il nostro pensiero, come se volessimo penetrare a viva forza nei misteri e nelle viscere dell’Essere divino e dominarlo con la mente, quasi si trattasse di un oggetto della nostra conoscenza.
[...]Quando fissiamo gli occhi dell’intelletto direttamente sul Sole dell’Essere eterno per vederlo così com’è, i nostri occhi vengono bruciati e accecati dalla Luce inaccessibile e abbacinante della Divinità, come si accecano e bruciano i nostri occhi naturali allorché nudi, senza alcuna protezione, si volgono direttamente al sole. [...] Il Dio conosciuto e visto rimane invariabilmente al di sopra di ogni conoscenza e visione. [... ] Quando si presentano i filosofi e gli eretici a sostenere la possibilità di una piena conoscenza di Dio, i santi Padri, al fine di sradicare quest’idea insensata, hanno ripreso le immagini e il linguaggio veterotestamentari: «Poi il Signore disse a Mosè: “Scendi, scongiura il popolo di non accostarsi a Dio per vedere…”. Il popolo si tenne dunque lontano, mentre Mosè entrò nella caligine, ove era Dio» (Es 19,21; 20,21). Così… i Padri hanno fatto ricorso alla nozione di “caligine”, con la quale il saggio legislatore Mosè tratteneva il popolo, ancora inesperto nella conoscenza di Dio, dalla stolta esaltazione dell’idea di “capire” Dio; per non deviare, però, dalla rivelazione neotestamentaria, essi hanno chiamato “supremamente luminosa” una tale caligine. La vera via che porta alla contemplazione della Luce divina passa attraverso l’uomo interiore. Chiesi dunque: «Che debbo fare per ereditare la vita eterna? Mi fu data questa risposta: “Prega come san Gregorio Palamas, che per anni gridò: ‘Signore, illumina le mie tenebre!’ e fu ascoltato”».
«Una volta che ha conosciuto la Luce, la tua anima, quando ne verrà privata, si infiammerà per essa; imitando allora san Simeone il Nuovo Teologo, la cercherà e le griderà: 
Vieni, Luce vera.
Vieni, Vita eterna.
Vieni, Rialzarsi dei caduti.
Vieni, Raddrizzarsi di chi giace.
Vieni, Risurrezione dei morti.
Vieni, Re santissimo.
Vieni e abita in noi,
in noi rimani senza interruzione,
in noi Tu solo regna, indivisibilmente,
per i secoli dei secoli. Amìn».

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TRATTO DA
Archimandrita Sofronio Sakharov, Ascesi e contemplazione, Interlogos edizioni, 1998

domenica 6 agosto 2017

Siamo la candela o la fiamma? (padre Janes Guirguis)

Traduzione da Pravoslavie.ru. Il padre James Guirguis, attraverso una metafora presa dalle candele, ci spiega il nostro rapporto con la divinità in un'interessante allegoria della vita spirituale in una bella omelia.


Dal Vangelo secondo Matteo (5:14-19)

Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città collocata sopra un monte, né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli. Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non son venuto per abolire, ma per dare compimento. In verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà neppure un iota o un segno dalla legge, senza che tutto sia compiuto. Chi dunque trasgredirà uno solo di questi precetti, anche minimi, e insegnerà agli uomini a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà agli uomini, sarà considerato grande nel regno dei cieli.

Nulla attrae le persone a Dio quanto coloro che genuinamente venerano Dio e seguono i suoi comandamenti. Infatti, alle volte sentiamo le persone dire che non ci sono problemi con Gesù, quanto piuttosto con le persone che lo seguono e che vengono incontrate. In questo passo evangelico di oggi, il Signore Gesù, la Luce dell'Universo, dice ai suoi discepoli d'essere chiamati a diventare la luce del mondo. Egli comanda di non nascondere questa luce, e di non allontanarla dagli uomini.

Come obbediamo noi discepoli di Gesù a questo comandamento? Iniziamo obbedendo agli insegnamenti e alle leggi di Gesù Cristo. Il Signore ci dice: "se mi ami, osserverai i miei comandamenti". E nel processo di fiducia e di obbedienza dimostriamo il nostro amore per Lui. Il vero amore non è semplicemente tramite la bocca, ma col cuore. Senza obbedienza ai comandamenti di Dio, e agli insegnamenti del Figlio di Dio, ci saranno pochi progressi nella nostra vita spirituale. E' un pre-requisito della Fede.

Quando obbediamo al Signore, ci sorprendiamo di quanto ci siamo avvicinati al Signore stesso e alla sua natura divina. Nel senso che, se ci avviciniamo a Dio, diventiamo più simili a Dio. Ci avviciniamo alla Luce e prendiamo questa Luce che mai si spegne. Ogni cristiano è come una candela, ed è quindi inutile se non brucia per Dio. Se la candela è senza fiamma, è totalmente inutile. Quando al candela si avvicina al fuoco diventa viva, e non solo trova il senso della propria esistenza, ma diventa utile anche per tutto ciò che gli è intorno. I Padri del Deserto raccontano questa storia:

Padre Lot andò a incontrare abba Giuseppe e gli disse: "padre, per quel che posso dire, io recito il mio ufficio, digiuno un po', faccio le mie preghiere, leggo i miei salmi, prego e medito, vivo in pace, e quando posso purifico i miei pensieri. Cosa mi manca?" e il saggio rispose: "se tu lo desideri, puoi diventare solo fuoco".

Cari fratelli e sorelle, noi siamo candele!  Tutti siamo eccitati quando il Santo Fuoco viene nella nostra chiesa, e ce lo passiamo l'un l'altro con attenzione. Ma il Signore ci chiede molto di più, ci chiede di passare agli altri il fuoco e la luce del suo insegnamento, il modo di vivere cristiano. E non dobbiamo farlo facendo predicozzi a chi ci circonda. La gente non ama le prediche, la gente si muove per l'amore e il calore genuino. Questo amore viene dallo Spirito Santo e dalla grazia di Dio che agisce nelle nostre vite, quando ci impegniamo nella lotta e decidiamo di vivere una vita santa. Quando lottiamo per obbedire a Cristo per diventare santi, lo Spirito Santo ci visita e ci trasforma in modo che possiamo diventare portatori di luce. Quando accade, chi ci p intorno è colpito e trasformato da noi perché siamo contenitori dello Spirito Santo. Ciò non solo ci salva, ma ci rende strumenti utili per la salvezza altrui. Questo permette agli altri di conoscere Dio usando noi come tramite.

Veniamo a Dio e sforziamoci di conoscerlo, non per ottenere da Lui doni speciali o perché gli altri ci ritengano speciali. Noi dobbiamo lottare perché amiamo Dio e per conoscerLo in pieno, così come ogni marito cerca di conoscere sempre più profondamente la propria sposa. In un matrimonio sano, un marito non si annoia della moglie, e viceversa. Ognuno corteggia l'altro sempre e gli sta più vicino. Il matrimonio è profondo anche quando i due sono semplicemente vicini. Questa è, in ultima analisi, la preghiera, quando siamo in presenza di Dio: uniti con Dio attraverso l'amore che proviamo per Lui. Il prerequisito per unirci con Dio è una vita di obbedienza ai comandamenti di Gesù Cristo, e questo ci permette di mutare la nostra vita, di essere trasfigurati dallo Spirito Santo, e di diventare come una città edificata su una collina. Come disse san Serafino di Sarov: salva te stesso, e mille intorno a te troveranno la salvezza. Amen! 

sabato 5 agosto 2017

Vita di san Bogolep il Monaco Bambino

La Chiesa Russa il giorno 8 agosto commemora un santo speciale sotto molti aspetti. Si tratta di un bambino che ha ricevuto i voti monastici all'età di sette anni: scopriamo insieme la vita di san Bogolep lo Schimamonaco Fanciullo

Il giovanissimo Boris, futuro Bogolep (1660-1667), è forse uno dei santi più inusuali di tutti i tempi. Vissuto appena 7 anni di vita, fin dal seno di sua madre mostrava un carattere del tutto particolare: di mercoledì e di venerdì si rifiutava di succhiare il latte dal seno, seguendo così il digiuno ortodosso fin dalla culla. Quando sentiva le campane, Boris iniziava a piangere finché non veniva portato in chiesa, e solo allora si acquietava. Il padre, generale in una fortezza nei pressi di Astrachan, era molto in pena per questo figlio così strano, che non sapeva cosa fare. Il bambino dimostrò incredibile rapidità di apprendimento, a due anni sapeva già parlare ed essere autonomo in tutto. Nel 1662 una epidemia di peste scoppiò in Russia e colpì Boris alle gambe: dopo che ebbero pregato per lui, la peste lasciò le gambe ma una malattia misteriosa colpì il volto il quale fu riempito di bolle, croste e liquami: rimase malato per molti anni, fino al 1667. Durante una delle visite al suo letto di malattia venne a casa un anziano starez, uno schimamonaco vestito con tutto l'Abito Angelico al completo. Il bambino, colpito profondamente dai paramenti del sacerdote, disse ad alta voce: "se mi farete tonsurare monaco, la mia malattia se ne andrà". I genitori, disperati per la salute del figlio, acconsentirono alla sua bizzarra richiesta. Lo schimamonaco vestì dunque il bambino del megaloschima chiamandolo Bogolep (che si traduce con "Teoprepio", nome greco il cui senso è <<(colui) che è a somiglianza di Dio>>). Il giorno seguente il santo bambino era completamente guarito e il suo volto non mostrava alcun segno di malattia. Tuttavia, appena tre giorni dopo, Bogolep cadde di nuovo malato sotto una potente febbre, e morì. Il bambino morì all'età di sette anni il 1 agosto 1667 e fu inumato presso la chiesa di Chernoyarsk. Già sul finire del secolo XVII sono noti molti miracoli operati per mano di san Bogolep, il quale fu canonizzato dal popolo in via non ufficiale. Già attorno al 1750 esistevano il tropario e il contacio di Bogolep il Monaco Bambino, cantati in tutte le chiese di Astrachan.
Sebbene la sua vita sia stata brevissima, e non sia ancora stata tradotta per intero, giacché molti miracoli hanno reso famoso questo bambino fin da quando era in vita, noi non sappiamo in che modo misterioso opera Iddio, e non ci resta che ammirare come il famoso detto evangelico sia divenuto realtà nella sua forma più alta: "lasciate che i bambini vengano a me".

L'Arca dell'Alleanza NON è stata trafugata

Per molti questo articolo può sembrare sciocco o inutile, ma è invece doverosa una chiarificazione: il sito world daily news report è pieno di fake-news, fra le quali ogni anno viene riproposta la stessa. L'Arca dell'Alleanza, protetta ad Axum in Etiopia dai monaci e dalle guardie armate del patriarcato, sarebbe stata trafugata (vedi la fake-news qui). Invece, come riporta Tigrai Online, un giornale etiope, l'Arca dell'Alleanza è al suo posto, al sicuro, e nessuno l'ha rubata. La riprova che questa è una notizia falsa si ha dalla quantità di link e siti con date discordanti su quando sia avvenuta, ci sono post del 2016, del 2014 e del 2011 che parlano del trafugamento dell'Arca, ogni volta con gli stessi particolari. Chissà per quale motivo si cerca di scandalizzare il mondo con questa notizia... ma l'importante è sapere che l'Arca è al sicuro.

L'Arca dell'Alleanza è un gioiello, una reliquia dell'Antico Testamento, presente in Etiopia fin dal tempo di Menelik I, sovrano figlio di Salomone e della Regina di Saba, portata in Etiopia da un gruppo di nobili ebrei come dono per il sovrano di Axum. La città santa degli etiopi conserva ancora oggi questo santo sigillo dell'Alleanza fra gli antichi ebrei e il Signore, e viene ogni anno portata in processione nel giorno della Teofania per essere venerata dai fedeli che accorrono in massa. Per tutto il resto dell'anno, solamente ai Guardiani dell'Arca - pochi monaci scelti fra i più casti e puri del monastero - è permesso vederla e prendersene cura. Nemmeno il Patriarca etiope può visitare il santuario. 


La chiesa di Nostra Signora di Sion, ove è custodita l'Arca dell'Alleanza

La Chiesa dell'Arca è protetta da un muro di cinta, da 11 guardie armate e dai monaci stessi, oltreché dal sistema di allarme. 

giovedì 3 agosto 2017

I Vecchi Credenti in Uganda

Interessandomi dell'evangelizzazione ortodossa, non potevo non arrivare a loro. Ebbene sì, i Vecchi Credenti stupiscono sempre per la loro attualità sebbene siano visti come ossessivamente conservatori. Questi "conservatorissimi" tuttavia sono stati molto capaci di adattarsi in un campo di lotta tremendo, in un luogo di missione totalmente inusuale e totalmente distante dalla Russia: l'Uganda. L'Africa, il Continente Nuovo, lascia spazio all'evangelizzazione nella sua forma più radicale, partire dal paganesimo e crescere nella vita in Cristo.

A Kampala, in Uganda, un gruppo di fedeli di varie denominazioni (ortodossi di Alessandria, pagani, ex-protestanti, ex cattolici) si è convertito in massa all'Ortodossia di Vecchio Rito russo, destando vivo interesse in Russia, tant'è che sono partiti perfino due ricercatori dall'Accademia delle Scienze di Mosca - l'antropologo D.M. Bondarenko e la dottoressa A.O. Lapushkina - per studiare come l'Ortodossia vetero-ritualista si è innestata nella cultura ugandese. I risultati sono sorprendenti.




Padre Ioakim (ugandese) e padre Nikolaj Bobkov (missionario in Uganda) insieme dopo una celebrazione alla cattedrale di san Nicola a Mosca


La Chiesa Russa Vecchio Credente ha perfino un vescovo africano in Uganda, vladica Iona, che amministra già diverse parrocchie: quella di Kampala (già costruita) e altre due in formazione, a Mubende e a Dinzhizha, oltre al monastero di Namungoona ove risiede. In Uganda, molti staroveri russi sono giunti come medici, professionisti e insegnanti, al fine di migliorare le condizioni di vita dei loro correligionari sul Lago Vittoria. 







Come si nota, i Vecchi Credenti ugandesi hanno fin da subito accesso ai riti nella loro lingua natia

La missione dei Vecchi Credenti sembra crescere a ritmo rapidissimo: pochi mesi fa erano solamente cento individui, adesso i battezzati sono più di quattrocento. Seguiremo con interesse la missione di padre Ioakim e del suo entourage, vivida immagine di come l'Ortodossia possa essere portata ovunque, quando c'è la pazienza, l'impegno e la forza di costruire per Cristo. 

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INFORMAZIONI

In lingua russa è disponibile l'articolo dettagliato dal sito vecchio credente "Missione Vetero-ritualista". 

mercoledì 2 agosto 2017

Come preparare un libretto commemorativo personale

La preghiera della Chiesa è comunitaria ma anche personale. Dopo aver visto come preparare le commemorazioni liturgiche, adesso vediamo come preparare adeguatamente un libretto commemorativo domestico per la nostra preghiera privata

Innanzi tutto, occorre dire che la preghiera nominale è una delle prassi preferite della Chiesa. Quando ci comunichiamo ai santi Misteri dell'Eucarestia, diciamo ad alta voce il nostro nome. Quando ci sposiamo, quando battezziamo, quando si ricordano i defunti e perfino quando siamo malati e riceviamo il sacramento dell'Olio viene detto il nostro nome. La Chiesa Ortodossa vede infatti nel rapporto fra individuo - dotato di personalità, caratteristiche, e del suo proprio nome - e Dio il cardine della stessa ecclesialità. Per questo, pregare "con i nomi" è molto importante: chiediamo a Dio di concedere la grazia, la salute, la salvezza, e qualsiasi altra cosa materiale o spirituale ad una certa persona, piuttosto che ad un'altra, secondo i suoi bisogni specifici. Quando si prega per gli altri? oserei dire sempre, ma visto che non è possibile, la Chiesa ha stabilito due momenti quotidiani per la recita delle preghiere rivolte verso gli altri: dopo le preghiere del mattino e dopo le preghiere della sera. In altre parole, dopo aver pregato per noi, è bene pregare anche per gli altri. Nei libri devozionali sono presenti quasi sempre delle preghiere per i vivi e per i morti, poste prima della conclusione della sessione di preghiera stessa. Tuttavia, se non si dispone di un libro di preghiere, di un horologhion o di altre stampe ecclesiastiche, possiamo fare in casa un libretto di commemorazioni ad uso privato, seguendo pochi e semplici passi. 


Un classico "libro dei nomi" che si trova nelle chiese russe

Prendete un quaderno o un libretto con le pagine totalmente bianche (per esempio, un moleskine), e scrivete subito il titolo: libro dei nomi. Dopodiché, disegnate la croce della vittoria: 


Il monogramma attorno alla croce è l'abbreviazione di Isus Hristos Nika, ovvero Gesù Cristo vince. Dopodiché, inserite questa breve preghiera cui seguiranno i nomi.

Per i vivi:
Salva o Signore Dio e abbi pietà dei tuoi servi (si leggono i nomi), liberali da ogni tribolazione, necessità e sofferenza; Da ogni malattia del corpo e dello spirito salvali, e perdona loro ogni trasgressione, volontaria e involontaria, e concedi loro quanto è profittevole per le loro anime. Amen. 

Per i non ortodossi, si aggiunge anche: ...e sia fatta con loro la Tua volontà. Conducili nel recinto della Tua Chiesa e sia tu glorificato in tutti e in tutto. Amen. 

Per i defunti:
Concedi, o Dio, il riposo eterno ai tuoi servi defunti (si leggono i nomi), perdona loro ogni peccato commesso con coscienza o per ignoranza, abbi pietà di loro perché sei Buono e filantropo, e liberali dall'eterno tormento; e mostra loro la  Luce del Regno del Cielo. Amen. 

Per i defunti non ortodossi: Se tu lo vuoi, Signore, abbi misericordia dei tuoi servi (si leggono i nomi), che si sono addormentati fuori dalla tua santa Chiesa: insondabili sono i tuoi voleri. Non vedere questa mia preghiera come un peccato, perché per pietà l'ho recitata. Sia fatta con i tuoi servi defunti la tua volontà. Amen. 

Per una donna che ha abortito: Abbi misericordia, o Dio, della tua serva (nome), concedile la remissione delle sue colpe. Abbi pietà di lei anche se ha tolto la vita ad una vittima innocente. Perdonale ogni peccato, volontario e involontario, dalle i mezzi per far penitenza, e salva la sua anima. Amen. 

Per i bambini abortiti: Ricordati, Signore, dei bambini non nati a causa della crudeltà degli uomini e delle leggi inique di questo mondo decaduto. Salvali dal buio e illumina anche coloro che stanno per uccidere altri innocenti, addolcendo i loro cuori con la tua Grazia. Amen. 

Ricordiamoci di pregare sempre per i nostri familiari, i nostri padri spirituali, il nostro vescovo, i sacerdoti che conosciamo, perché la Grazia di Dio non ci abbandoni mai, e ci permetta di passare il tempo che rimane in questo mondo, riempiti del suo Spirito Santo. 

martedì 1 agosto 2017

Ponzio Pilato e sua moglie

I pareri sul governatore Ponzio Pilato furono e sono contrastanti. La tradizione degli Apocrifi vorrebbe Pilato come un convertito al Cristianesimo e seriamente pentito della morte di Cristo, in particolare secondo gli Atti di Pilato, redatti fra II e III secolo d.C. Eusebio di Cesarea scrisse che Pilato fu esiliato in Gallia e lì trovò il suicidio, mentre altri autori lo vorrebbero condannato a morte dall'imperatore Nerone. I copti (e solo gli egiziani) ritengono Ponzio Pilato santo e ne dipingono le icone senza alcun remore.

Mentre cosa dice la Chiesa Ortodossa su Claudia Procula (detta Procla), la moglie di Ponzio Pilato? La Sacra Scrittura le dedica un brevissimo quanto intenso passaggio: 

Mentre egli sedeva in tribunale, la moglie gli mandò a dire: non avere nulla a che fare con quel giusto, perché fui molto turbata in sogno a causa sua. [Matteo 27:19]

Secondo molti autori cristiani, Claudia si sarebbe convertita al Cristianesimo e avrebbe patito la morte come martire poco dopo. La Chiesa Ortodossa greca, la Chiesa Etiope e la Chiesa di Siria la riconoscono come santa e come martire, festeggiandola il 27 ottobre. 


Antonio Ciseri (1821-1891), Ecce Homo. La moglie di Pilato si trova a destra ed è velata.

Una delle fonti che abbiamo in nostro possesso circa Pilato, Procla e la loro conversione è il Vangelo Apocrifo di Nicodemo. Ma, basandosi unicamente sulla Scrittura riconosciuta e accettata da tutta la Chiesa, viene da domandarsi se in effetti per passaggio... ho molto sofferto a causa sua, sia da interpretarsi come "ho sofferto per colpa sua" oppure "ho sofferto per lui" nel senso che ha provato compassione. 

Qui, una icona greca di santa Procla

Come non diventare accidentalmente iconoclasti

Il blog del Monastero di Santa Elisabetta di Minsk ci offre una lezione importante del ruolo delle icone nella vita dei cristiani ortodossi, focalizzandosi su tutte quelle possibili distorsioni o errori che possiamo incidentalmente compiere nei riguardi delle sante immagini

Le icone non sono mai "solo un quadro". Noi dedichiamo grande cura e rispetto alle icone quando le troviamo in posti particolari, come ad esempio in chiesa o nel nostro angolo delle icone domestico. Questi luoghi ci predispongono alla preghiera e guardare il volto di Cristo, ad esempio, ci rende più facile rivolgersi a Lui. Le icone possono essere disposte anche in altri posti, non solo in un luogo della casa o in chiesa. E' costume dei pii ortodossi avere una icona in ogni stanza della casa, e perfino sul luogo di lavoro, se possibile. Tuttavia, non dobbiamo dimenticarci che le icone non sono semplicemente quadri o immagini messe lì per bellezza, ma piuttosto sono una costante sollecitudine alla preghiera. 
Inoltre, ricordiamoci che anche le "icone di carta", cioè stampate, sono icone vere e proprie, e meritano lo stesso rispetto che diamo per le icone dipinte. Infatti, anche le icone stampate in fabbrica e prodotte a migliaia di esemplari sono state miracolose, e Dio ne ha benedette molte con teofanie più o meno conosciute. La santità dell'immagine deriva dal prototipo raffiguratovi sopra, e non dal materiale o dalla forma (altrimenti, sarebbe idolatria). 

Cosa fare quando una icona si rompe? se è di materiale combustibile, bruciarla interamente. Le ceneri vanno sepolte. Se l'icona è prodotta in vetro, in ceramica, in altri materiali, è bene portarla in un fiume e gettarla nell'acqua corrente. 

N.B. L'articolo è stato ritagliato e accorciato